Cinque manifestazioni di aggressività mascherata

19 aprile 2016 in Psicologia 27 Condivisi

Quando si parla di aggressività, si può fare riferimento a due diverse tipologie: quella aperta e quella mascherata. Nel caso dell’aggressività aperta, il comportamento aggressivo è dato in maniera diretta: esso è visibile e concreto.

Nel caso dell’aggressività mascherata, il comportamento dell’aggressore è attuato attraverso un meccanismo più sottile, nascosto, o in altre parole, è camuffato e ingannevole, ovvero implica un alto grado di manipolazione.

La differenza principale tra l’una e l’altra risiede nel modo in cui si manifestano le vere intenzioni dell’aggressore. In questo articolo vi mostreremo cinque segnali che vi permetteranno di identificare l’aggressività mascherata.

Cinque manifestazioni di aggressività mascherata

1.La bugia: quando la verità ci sta stretta

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Si tratta forse della più palese manifestazione di aggressività mascherata, ossia il metodo più comune di violentare l’altra persona, determinato dall’azione di falsificare, in meglio o in peggio, una verità che la riguardi.

Nascondere qualcosa a qualcuno, che lo si faccia apertamente oppure tacendo, manifesta talvolta il timore o il desiderio di non voler affrontare la realtà. Il tutto presumibilmente senza il permesso o il consenso dell’altra persona, rappresentando, così, una vera e propria aggressione, più o meno grave a seconda delle dimensioni della bugia.

Di conseguenza, una volta che la verità viene a galla, si arriva al conflitto, il quale porta alla luce l’esistenza di un’aggressione di fondo. Se così non fosse, non ci sarebbe spazio per i malintesi.

Il meccanismo descritto riflette il fatto che la verità è più grande di noi e finisce per sopraffarci. Sono moltissimi i rapporti sociali basati su un simile circolo vizioso, e che vengono da esso pian piano deteriorati, talvolta fino a scomparire.

2.La colpa: essere vittime di se stessi

Si tratta del processo attraverso cui ricopriamo il ruolo di “vittime” all’interno di una qualsiasi situazione di conflitto. Vogliamo o sentiamo il desiderio di diventare gli oggetti di una vera e propria “ingiustizia”, causata dall’altra persona o dal gruppo di persone coinvolte nella disputa.

Si tratta di un metodo usato tipicamente per evadere le proprie responsabilità, poiché, posizionandosi in un contesto di vulnerabilità e abbandono, l’unica possibilità che rimane per avere la meglio nel dibattito è insinuare negli altri il senso di colpa. Una colpa che spesso finisce per rivelarsi la parte più dannosa dell’intera vicenda.

Il copione è sempre lo stesso: se mi mostro, più o meno consapevolmente, come la vittima della situazione, gli altri proveranno compassione per me e asseconderanno tutti i miei più insignificanti capricci.

Paradossalmente, il debole prende il ruolo del più forte: la sua debolezza accresce il suo potere. Far sentire gli altri in colpa evidentemente “funziona”, ma si tratta di un’aggressione celata, di una forma di manipolazione.

3.Mettere in ridicolo: usare il proprio potere per ridicolizzare

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Ciò avviene quando minimizziamo lo stato o la condizione umana di qualcuno, magari allo scopo di apparire migliori di lui/lei o di ridicolizzarlo/a, nascondendo l’eventuale rancore o rifiuto provato nei suoi confronti. È un potere che l’arrogante esercita a scapito di una debolezza, un errore o un deficit altrui.

Ogni volta che costringiamo un’altra persona a provare vergogna, infatti, stiamo utilizzando l’aggressività per annientarla, fino addirittura a schiacciarla. Ciò può essere dovuto al bisogno di sentirsi migliori di altri, così come ad un sentimento di rifiuto provato verso quella persona. Talvolta addirittura per entrambi i motivi.

Per esempio, quando ci si prende gioco di un’altra persona mettendola in ridicolo in pubblico, anche se si cerca di far passare l’atto come un semplice scherzo, si vuole in realtà nascondere le proprie reali intenzioni; il motivo di fondo può essere il desiderio di sopraffare quella persona per aggredirla.

4.Sedurre: giocare con falsità con l’ego altrui e il proprio

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Avviene quando aduliamo o impressioniamo un’altra persona per ottenere i nostri obiettivi: ci approfittiamo di una qualsiasi debolezza, di solito relativa all’ego di un individuo, per ottenere un vantaggio personale.

L’aggressione non si manifesta nei momenti “piacevoli” in compagnia di quella persona, bensì nel momento in cui si “gioca” con i suoi sentimenti, mascherando una determinata situazione per ottenere un obiettivo losco ed egoista.

Si entra dunque nel merito dell’ambivalenza del proprio ego e di quello altrui, basandosi su una bugia – quando l’altra persona crede di essere chi non è – o su una presunta verità che l’altro ridimensiona.

Si tratta, senza dubbio, di un assurdo “gioco” che non avrà un lieto fine e che porterà alla sconfitta per entrambi. L’aggressione mascherata è ancora una volta data dall’intenzione, dalla manipolazione e, di conseguenza, dalla volontà di utilizzare le persone come oggetti o mezzi per raggiungere i propri scopi.

5.L’assenza: quando sembro qui, ma non ci sono

In quest’ultimo caso, anche se la persona è presente fisicamente, da un punto di vista conoscitivo o mentale, invece, appare distante dalla situazione conflittuale, in un evidente atteggiamento da “non mi importa nulla di nulla”. In altre parole, “puoi andare a dire la tua o a reclamare da qualcun altro”.

Un simile atteggiamento va di pari passo con altre tendenze, come quella di mantenere il silenzio, evitare il contatto degli occhi con la persona, provare fastidio all’idea di dover ascoltare o reagire a ciò che l’altro dice, o semplicemente rispondere con frasi molto corte, che significano poco e che non apportano nulla al tema della discussione.

Infine, è bene sottolineare che il contesto di un’aggressione mascherata, vale a dire degli atteggiamenti di un “buon manipolatore”, non sarà mai ovvio. Chi manipola ha qualcosa da nascondere e ha bisogno di qualcosa che non può o non riesce ad ottenere con i mezzi propri.

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Immagini per gentile cortesia di Jennifer Healy

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