Fight club: la distruzione della nostra epoca

· 8 ottobre 2018

Il XX secolo è stato pieno di cambiamenti, segnato da guerre durante i suoi primi anni e dal frenetico progresso tecnologico durante gli ultimi (e sfociato, poi, nel consumismo che conosciamo bene). Fight club, film del 1999 del regista David Fincher, ha segnato la fine del XX secolo e l’inizio del XXI con la sua vena selvaggia, brutale e priva di speranza. Ogni frase, ogni scena, ogni colpo… tutto provoca una reazione nello spettatore.

Fight club è un’aspra critica alla società; un duro colpo per molti di noi che, a volte, ci identifichiamo con il personaggio senza nome interpretato dal magnifico Edward Norton. Sono state molte le critiche rivolte al film, molti si sono sentiti a disagio, mentre altri vi hanno visto un capolavoro, un finale col botto per il XX secolo.

No, non è un film da vedere comodamente seduti mentre mangiamo popcorn, né una pellicola che risveglierà il più estremo romanticismo del cinema; si tratta di un film che tiene sveglio- nel vero senso della parola- lo spettatore. I titoli di testa ci avvertono già che assisteremo a un’autentica fitta allo stomaco, a un duro colpo per il nostro ego.

Fight club

Il personaggio principale, il cui nome non ci è dato sapere, è il riflesso di un uomo vittima del suo tempo: schiavo del lavoro, soffre di insonnia e spreca il tempo libero comprando oggetti all’IKEA. Prende la sua unica boccata d’aria quando partecipa alle terapie di gruppo per persone che soffrono di gravi malattie, che si riuniscono per alleviare il dolore.

Tutto questo cambia quando conosce Marla, personaggio chiave del film e, subito dopo, Tyler Durden (o se stesso). Sconsigliamo di continuare a leggere se non avete visto il film, dato che l’articolo contiene spoiler.

Grigio, scuro, scomodo e nauseabondo: Fight club è una vera e propria risata sadica in faccia a tutto quello che circonda, al mondo come lo conosciamo, alla società consumistica di cui siamo schiavi. Ci addentriamo nelle più oscure malattie del nostro tempo, in un’epoca in cui sei ciò che possiedi.

David Fincher e il suo immancabile trio di attori (Helena Bonham Carter, Edward Norton e Brad Pitt) sono riusciti a catturare e a interpretare l’essenza della fine degli anni ’90, anticipando quello che stava per accadere, trascinandoci in un buio club pieno di sangue e autodistruzione.

Due volti

La malattia dei nostri tempi

“Viviamo in un mondo malato e siamo malati”, potremmo riassumere così la sensazione che Fight Club lascia allo spettatore. Il film si presenta come una narrazione introspettiva raccontata dal suo protagonista; eppure questa introspezione possiede a sua volta una certa dose di universalità.

Il protagonista non rivela il suo nome e si presenta come un uomo tra i più comuni: vive da solo in un appartamento, nel cuore di una grande città, lavora come perito per un’importante azienda automobilistica, soffre di insonnia e sperpera i propri soldi in acquisti.

Questa situazione rispecchia un po’ tutti noi; allo stesso tempo, non sapendo il suo nome, trasferiamo la narrazione del suo “io” al nostro, realizzando un’analisi retrospettiva della nostra vita. Il protagonista vive in un mondo che conosciamo, ovvero nella nostra realtà quotidiana, priva di artifici e fantasia. I suoi “mali” sono i nostri mali o, almeno, quelli della maggior parte delle persone che conosciamo.

Il suo problema principale è l’insonnia, ma il suo medico si rifiuta di continuare a prescrivergli sonniferi per dormire, per questo decide di frequentare terapie di gruppo per persone affette dal cancro.

In quella sede conosce Bob, un uomo che dopo un tumore al testicolo ha perso la sua virilità; un uomo a cui hanno dovuto asportare i testicoli e che ha sviluppato il seno a causa delle cure. Il protagonista si sente sollevato di fronte a queste persone e, finalmente, riesce a ritrovare il sonno perduto.

Uomo sul divano

Non ha la minima idea di quale motivo si cela dietro la sua insonnia, qual è la radice del problema. In realtà, sa solo che in queste terapie di gruppo riesce a trovare un angolo di pace, un posto in cui poter piangere (cosa che non molto tempo addietro sembrava vietata agli uomini, dato che era inteso come sinonimo di femminilità).

Viviamo in un mondo frenetico, consumiamo per sentirci meglio, abbiamo tutto e, tuttavia, sentiamo sempre più spesso frasi che contengono parole come: ansia, stress, insonnia, depressione. Sono le malattie della nostra era, e così è il nostro protagonista.

Proprio quando sembra che la situazione sia ormai sotto controllo e che stia riuscendo ad affrontare il problema, ecco che compare Marla, la donna che destabilizzerà questa pace apparente e che sarà causa del ritorno dell’insonnia. Marla è come lui: una donna secondo la quale la vita è priva di significato, che aspetta la morte e il cui dolore più grande è che non arriva. Anche lei partecipa alle terapie.

Per quale motivo Marla è una minaccia? Perché è l’incarnazione del protagonista, è il riflesso della sua bugia che, se scoperta, causerebbe il crollo del suo centro di equilibrio. Il rifiuto che produce in lui è il rifiuto di se stesso; partecipa persino alla terapia di gruppo per i malati di tumore al testicolo; ma chi potrebbe credere che una donna ha sofferto di tumore al testicolo?

Questa sfrontatezza, questo modo di approfittare del dolore altrui per alleviare il proprio fa impazzire il protagonista, perché Marla è la sua versione al femminile .

Donna che fuma

Fight Club: la distruzione del capitalismo

E dopo Marla, ecco arrivare Tyler Durden, un uomo attraente, forte, che vive ai limiti della legge e del sistema; produce sapone, vive in una casa che potremmo catalogare come una “catapecchia” e fa sempre quello che gli va.

Tyler è l’antitesi della nostra era; è il rifiuto assoluto del capitalismo, dell’uomo moderno che vive schiavo del proprio lavoro per poter comprare cose materiali che dovrebbero riempire il vuoto interiore.

Insieme fondano il Fight club, la nuova terapia di gruppo del protagonista. Si tratta di riunioni in cui i partecipanti si vedono al solo scopo di tirare fuori il proprio lato più selvaggio, il lato bestiale, e tutto a suon di botte. Tyler è il guru di questo gruppo, la guida spirituale; ha il compito di tirare fuori l’ira e la rabbia che alberga in questi uomini.

Le lotte serviranno per liberarsi delle pressioni sociali, dalla condizione di schiavitù, ma anche a non pensare e a lasciarsi semplicemente trasportare dal lato più violento.

Come spiega Tyler, il cinema ci ha fatto credere di poter essere stelle del rock, attori famosi e così via. I mezzi di comunicazione hanno disegnato per noi mete troppo lontane e, nell’attesa, ci adattiamo, ci rinchiudiamo in un ufficio sperando di avere quanto basta per poter comprare, per poter essere qualcun altro.

Uomo che sta per combattere

L’insonnia, questa malattia contemporanea che affligge il protagonista, lo ha portato a sdoppiare la sua personalità, a creare un nuovo Io e a inventare Tyler. Quest’ultimo è frutto di un disturbo dissociativo che fa pensare a una specie di Mr Hyde moderno; più bello, più forte e che rappresenta tutti i desideri nascosti del protagonista, nonché l’ira accumulata per anni verso la società e il mondo che lo circonda.

Inizia a prendere forma una cospirazione, pianificano “una serie di attentati fomentati da un profondo sentimento di libertà”, di anarchia; attentati che hanno lo scopo di distruggere grandi aziende, edifici e simboli della schiavitù moderna.

Fight club è una fitta allo stomaco, un discorso nichilista, un attacco alla fine del secolo scorso e all’inizio del nuovo millennio; un duro colpo per Hollywood, per il capitalismo e persino per noi. Tutti, almeno una volta, abbiamo desiderato essere Tyler.

È solo dopo aver perso tutto che siamo liberi di fare qualunque cosa.

-Fight club-