La diffidenza e il prezzo per le nostre relazioni

05 giugno, 2020
Secondo alcuni esperti, viviamo nella cultura della diffidenza. Non ci fidiamo troppo delle istituzioni, delle informazioni che riceviamo e persino di alcune persone... Tutto ciò si manifesta a livello cognitivo in modo specifico, ovvero sotto forma di stress.
 

Le neuroscienze affermano che il cervello umano è progettato per individuare i pericoli e le minacce alla sopravvivenza. Ebbene, a partire dagli ultimi anni, tale meccanismo si è raffinato ancora di più. Alcuni fenomeni, come  le fake news, non fanno alto che cementare la ben nota cultura della diffidenza.

Ma stiamo diventando davvero più diffidenti? È probabile. E ciò non rappresenta affatto un vantaggio, per quanto si debba sempre procedere in modo cauto, e adottare gli strumenti necessari per discernere tra verità e menzogna.

Ma ammettiamolo, non c’è niente di più triste della mancanza di fiducia; quella che crea distanze tra gli esseri umani, quella che ci fa dubitare delle istituzioni e che alimenta le diverse teorie del complotto.

La diffidenza, inoltre, ha un potere drenante sulla salute psicologica. Questo è un aspetto di cui non si parla spesso, in quanto, sebbene il cervello sia dotato dei meccanismi per rilevare i pericoli e le minacce, la sua reale priorità è la connessione sociale. Siamo creature sociali, abbiamo bisogno del gruppo per sopravvivere, relazionarci, emozionarci, condividere, essere e costruire.

Il germe della diffidenza provoca stress e alza muri contro i rapporti umani. In quanto esseri umani, siamo capaci delle cose migliori quando lavoriamo insieme, quando uniamo sinergie e fiducia comune per raggiungere il progresso. Ma in cosa consistono le neuroscienze della diffidenza? Ne parliamo nelle prossime righe.

 
Uomo di fronte cervello

Neuroscienze della diffidenza: di cosa si tratta?

Per capirlo, bisogna fare diversi esempi. Tutti noi, almeno una volta, siamo caduti nella trappola delle fake news. Qualcuno ci invia una notizia, la leggiamo, ne rimaniamo sorpresi, la diamo per certa e la condividiamo. Scoprire che si tratta di un falso ci turba, ci infastidisce, ci fa sentire ingenui.

Quando ciò si ripete più volte, qualcosa in noi cambia. Diventiamo più scettici e ancor meno ricettivi. Qualcosa dentro il nostro meraviglioso cervello è cambiato.

D’altro canto, succede quasi la stessa cosa nelle relazioni. Quando una persona per noi importante tradisce la nostra fiducia, avvertiamo una sensazione che va oltre la rabbia o il fastidio: ciò che sperimentiamo è il dolore emotivo.

Queste due situazioni mostrano che si verificano dei cambiamenti a livello cognitivo. Tali sensazioni negative e spiacevoli non influiscono solo sull’umore.

Possiamo persino arrivare a cambiare il nostro comportamento: essere più severi nel dare veridicità a ciò che leggiamo o non fidarci delle persone per evitare nuove delusioni. Ebbene, cosa dicono le neuroscienze della diffidenza al riguardo?

 

La fiducia e la diffidenza sono localizzate in parti diverse del cervello

Si potrebbe parlare di cervello fiducioso e cervello diffidente. Il primo ha sede nella corteccia prefrontale, l’area associata al pensiero superiore, alle funzioni esecutive come l’attenzione, la riflessione, la deduzione, il discernimento, l’empatia…

La fiducia rilascia nel cervello potenti sostanze neurochimiche come l’ossitocina. Avere fiducia ci conforta, ci fa sentire bene.

D’altro canto, le neuroscienze della diffidenza affermano che tale stato è legato a un meccanismo primitivo. Quando lo sperimentiamo, si attivano l’amigdala e le altre aree del sistema limbico. Il cervello sperimenta la diffidenza allo stesso modo dello stress. Rilascia cortisolo, il senso critico e riflessivo si riducono, insieme all’empatia.

La diffidenza ci rende più cauti. Oltre a ciò, l’incapacità di riflettere, ragionare e vedere le cose da una prospettiva più ampia ci porta a rimanere bloccati o ad assumere comportamenti inflessibili e persino aggressivi.

Uomo arrabbiato

Le conseguenze della cultura della diffidenza

Forse viviamo davvero nella cultura della diffidenza, e forse ci è sempre più difficile credere a tutto ciò che ci dicono, a ciò che leggiamo e persino a ciò che ci circonda. Lo abbiamo sottolineato all’inizio: che sia vero o meno, è pur sempre triste e altamente negativo per la società e per il singolo.

 

Per tale ragione, le neuroscienze della diffidenza sostengono che bisogna ribaltare tale stato. Sperimentare questa sensazione ha un prezzo: il cervello la vive come un evento stressante.

Non fidarsi di chi si ha intorno, di ciò che si legge quotidianamente o di ciò che dicono i politici o le istituzioni pubbliche, immerge in un costante stato di incertezza e di disagio. È come vivere sempre sulla difensiva. Ed è per queste ragioni che è opportuno tenere in considerazione i seguenti punti chiave.

Riflessioni

  • La diffidenza deve riguardare una situazione specifica o una persona in particolare. Persone con le quali abbiamo avuto un problema, una delusione o un tradimento. Ma evitiamolo: non generalizziamo solo per il gusto di farlo.
  • Non è possibile vivere con un approccio del tipo “o tutto o niente”. Gli esseri umani possono sbagliare, la società non è perfetta, gli errori esistono e ciò va accettato come normale. Ebbene, che ci abbiano deluso una volta non significa che la stessa cosa si ripeterà per sempre.
  • Quando si agisce con diffidenza, si ottiene altrettanta diffidenza. L’atteggiamento più genuino verso gli altri è la fiducia; solo se ci fidiamo degli altri, gli altri si fideranno di noi.
  • Non lasciarsi trasportare dalle pressioni del gruppo. Spesso chi ci circonda ci spinge a provare sfiducia, a tapparci le orecchie, gli occhi e i cuori di fronte a cose e persone intorno a noi. È necessario evitare ogni condizionamento e pensare con la propria testa.
 

Per concludere, nei momenti di difficoltà nulla è più importante come potersi fidare degli altri. È un elemento tanto vitale per l’essere umano quanto lo è l’ossigeno o la terra sotto i piedi. Torniamo pertanto a emanare fiducia e permettiamoci di provarla ancora.