L’affido: una storia di violenza

1 Giugno 2020
L'affidamento congiunto può rivelarsi un'esperienza particolarmente dura, come racconta il film "L'affido: una storia di violenza", acclamatissimo in Francia.

Il film drammatico sulla violenza sessista L’affido: una storia di violenza, debutto assoluto per il regista Xavier Legrand, ha vinto il premio come Miglior Film della 44ª edizione dei premi César. Si tratta di uno dei massimi riconoscimenti per il cinema francese ed europeo. Un film presentato quasi in sordina, ma che ha ottenuto un ottimo risultato ai botteghini e che racconta una storia di altissimo valore sociale.

Ne L’affido: una storia di violenza, il regista fa entrare gli spettatori in una stanza in cui prendono vita le problematiche, le angosce e i drammatici errori di un affidamento congiunto. La trama, i dialoghi e la  narrativa rendono impossibile distogliere lo sguardo dallo schermo, fino alla fine.

In questa pellicola, semplice ma pungente, lo spettatore scopre che i mostri esistono davvero, ma non hanno le sembianze dei racconti classici. Il loro volto non è malformato e non si nascondono tra i vicoli di quartieri abbandonati, anzi. A volte vivono all’interno di famiglie benestanti e apparentemente serene. Spesso possono essere molto più vicini di quanto si possa pensare.

Affidamento congiunto: quando un genitore è il “mostro”

La storia ci viene presentata attraverso il giudice istruttore che prende in carico un normale caso di divorzio con la relativa disputa per la custodia dei bambini. È difficile avere una visione totale del caso, anche se alcuni dei suoi elementi più importanti sembrano evidenti. Come i continui atti di violenza perpetrati dal padre ai danni della madre.

È da questo momento che tutto si complica e la stessa Giustizia sembra smarrirsi. Non ci dovrebbero essere dubbi in un crocevia così importante, come se è conveniente o meno costringere un bambino a trascorrere del tempo con il padre “mostro”. Colui che picchia, umilia e usa la violenza nei confronti della propria moglie.

L’avvocato della madre, Miriam, (impersonata dall’attrice Léa Drucker) descrive l’ex marito come un uomo particolarmente possessivo e violento. Allo stesso tempo, l’avvocato di Antoine (Denis Ménochet) nega categoricamente tale definizione ed è convinto che le “esagerazioni” di Miriam siano frutto di un piano da lei architettato per ottenere l’affido esclusivo.

Il giudice legge la dichiarazione scritta del piccolo Julien (Thomas Gioria), dove ribadisce più volte di non voler essere affidato al padre “mostro”. Mentre esamina il resoconto del bambino, il magistrato fissa entrambi i genitori cercando di rilevare eventuali anomalie o gesti che possano aiutarla a stabilire il suo verdetto. La sua futura decisione è accompagnata da molti dubbi.

È difficile per l’avvocato della donna trovare delle prove tangibili del vero carattere dell’ex marito. Il “mostro”, di fatto, è abile nell’adattare il suo comportamento ai suoi interessi. Così, la vena maschilista, violenta e aggressiva affiorerà solamente alla fine del film.

Dal modo in cui procede il processo giudiziario, lo spettatore intuisce che molto probabilmente il magistrato verrà confuso a tal punto da commettere un gravissimo errore.

Si assisterà a una lenta esplosione di violenze domestiche, repressione e inquietudine che scorrono sullo schermo attraverso la magistrale interpretazione del giovanissimo Thomas Gioria, nei panni di Julien, il più piccolo della famiglia. Proprio la sua età lo condannerà a diventare la seconda vittima di questa drammatica storia.

Dalla fredda risoluzione giudiziaria all’inferno dell’affido condiviso

Dal primo momento in cui il padre Antoine ottiene la custodia, si avverte un clima di tensione latente. Un primo piano del volto del bambino spaventato, un dialogo senza parole, capace di far venire la pelle d’oca, sono solo alcuni elementi che trasmettono a chi guarda una continua sensazione di soffocamento.

Lo sguardo e le espressioni del piccolo raccontano la storia del vissuto, del sentimento. L’assenza di musica fa apparire i suoni della vita quotidiana vere e proprie minacce. Una chiave che entra nella toppa e apre una porta, un suono che è il grilletto della paura per molte donne maltrattate.

Lo spettatore si accorge che non si tratta di un caso di alienazione genitoriale, etichetta diagnostica di dubbia base scientifica. Il perverso narcisista Antoine sa come manipolare la mente altrui. Il suo gioco consiste nell’apparire come un essere incompreso, una vera e propria vittima, colpevole solo di voler mantenere unita la sua famiglia.

L’affido: una storia di violenza rivela che i mostri esistono (e vivono tra noi)

Nessuno in famiglia crede a questo ruolo simulato, sanno che qualsiasi approccio non è un pentimento significativo, ma una maggiore approssimazione al controllo che Antoine desidera recuperare.

La grande forza del film risiede soprattutto nel modo in cui il regista, Xavierd Legrand, è capace di togliere il fiato allo spettatore. Usando un misto di paura e speranza, che si rincorrono in modo quasi diabolico.

La tensione è costante ma latente, subdola proprio come il padre, che da un momento all’altro tenterà di dare sfogo a tutta la sua frustrazione. Un padre che sa di poter perdere l’affido condiviso e che continua a minacciare e abusare la moglie, che vive nascondendosi per evitare ulteriori minacce.

La strategia del padre di avvicinare sua moglie Miriam attraverso l’intimidazione del figlio minore sembra però fallire. Questa consapevolezza è drammaticamente pericolosa perché può rappresentare la miccia per nuovi episodi di rabbia e violenza, in cui lei ne pagherà le conseguenze.

Inizia a sentirsi un ticchettio, lento e costante, che toglie il respiro allo spettatore. E si torna nella stanza fredda dove è stata deciso l’affido. Non si capire perché una realtà così evidente (per chi guarda) sia invisibile a chi è chiamato a giudicare e, soprattutto, a garantire giustizia. Anche in questo caso, si tratta ancora una volta di abuso, violenza.

Una scena del film L'affido: una storia di violenza

L’affido: una storia di violenza, responsabilità sociale

Il corso della storia anticipa il disastro. L’unica speranza del piccolo Julien è che il citofono smetta di suonare. Sa che il “mostro” l’aspetta sotto, sa che citofonerà a lungo, anche per ore, se necessario. Intuisce che se non ne andrà.

Ma nel momento in cui il suono cessa, ne iniziano altri. E sottolineeranno, ancora una volta, che Antoine non è disposto a cedere. L’ultima scena del film è terrificante, senza bisogno di effetti speciali o make-up lugubri. Il padre ormai appare completamente de-umanizzato, come una vera e propria bestia, accecata dall’orgoglio e dalla vendetta.

Le scene sono così reali che l’empatia iniziale verso questa povera madre e suo figlio lascia posto al dolore. Lo spettatore diventa come quel vicino di casa che ascolta i rumori delle violenze o l’agente di polizia che risponde alla chiamata di soccorsi realizzata da uno dei figli.

Finalmente, ne L’affido: una storia di violenza, si capisce che i mostri esistono e vivono all’interno di famiglie che potrebbero essere la nostra e non ai margini delle strade più malfamate. I mostri possono portare il nostro cognome, e questo pesa ancora di più.

Certo, questi casi possono essere affrontati grazie alle moderne terapie cognitivo comportamentali, ma solo in una fase successiva. I mostri vanno combattuti con la forza dell’educazione, la spada dell’empatia, lo scudo della solidarietà, le sbarre della giustizia e un intervento quantomai rapido e deciso.