Fatica da empatia: logoramento degli operatori sanitari

· 29 gennaio 2018

A volte i professionisti del settore sanitario non riescono a far migliorare la persona che stanno seguendo, assistendo o accudendo. Questo genera in loro una forma di stress postraumatico: la fatica da empatia. Uno stato che è frutto del dispendio energetico costante generato dall’aiuto terapeutico che offrono e dall’empatia che provano nei confronti dei loro pazienti.

Questo logoramento riflette lo stato emotivo nel quale si possono trovare i professionisti del settore sanitario per via della loro esposizione alla sofferenza fisica, psicologica, sociale e spirituale che manifestano le persone che li circondano. Con il passare del tempo, possono persino arrivare a sperimentare indirettamente i loro dolori e malesseri.

L’empatia come miccia dello stress

Quando una persona si sottopone quasi ogni giorno a un trattamento, inevitabilmente si crea un vincolo emotivo fra l’operatore sanitario e il paziente. Forse non arrivano a instaurare una relazione personale, ma il semplice fatto di vedersi quotidianamente e di scambiarsi osservazioni e speranze di miglioramento instaura un rapporto amichevole e intimo.

In questi casi, sapersi mettere nei panni altrui è la chiave giusta. Comprendere le sue necessità e come si sente rafforza il vincolo creato. Tuttavia, l’empatia può anche fare un brutto scherzo quando funge da miccia per lo stress. Di fatto, è l’elemento scatenante del quadro sintomatologico conosciuto come fatica da empatia.

L’empatia aumenta la qualità della cura e dell’intervento medico per i pazienti ma incrementa la vulnerabilità del professionista. Maggiore è l’empatia e maggiore sarà il rischio di incappare in questo effetto.

Psicologo e paziente

Fatica da empatia: meccanismi cerebrali

Fatica da empatia è un termine coniato nel 1995 da Charles Figley, direttore dell’Istituto di Traumatologia dell’Università Tulane (New Orleans). Notò che gli operatori sanitari che lavoravano con persone traumatizzate con il passare del tempo sperimentavano indirettamente gli effetti del trauma dei pazienti che assistevano.

Nonostante l’origine di tale termine sia relativamente recente, i meccanismi cerebrali che lo spiegano caratterizzano qualsiasi epoca, sono eterni e relazionati all’empatia e alle condotte di imitazione. L’amigdala, la corteccia orbitofrontale e i neuroni specchio sono gli incaricati di questo processo che ci permette di provare le stesse emozioni di un’altra persona.

Se queste sensazioni celano un dolore e una sofferenza profondi, la capacità empatica si rafforza. E la fatica da empatia diventa più evidente.

Fatica da empatia: sintomi

La fatica da empatia è il risultato di un processo cumulativo. Come abbiamo visto, si sviluppa a causa di uno stato di malessere emotivo prolungato da un continuo e intenso contatto con i pazienti. Ma quali sono i sintomi che possono rivelare la fatica da empatia?

  • Cognitivi: problemi di memoria, mancanza di attenzione e concentrazione, pensieri negativi ricorrenti o flashback.
  • Emotivi: intensi sentimenti di paura, tristezza e ira, sconforto generalizzato o perdita dell’allegria o della felicità.
  • Somatici: disturbi gastrointestinali, nausee, cefalee, ipertensione, dolori, tensione muscolare, stanchezza cronica, difficoltà a conciliare il sonno…

Anche a livello lavorativo si possono identificare alcuni segnali, come una bassa motivazione, sentimenti di incomprensione, percezione di scarsa capacità professionale o distanziamento dall’equipe.

Psicologa che cura professionista della salute

Fatica da empatia e stress post-traumatico

Come vediamo, la fatica da empatia condivide alcuni sintomi caratteristici del Disturbo post-traumatico da stress. Ma prima di spiegarli, vediamo in cosa consiste il DPTS.

Questo disturbo scaturisce da un evento molto stressante o traumatico che presuppone una minaccia o un danno fisico estremo per il soggetto. L’organismo, dunque, genera una risposta sotto forma di stress, che è il risultato del suo sforzo di adattamento all’ambiente. Può succedere a qualsiasi età e comparire posteriormente ai fatti.

La fatica da empatia compare in modo improvviso e acuto e sono molteplici i fattori che provocano un effetto di stress sull’operatore sanitario. Sono l’esposizione costante, il coinvolgimento emotivo e la relazione terapeutica che instaura con i suoi pazienti.

3 gruppi di sintomi condivisi

La fatica da empatia condivide con il DPTS una serie di sintomi del suo quadro psicopatologico.

  • Flashback: se il conflitto non si risolve, il professionista può rivivere o ricordare l’esperienza traumatica sotto forma di ripetizione o flashback. Nel caso degli operatori sanitari, è una condizione particolarmente delicata. Lo stress non è dovuto a un carico di lavoro eccessivo, ma a un estremo coinvolgimento emotivo con il paziente che sta assistendo.
  • Evitamento e intorpidimento psichico: la persona fa degli sforzi per evitare pensieri, emozioni, persone, luoghi, compiti o situazioni che le ricordino l’evento traumatico. D’altra parte, tende ad abolire aspetti rilevanti dello stesso e a ridurre il suo interesse e coinvolgimento in attività che prima erano gratificanti. La persona con fatica da empatia, allo pari di quella che sperimenta DPTS, va incontro a malesseri, irritabilità, confusione e irascibilità. Si allontana fisicamente e affettivamente dai suoi pazienti e dal resto delle persone, e ciò può avere un impatto negativo sulla sua cerchia più stretta.
  • Hiperarousal (iperattivazione psicofisiologica): è il livello di attivazione fisiologica. Le persone con fatica da empatia presentano uno stato di tensione e allerta permanente. In altre parole, sono alterati, irritabili, esaltati e manifestano una reattività estrema a qualsiasi evento.
Riunione fra medici

Come gestire la fatica da empatia

Conoscere la fatica da empatia ci rende consapevoli delle possibili conseguenze di una cattiva gestione delle emozioni da parte degli operatori sanitari quando curano i loro pazienti. Alcuni suggerimenti per affrontare questa situazione sono:

  • Trascorrere del tempo da soli per vedere le cose dalla giusta prospettiva e staccare la spina.
  • Identificare i propri punti di forza e le capacità che si hanno per far fronte al dolore e alla sofferenza altrui.
  • Dormire a sufficienza e avere una buona alimentazione.
  • Fare appositi esercizi per rilassarsi o attività fisica varia.
  • Scambiare le opinioni con i colleghi.

Come vediamo, gli effetti secondari di una situazione o circostanza ad alto carico emotivo e sofferenza sono tangibili, persino per i professionisti che sanno come gestirla. Prenderci cura di noi stessi è una priorità che non possiamo dimenticare. È la base per offrire un trattamento e un’assistenza di qualità agli altri.