Genitori e figli: dormire con mamma e papà?

· 3 maggio 2017

Dormire è una delle funzioni fisiologiche più piacevoli che l’essere umano possa provare. Oltre al fatto che un sonno ristoratore dà gioia, dormire è imprescindibile per conservare le energie, per assicurare la consolidazione e l’apprendimento di nuove informazioni e per migliorare la funzione immune e quella endocrina.

Quando nasciamo, dobbiamo prima attraversare un processo di adattamento fino a che il nostro sonno non si consolida. È difficile che un neonato dorma tutta la notte senza interruzioni e molto spesso i risvegli notturni sono accompagnati dal pianto. Alla lunga, questo finisce per esasperare i genitori, che non sanno a che rimedio votarsi per far dormire bene i loro figli.

L’unica soluzione sta nell’avere una buona dose di pazienza e nel non dimenticarsi che, come qualsiasi altro essere umano, il neonato prima o poi si addormenterà.

Ultimamente, si è sviluppata una corrente chiamata “educazione con un attaccamento naturale” che sostiene che, per non far soffrire i figli, bisogna farli dormire nello stesso letto dei genitori fino a che non decidono loro stessi di abbandonarlo.

Tale corrente, sempre più frequente in Occidente, ha generato molti dibattiti e ci sono genitori che la difendono a spada tratta, argomentando che questo gesto farà bene all’autostima e alla fiducia in se stessi dei più piccoli, mentre ce ne sono altri completamente in disaccordo.

Dove nasce l’idea di dormire con i genitori?

I difensori di un’educazione di questo tipo si basano sugli studi realizzati dallo psicanalista John Bowlby. Questi sviluppò quella che oggi chiamiamo “teoria dell’attaccamento”, ma il punto è che non ha niente a che vedere con ciò che l’educazione con attaccamento promulga.

Bowlby nacque a Londra, in una famiglia di classe alta; suo padre era chirurgo presso la Casa Reale di Windsor. Come spesso accadeva in quell’epoca, Bowlby venne accudito da una balia, che fu la sua principale fonte di attaccamento, e incontrava molto di rado i suoi genitori.

Compiuti i 4 anni, la sua balia se ne andò e lui descrisse tale separazione come un fatto tragico. A 7 anni, venne inviato in un’accademia nella quale si sentiva molto ansioso e insicuro.

Sentimenti del genere erano logici, ed è altrettanto logico che poi, da adulto, realizzasse studi che affermassero che l’attaccamento è fondamentale nei primi sei mesi di vita del neonato.

Bowlby scoprì l’importanza di questo legame mentre osservava che i bambini che subivano una privazione estrema di attenzione e di affetto erano più propensi al fallimento scolastico e sociale, ai problemi mentali e alle malattie croniche.

Tuttavia, stiamo parlando di privazione estrema, di maltrattamento, di negligenza, di trascuratezza o di abbandono. La teoria è stata gravemente mal interpretata al giorno d’oggi, e molte famiglie ritengono che l’attaccamento si costruisca stando attenti al bambino 24 ore al giorno: portandolo in braccio più tempo possibile, reagendo immediatamente ad ogni suo pianto, allungando il periodo dell’allattamento o dormendo nello stesso letto per molti anni.

“Questo movimento è una truffa. Ha adottato lo stesso nome di un campo scientifico che studia lo sviluppo dell’essere umano e ciò provoca molta confusione” – afferma uno dei principali referenti nella ricerca scientifica sull’attaccamento, lo psicologo Alan Sroufe.

Gli studiosi di Sroufe, professore emerito dell’Università del Wisconsin che da più di 30 anni analizza lo sviluppo dei bambini, hanno dimostrato che un attaccamento sicuro non si ottiene dormendo con i genitori, ricevendo un allattamento prolungato o stando di continuo in braccio a mamma o a papà. Esso si delinea se i genitori sono in grado di reagire in modo sensibile, appropriato ed efficace ai segnali del neonato. L’attaccamento si formerà con la persona che sarà capace di fare tutto questo, una volta ottenuta la fiducia del piccolo.

Una scienza mal interpretata

Bisogna fare molta attenzione quando si interpretano le teorie, perché niente al mondo è tutto bianco o tutto nero quando si parla di statistiche, e ancor meno se si tratta del giudizio sulle decisioni di una famiglia. William Sears, accanito difensore del letto condiviso tra genitori e figli, argomenta la sua posizione dicendo che un pianto eccessivo nel neonato può essere dannoso per il cervello a causa dell’alta esposizione agli ormoni dello stress.

Ma Sears esagera, poiché lo stress di certe notti insonni non può essere qualificato come cronico e non può essere paragonato allo stress patito da Bowlby, il quale subì le negligenze e l’abbandono dei suoi genitori. Chiaramente si tratta di due questioni diverse.

Le tecniche psicologiche per l’adduzione del sonno, invece, sono scientificamente provate e non producono nessun danno emotivo nei bambini, questo secondo i 52 studi realizzati nel 2006 dall’Accademia Statunitense di Medicina.

La conclusione a cui si può giungere grazie a tutti questi dati è molto semplice: ogni famiglia deve fare ciò che le dice l’istinto, ma tenendo sempre a mente che non esiste un unico metodo per far sì che i figli crescano più o meno sicuri, dotati di autostima ed emotivamente forti.

Il punto non è COSA si mette in pratica, ma COME lo si fa. A questo scopo, dovete esseri bravi interpreti dei segnali dei vostri bambini e saper distinguere quando hanno bisogno di affetto, quando hanno sonno, fame o altre necessità.

Nessun estremo è del tutto sano, dipende tutto da come agite. Cedere a tutti i capricci del bambino può danneggiare la sua autostima e, soprattutto, renderlo intollerante alle frustrazioni che incontrerà nel corso della vita.

Nemmeno essere del tutto negligenti rispetto alle necessità dei bambini è la miglior via educativa: i piccoli dipendono da noi e hanno bisogno, quando è il momento, che rispondiamo alle loro necessità.

Quindi, dormire o meno con mamma e papà? Tutto va fatto con moderazione e la scienza non va fraintesa. Potete dormire coi vostri figli perché vi fa piacere, ma non con l’idea che questo li renderà più preparati per la vita. Inoltre, ricordate che le persone sono tendenzialmente abitudinarie, quindi insegnare ad un bambino a dormire in camera sua può essere molto utile per la sua salute mentale e per il riposo di tutta la famiglia.