Il caso Guantanamo: psicologia del terrorismo

2 Aprile 2020
In tutte le guerre, persino in quelle in epoche remote, si è sempre fatto uso della psicologia per combattere i nemici. Eppure, il caso Guantanamo è un esplicito passo indietro perché è stata applicata la brutalità piuttosto che le tecniche psicologiche. Il tutto con il benestare delle autorità.

Lo psicologo James E. Mitchell fu interrogato durante il processo militare sul caso Guantanamo e le sue dichiarazioni lasciarono molti esterrefatti. Si parlava da diverso tempo dell’uso della psicologia contro il terrorismo e Mitchell non solo ammise di aver utilizzato le sue conoscenze per torturare i prigionieri, ma aggiunse anche che se avesse potuto, l’avrebbe fatto di nuovo.

Ricordiamo che il concetto di lotta al terrorismo si è diffuso ed è diventato famoso dopo l’attacco agli Stati Uniti dell’11 settembre. Questi ultimi risposero con una sorta di dichiarazione di guerra, soprattutto contro i militanti armati irregolarmente in Medio Oriente.

In seguito a questo attentato, è iniziata l’occupazione dell’Afghanistan, ad esempio. La persecuzione dei membri di queste comunità irregolari ha portato alla detenzione di molti di loro, con successivo confinamento nella base militare di Guantanamo. Prima attraverso Wikileaks e poi tramite altri mezzi, il mondo è venuto a conoscenza delle torture a danno dei prigionieri, perpetrate con l’aiuto di psicologi.

Potranno torturare il mio corpo, spezzarmi le ossa e persino uccidermi. Così facendo otterranno il mio cadavere, ma non la mia obbedienza.

-Gandhi-

 

Mano con fili per le marionette

Due psicologi nel caso Guantanamo

Tutto ebbe inizio dal ritrovamento del famoso Manuale di Al Qaeda. In realtà si trattava di una guida del gruppo di Al Qaeda per i suoi seguaci e indicava, tra le altre cose, in che modo mentire durante un interrogatorio. Gli psicologi James E. Mitchell e Bruce Jessen analizzarono il documento e lo fecero recapitare alle autorità statunitensi.

Tutto fa pensare che riuscirono nel loro tentativo di attirare l’attenzione sulle capacità di rendere vani i metodi di Al Qaeda durante gli interrogatori. All’epoca entrambi lavoravano come psicologi e formatori presso la scuola di Sopravvivenza, Evasione, Resistenza e Fuga della Forza Aerea degli USA (SERE è il suo acronimo in inglese).

Il loro lavoro consisteva nell’allenare i soldati statunitensi a resistere alle diverse pressioni a cui sarebbero potuti essere sottoposti se catturati durante uno scontro armato. Con l’analisi del Manuale di Al Qaeda, il lavoro di questi psicologi mutò radicalmente: da quel momento avrebbero dovuto fare uso delle proprie conoscenze per interrogare i prigionieri.

L’uso non etico della psicologia

Mitchell e Jessen potrebbero apparire come gli esperti psicologi dietro le torture a cui furono sottoposti i prigionieri nel caso Guantanamo. Eppure, a uno sguardo più attento, applicarono metodi barbari che esistono da centinaia o migliaia di anni e ne giustificarono l’uso con la teoria psicologica.

Questi “esperti” applicarono la teoria dell’impotenza appresa. Ricordiamo che la definizione si deve allo psicologo Martin Seligman, che la formulò nel 1967. Si basa sull’idea che la punizione costante porta una persona a imparare a comportarsi passivamente dinnanzi a un aggressore, sottoposta come è alla convinzione inculcata di non poter rispondere a questi attacchi.

Mitchell e Jessen realizzarono una barbara interpretazione di questa teoria ed elaborarono dunque quelle che ribattezzarono come “tecniche avanzate di interrogatorio”. Queste ultime non erano altro che torture fisiche sistematiche, quali isolamento, privazione di sonno e cibo, tutto allo scopo di far crollare la volontà dei detenuti. In realtà non è nulla di nuovo, si tratta solo di sadismo.

Avere paura

Il pericolo di questi eventi

I due psicologi non parlavano neppure la lingua dei prigionieri, tuttavia si lasciarono coinvolgere in prima persona nei casi di tortura. Furono proprio loro ad applicare procedimenti come l’affogamento e i colpi alla testa ripetuti per ore. La cosa più assurda è che sono numerosi gli indizi che nonostante ciò non riuscirono nel loro intento: molti prigionieri resistettero e non rivelarono le informazioni chieste.

Quando al caso Guantanamo seguì un’accusa contro cinque prigionieri, Mitchell venne chiamato a deporre come testimone, senza alcuna accusa a suo carico. Insieme al collega Jenssen guadagnò 81 milioni di dollari per il suo lavoro. Entrambi sono tutelati da una assicurazione che prevede cinque milioni di dollari in caso di processo contro di loro. Tuttavia, questi processi non avranno mai luogo perché il caso Guantanamo è avvolto da una totale impunità.

È grave che una delle maggiori potenze al mondo abbia finanziato e supportato pratiche così crudeli. Ma è altrettanto grave che si sia fatto uso non della psicologia, bensì del nome della psicologia per perpetrare tali barbarie.

Pérez Gónzalez, M., & Rodríguez-Villasante y Prieto, J. L. (2002). El caso de los detenidos de Guantánamo ante el derecho internacional humanitario y de los derechos humanos. Revista Española de Derecho Internacional, 11-40.