Le neuroscienze della vendetta

Le neuroscienze della vendetta indicano che esistono persone che amano punire coloro i quali, in un dato momento, le hanno respinte.
Le neuroscienze della vendetta
Valeria Sabater

Scritto e verificato la psicologa Valeria Sabater.

Ultimo aggiornamento: 15 novembre, 2021

Secondo le neuroscienze della vendetta, esistono persone che, piuttosto che voltare pagina dopo una delusione, un rifiuto o una presunta ingiustizia, alimentano l’odio fino al punto di pianificare un contrattacco. Invece di tenere sotto controllo la rabbia, razionalizzarla o adottare appropriate strategie per gestirla, permettono che tale malessere diventi cronico.

Parlare di vendetta, come ben sappiamo, è estremamente complicato ed è quasi impossibile non sconfinare in aspetti etici, morali e persino legali. Alcune azioni, naturalmente, necessitano di una reazione, ma spetterà ai tribunali applicare la giustizia e non bisognerà mai ricorrere alla violenza. In questo articolo, tuttavia, approfondiremo gli aspetti neurologici e psicologici della questione.

Facciamo un esempio. Gli amanti dei romanzi criminali ricorderanno senza dubbio il nome di Ted Bundy, uno dei più spietati serial killer della storia. Non si conosce ancora il numero esatto delle sue vittime. Dopo una serie di colloqui, test psicologici e neurologici, si scoprì che possedeva più di una personalità psicopatica.

Bundy uccise un gran numero di giovani donne, mosso da un desiderio di vendetta alimentato negli anni. All’origine (fattore scatenante del suo comportamento) vi era l’abbandono da parte della partner. Tale rifiuto alimentò in lui una rabbia smisurata e quasi selvaggia che lo spinse a scegliere vittime con le stesse caratteristiche fisiche della ragazza che lo aveva lasciato.

La vendetta, come si può vedere, agisce in alcuni soggetti come un meccanismo aggressivo e brutale. I neuroscienziati hanno individuato i meccanismi e le aree che regolano questa pulsione. Si tratta di un argomento tanto interessante quanto illuminante. Vediamo cosa dicono le neuroscienze della vendetta al riguardo.

«Addio bontà, addio umanità, addio riconoscenza… addio a tutti quei sentimenti che inteneriscono il cuore. Mi sono fatto sostituto della Provvidenza per ricompensare i buoni…  Che Dio mi faccia ministro della sua vendetta per punire i cattivi.»

Il Conte di Montecristo, Alexandre Dumas-

Donna arrabbiata

Le neuroscienze della vendetta

E se ci oltraggiate, non dobbiamo vendicarci? Recitava Shakespeare in una delle sue opere. Tutti noi, almeno una volta nella vita abbiamo provato la stessa sensazione. Quando si subisce un insulto o una cattiva azione da parte di qualcuno, è quasi inevitabile maturare il desidero di restituire all’altro il torto subito. Provare e persino sperimentare tale desiderio è neurologicamente ed emotivamente naturale.

La maggior parte di noi, tuttavia, razionalizza la situazione e dopo una fase di riflessione e un’adeguata gestione delle emozioni torna in sé voltando pagina. Quest’ultimo meccanismo, quello che regola ed estingue il desiderio di vendetta, è mediato dalla corteccia cerebrale.

È in essa, e in particolare nell’area prefrontale dorsolaterale (DLPFC) che si attivano ​​i meccanismi dell’autocontrollo. Ebbene… cosa succede, invece, alle persone dalla personalità vendicativa?

La ferita del rifiuto e dell’ingiustizia

Nel 2018 l’Università di Ginevra ha condotto un interessante studio. Grazie a esso, le neuroscienze della vendetta dispongono di prove più solide in grado di mostrarci aspetti sorprendenti.

  • La vendetta in genere fa riferimento a risposte quali l’ira e la rabbia. Ma cosa provoca la manifestazione di queste emozioni? Nella maggior parte dei casi il fattore scatenante dei comportamenti vendicativi sembra essere il rifiuto.
  • Il rifiuto è una sensazione angosciante provata da una persona quando si sente separata da qualcosa che, fino a poco tempo prima, era per lei di estrema importanza. Potrebbe trattarsi del partner, del lavoro, della famiglia o di un gruppo di amici, e si interpreterà il fatto come ingiusto ​​o un tradimento da parte della società.
Amigdala nel cervello

Dove si trova l’impulso alla vendetta?

La Dott.ssa Olga Klimecki-Lenz, ricercatrice presso il Centro svizzero per le scienze affettive (CISA), ha individuato l’area nella quale si concentrano le, per così dire, pulsioni vendicative.

  • La struttura che attiva il sentimento della rabbia è la ben nota amigdala.
  • Grazie a una serie di esami strumentali, come la risonanza magnetica, si è visto a livello sperimentale come si attiva questa piccola struttura quando si subisce un insulto, un’offesa, un tradimento e il dolore del rifiuto.
  • Si può affermare che in queste situazioni per prima cosa si prova paura.
  • La sensazione di sicurezza e di fiducia legata a qualcosa o qualcuno, viene spazzata via all’istante e subentrano la paura e l’angoscia. In seguito, compaiono la rabbia e la voglia di mettere a punto una qualche forma di punizione.
  • La punizione, inoltre, è legata al sistema di ricompensa. Ovvero, la persona prova piacere nel vendicarsi o nel restituire l’affronto subito.
  • D’altro canto, insieme all’amigdala si attiva anche il lobo temporale superiore. Le due aree accrescono il bisogno di operare un’azione vendicativa. L’aspetto più interessante, tuttavia, viene subito dopo.
  • Una volta che le due strutture si attivano, si sviluppa una sensibile attività della corteccia prefrontale dorsolaterale. Il motivo? Calmare l’intensità dell’emozione e promuovere l’autocontrollo.

Quest’ultima informazione apre all’interessante possibilità di ridurre gli atti di violenza e vendicativi attraverso la stimolazione magnetica. Come ben sappiamo, però, i comportamenti aggressivi come quelli del serial killer Ted Bundy dipendono da molteplici fattori che non sempre possono essere spiegati da meccanismi neurobiologici.

Il fascino delle neuroscienze della vendetta

Dal punto di vista culturale, ma anche psicologico, la vendetta è una dimensione decisamente interessante. In un’opera magistrale quale Il Conte di Monte Cristo, Alexandre Dumas insegna che la vendetta è un piatto che va servito freddo e che può richiedere anni per essere portata a compimento.

Tuttavia, non bisogna tralasciare un aspetto fondamentale: le persone che adottano tale comportamento su base regolare mostrano un aspetto rilevato da scienziati come Kevin M. Carlsmith, Timothy D. Wilson e Daniel T. Gilbert: la mancanza di empatia.

Se ci interroghiamo sul perché alcuni profili provano il bisogno quasi costante di farla pagare se hanno subito una presunta ingiustizia, la psicologia afferma che rispondono quasi sempre a uno stesso schema: sono narcisisti, insicuri, dalla scarsa gestione emotiva, incapaci di perdonare e affatto empatici.

Per concludere, vale la pena di riflettere su un’idea estremamente semplice: a tutti noi è capitato di provare il desiderio di vendetta. Decidere di mantenerci calmi ed essere prudenti è proprio quello che ci rende umani, che ci nobilita.

«Le persone deboli si vendicano. Le persone forti perdonano. Quelle intelligenti ignorano.»

-Albert Einstein-


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  • Chester, DS, Lynam, DR, Milich, R., y DeWall, CN (2018). Mecanismos neurales del enlace rechazo-agresión. Neurociencia social cognitiva y afectiva, 13 (5), 501-512.

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