La tecnica dell’invito: come lasciamo che gli altri ci offendano

18 maggio 2017 in Psicologia 1896 Condivisi

In ambito psicologico l’obiettivo è che il paziente prenda le redini della sua vita e non si lasci sopraffare dalle emozioni o dalle situazioni esterne che spesso si trova ad affrontare. L’idea è quella di favorire l’accettazione incondizionata di se stessi, degli altri e della vita in generale, in modo tale che gli eventi e le cose che accadono abbiano la giusta influenza, né troppa né troppo poca.

Non si tratta di conformismo come spesso si tende a pensare. Essere conformisti, come suggerisce il termine, ci ancora nella zona di comfort dove controlliamo ogni cosa, questo non per accettazione, ma per paura di spiegare le ali e scoprire la magia che la vita ci riserva.
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Non vogliamo persone conformiste. Ci piace la gente appassionata, con voglia di vivere al massimo, che ha traguardi, desideri e speranze da realizzare. Questo non esclude l’essere maturi a livello emotivo, sapere regolare le proprie emozioni, controllare il proprio modo di interpretare e percepire il mondo, accettare la sconfitta, il fallimento o le critiche considerandoli un aspetto normale della vita.

Quante volte ci siamo arrabbiati perché qualcuno ci ha detto o fatto qualcosa di “ingiusto”? Quante volte abbiamo dato la colpa agli altri dei nostri sentimenti? Tutti l’abbiamo fatto e tutti ci siamo sbagliati. Le emozioni sono solo nostre e quando siamo di cattivo umore è perché lo decidiamo noi.

Non sono gli altri ad offenderci, ci offendiamo noi

Di certo a nessuno piace che gli venga sottolineato un difetto, un errore o in generale essere criticato. Le persone preferiscono gli elogi perché così si sentono accettate e questa approvazione è fonte di grande piacere (stimola il circuito cerebrale di ricompensa, tanto che la ricerca di riconoscimento può creare dipendenza). Al contrario, le critiche o i rifiuti possono generare sentimenti di ansia, depressione o anche ira.

Evidentemente queste emozioni non sono il piatto preferito di nessuno ed evitiamo in tutti i modi di provarle. Il problema è che il modo in cui evitiamo queste emozioni non è quello giusto.
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Quando riceviamo un commento negativo, la prima cosa che facciamo è metterci sulla difensiva, tentare di giustificarci, dare spiegazioni o rispondere con una critica in maniera risentita. Perché facciamo questo? Perché ci offendiamo, non per quello che l’altra persona ha detto, ma perché noi, attraverso il nostro dialogo interiore, ci diciamo che il pensiero di quella persona è l’unica verità possibile. A lei lo neghiamo, ma dentro di noi lo confermiamo.

Diciamo che “compriamo” le critiche dell’altro, ci crediamo, le facciamo nostre e le integriamo con i nostri principi, lasciando che modifichino i nostri schemi. Siamo noi a decidere che avvenga tutto questo e questa decisione ci porta a farci trattare come marionette, influenzati dall’opinione altrui.

Quindi non sono gli altri ad offenderci. Chi ci sta accanto ha il diritto di pensare ed esprimere ciò che vuole. Ma siamo noi i responsabili quando “raccogliamo” quelle critiche e ci convinciamo che siano una realtà assoluta.
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Non vi sembra strano che con i commenti positivi o gli elogi non accada la stessa cosa? Non accettiamo allo stesso modo le lodi, gli auguri o un giudizio positivo. Se, però, ci dicono qualcosa di negativo, allora lo facciamo nostro.

La tecnica dell’invito, accetti?

La tecnica dell’invito si usa durante la terapia per far capire al paziente ciò che abbiamo detto fino ad ora. Buddha diceva “se qualcuno vuole regalarmi un cavallo e io non lo accetto, che ne sarà del cavallo?”. Continua ad essere della persona che lo voleva regalare. Lo stesso vale per le critiche.

Gli insulti o i commenti tossici sono come regali: se li raccogliamo, li accettiamo. Se non li accogliamo, l’insulto rimane nelle mani di chi ce l’ha rivolto.
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Se esistono persone che vogliono sprecare le loro energie con noi in maniera negativa, è un problema loro. Il nostro è quello di accettare o meno i loro insulti o offese. Se lo facciamo, la responsabilità è nostra e non serve a nulla pretendere di far cambiare opinione all’altro perché probabilmente non lo farà e allora saremo noi a sprecare energie.

Con la tecnica dell’invito, il terapeuta invita il paziente a provare una situazione concreta. Ad esempio, chi si sente un fallito, una brutta persona, fisicamente brutto, ecc., ricorre a questa tecnica quando confida al terapeuta di ricevere sempre commenti negativi o che ci sono persone che lo fanno sentire in questo modo.

Il terapeuta gli offre una busta, a mo’ di invito, dove c’è scritto: “Io, tua/o (mamma, sorella, collega, partner…) ti invito a sentirti (inutile, colpevole, disprezzato, brutto, grasso…). Accetti l’invito?” Il paziente a questo punto deve scrivere che non accetta di sentirsi in questo modo perché non pensa che definisca la sua persona, ma che capisce il punto di vista dell’altro.

In questo modo, il paziente impara ad accettarsi in maniera incondizionata e ad accettare le opinioni altrui senza voler cambiarle, ma la cosa più importante è che impara a non offendere se stesso comprando giudizi che non gli appartengono.
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Questa accettazione ci libera del peso di voler compiacere tutti, una cosa che non riusciremo mai a fare del tutto. La tecnica dell’invito va praticata a livello mentale secondo necessità, ogni volta che qualcuno ci rivolge un giudizio o un commento negativo. Così, con la pratica, saremo in grado di offenderci sempre meno e anche di usare qualche critica a nostro favore.

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