Io e Annie, tra nevrosi e commedia

Che cos'è la risata? Come si produce l'effetto comico? E, soprattutto, cos'è la felicità e come si raggiunge? "Io e Annie" di Woody Allen è una commedia di carattere descritta con genialità narrativa e cinematografica. Risate e psicologia vanno a braccetto e fanno di questo film una delle migliori commedie romantiche della storia del cinema.
Io e Annie, tra nevrosi e commedia
Leah Padalino

Scritto e verificato la critica cinematografica Leah Padalino.

Ultimo aggiornamento: 11 ottobre, 2022

Era il 1977 quando uscì al cinema Io e Annie, gli anni in cui si viveva anche senza tecnologia e che oggi possiamo osservare da lontano. Nonostante il tempo passato, questo classico di Woody Allen sembra non invecchiare. Si adatta perfettamente alla nostra società e ancora oggi i suoi dialoghi e monologhi sferzanti riescono a farci sorridere.

Io e Annie parla direttamente allo spettatore. Allen esce dallo schermo guardando direttamente la telecamera, rendendoci partecipi. Gioca con noi trasportandoci nelle sue digressioni, avanti e indietro nel tempo, con i suoi dialoghi sottotitolati che includono i pensieri dei personaggi o inserendo un frammento di cartone animato con una parodia di Biancaneve e i sette nani. 

Oltre a essere una chicca cinematografica con un’estetica molto interessante e innovatrice, Io e Annie introduce nella commedia una componente psicologica di grande realismo che tratteggia molto bene i problemi dell’uomo contemporaneo. Le paure e le nevrosi di un’epoca lasciata alle spalle sussistono ancora oggi.

Vincitore di quattro premi Oscar, riconosciuto come una delle migliori sceneggiature nella storia del cinema e tra le più belle commedie romantiche, Io e Annie è assolutamente da vedere. È la commedia romantica per eccellenza, uno spaccato di vita contemporanea. Geniale, spontaneo e riflessivo, è un divertimento per i nostri sensi, ma anche una narrazione densa di contenuti filosofici e psicologici.

Chi è Annie Hall?

Forse prima di chiederci chi è, dovremmo sapere come nasce il personaggio. La storia d’amore tra Alvy Singer e Annie Hall era parte di un’altra sceneggiatura che si è evoluta in un film. Inizialmente doveva chiamarsi Anedonia. L’anedonia è l’incapacità di provare piacere che suscita un perenne senso di insoddisfazione. Ed è proprio di anedonia che soffre il personaggio di Alvy Singer.

L’idea originale, tuttavia, sembrava povera di coerenza ed era più simile a un monologo interiore dello stesso Allen che alla commedia che conosciamo oggi. In seguito, la storia ha preso forma con un risultato eccezionale. Io e Annie è una commedia che guarda alla realtà e normalizza le sedute dall’analista

“Essenzialmente è così che io guardo alla vita: piena di solitudine, di miseria, di sofferenza, di infelicità e disgraziatamente dura troppo poco.”

Io e Annie

Annie Hall altri non è che Diane Keaton. Allen non ha inventato Annie e non ha cercato lontano l’ispirazione per i suoi eccentrici protagonisti; ha descritto se stesso e la sua partner di allora, Diane Keaton.

Il vero nome della Keaton è Diane Hall, chiamata in famiglia Annie. Oltre al nome, troviamo altri accostamenti tra il personaggio e l’interprete, ad esempio il lavoro come cantante in un nightclub. La pellicola può essere vista come un riflesso del rapporto sentimentale tra Woody Allen e Diane Keaton. La successiva rottura è un invito a riflettere sulle relazioni moderne.

Annie Hall: uno stile

Annie Hall non lanciò soltanto un modello cinematografico, ma influenzò anche il mondo della moda. Con i suoi indumenti di taglio maschile, i vestiti larghi, il gilet e la cravatta, lo stile della Keaton usciva dagli schemi del tipico look femminile cinematografico. I suoi abiti fecero tendenza, andarono controcorrente e contribuirono a dare al personaggio una forte personalità.

Io e Annie, Woody Allen e Diane Keaton

Psicologia e risate

Psicologia e risate possono andare di pari passo? Si è parlato molto di umorismo nel corso della storia; inizialmente l’effetto comico era associato alla cultura più bassa, mentre l’alta cultura era decisamente seria.

Già nell’antichità autori come Democrito, Aristofane o Ippocrate si occuparono della risata. Cicerone e Quintiliano ne analizzarono la retorica; esistono manuali sull’arte oratoria con capitoli sui motti di spirito o la capacità di far ridere per mantenere alta l’attenzione del pubblico.

La risata era interpretata come atto provocato da un gesto goffo o in qualche modo volgare. Non c’è da stupirsi che spesso venisse associata alla figura dello sciocco o del folle. E a dir la verità, in principio non si faceva molta distinzione tra le due figure. La diversificazione arriverà in seguito, soprattutto con il Don Chisciotte di Cervantes, in cui compaiono le due figure ben tratteggiate: lo sciocco, Sancho Panza, e il pazzo, Don Chisciotte.

Io e Annie, scena del film

Nel periodo umanista spicca la figura di Laurent Joubert che con il suo Traité du ris accosta tale argomento alla psicologia. Saranno in seguito numerosi gli autori che affronteranno la risata, come Freud, Bergson o Koestler.

Il filosofo francese Henri Bergson riunì una serie di articoli nel saggio intitolato Il riso. In esso giunge alla conclusione che la risata è scatenata da un contrasto tra due piani. Koestler, d’altra parte, fa un ulteriore passo, affermando che è il prodotto di una “bisociazione”, ovvero l’atto di associare due elementi o due schemi apparentemente incompatibili.

Io e Annie: l’aspetto comico delle nevrosi

Se da una parte alcuni studi approfondiscono la risata nel suo aspetto psicologico, Io e Annie ride e ci fa ridere delle nevrosi contemporanee. Le situazioni quotidiane sono portate alle estreme conseguenze. La trama principale viene spesso interrotta con stratagemmi narrativi per introdurre figure note come il filosofo Marshall McLuhan fino all’espediente dell’agnizione con il personaggio di Alvy Singer. Nel caso di Alvy Singer, l’agnizione (che si ottiene fornendo al personaggio elementi che possano produrre un riconoscimento finale) ci dà la sensazione di psicanalizzare Allen o noi stessi.

Alvy è un comico con una serie infinita di problemi psicologici. Va dall’analista, mette tutto in discussione ed è troppo razionale. Ridiamo di noi stessi, delle nostre fobie, dei problemi di un mondo a cui apparentemente non manca nulla, ma è profondamente infelice.

Allen compie un’impresa cinematografica e umoristica fuori dal comune, regalandoci una delle sceneggiature più belle della storia del cinema, in cui psicologia e comicità si fondono in modo perfetto.

“Sono stato espulso dal college per aver copiato ai miei esami di metafisica; avevo sbirciato nell’anima del mio vicino.”

Io e Annie

Io e Annie, madre e figlio

Che cos’è la felicità?

Alvy Singer ha passato tutta la vita a cercare la felicità, ma niente è in grado di restituirgli questa sensazione. Neanche l’amore per Annie Hall, in cui troverà delle imperfezioni. Alvy è un Pigmalione contemporaneo che cerca di plasmare Annie nel suo ideale di donna.

Siamo abituati ad associare la felicità al possesso: di una persona, di beni materiali, di uno status. E questo film ci ricorda che le relazioni non sono perfette; a volte sono irrazionali o addirittura ci portano alla psicosi.

Nella sua incessante lotta per comprendere e raggiungere la felicità, Alvy chiede a una coppia dall’aspetto molto felice il segreto della loro felicità. Sono felici perché non si fanno nessuna domanda, non hanno alcuna idea, sono completamente vuoti e superficiali. Ecco quindi una possibile ricetta per la felicità: non pensare troppo e vivere nell’ignoranza.

In un mondo frenetico come il nostro, non c’è spazio per il pensiero. Alvy incarna l’animale urbano nevrotico e pessimista, parodia della nostra società contemporanea, di noi stessi. Io e Annie ci invita a riflettere e ad affrontare la realtà con una risata, altrimenti potremmo essere il prossimo Alvy Singer.

“Una relazione credo sia come uno squalo, sa che deve costantemente andare avanti o muore. E credo che quello rimasto a noi sia uno squalo morto.”

Io e Annie


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