Metafora dei porcospini: paure che diventano aculei

Le relazioni umane sono spesso complicate. C'è chi ha bisogno di affetto, ma al tempo stesso teme i tradimenti e le delusioni. Sceglie dunque di vivere da solo, come un porcospino con la schiena ricoperta di aculei; brama il calore, ma allontana chiunque possa offrirlo.
Metafora dei porcospini: paure che diventano aculei

Ultimo aggiornamento: 03 settembre, 2022

La metafora dei porcospini spiega che amare è meraviglioso, ma per molti rappresenta anche un’esperienza spaventosa. Paura dell’abbandono, del tradimento, di sentirsi vulnerabili, di aprirsi a qualcuno e poi di essere presi in giro.

Avere una relazione significa correre dei rischi, ma la verità è che c’è chi vede più minacce e territori minati che benefici. Questo modo di intendere le relazioni di coppia o amicizia è tipico della personalità ansioso-evitante. Uomini e donne che bramano interazione sociale e amore. Temono, però, di affidare il proprio benessere in mani estranee, il che spiega perché si rifugiano nella solitudine e prediligono ambienti in cui tutto è sotto il loro controllo.

Individui che sembrano avere aculei invisibili sulla schiena. Con il loro atteggiamento, allontanano chiunque desideri avvicinarsi a loro. Feriscono con le loro reazioni, spesso imbronciati o dominati da una timidezza corrosiva.

Potremmo pensare che siano in qualche modo asociali e la loro condotta ricorda in qualche modo la sindrome di Hikikomori.

La metafora dei porcospini di Schopenhauer spiega molto bene questo profilo di personalità. Possiamo apprezzare questa metafora nell’opera Parerga e paralipomena (1851).

La connessione è un bisogno umano fondamentale, ma a volte paure e ansie feriscono noi stessi e gli altri.

Metafora dei porcospini e uomo solitario.
Le paure e i meccanismi di difesa impediscono di avere relazioni soddisfacenti.

Metafora dei porcospini

La metafora, o dilemma, dei porcospini è un’interessante parabola che invita a riflettere. Arthur Schopenhauer lo descrisse così:

“Una compagnia di porcospini, in una fredda giornata d’inverno, si strinsero vicini, per proteggersi, con calore reciproco, dal rimanere assiderati. Ben presto, però, sentirono il dolore degli aculei reciproci; il dolore li costrinse ad allontanarsi di nuovo l’uno dall’altro. Quando poi il bisogno di scaldarsi li portò di nuovo a stare insieme, si ripeté quell’altro malanno; di modo che venivano sballottati avanti e indietro tra due mali: il freddo e il dolore. Tutto questo durò finché non ebbero trovato una moderata distanza reciproca, che rappresentava per loro la miglior posizione…”

Schopenhauer ha delineato con questo dilemma una realtà non meno spinosa: l’essere umano ha bisogno di solitudine e amore al tempo stesso. In compagnia emergono i tratti di personalità più reconditi, quelli che ostacolano, per esempio, la vita di coppia. Dunque, ci allontaniamo, ed ecco che in quella distanza riappaiono il freddo e l’abisso del vuoto.

Tra la solitudine letale e i legami che feriscono

I piccoli porcospini di Schopenhauer devono fare i conti, da un lato, con il rigido inverno, dall’altro con il dolore degli aculei quando cercano di stare vicini. L’essere umano si ritrova spesso in una situazione simile.

La solitudine può essere letale, ma a volte anche convivere è spiacevole. Cosa fare allora? Alcune persone scelgono di isolarsi; ne è un esempio la sindrome di Hikikomori citata all’inizio di questo articolo, quel sorprendente fenomeno psicopatologico e sociologico in cui ci si rinchiude in stanza per mesi evitando ogni obbligo sociale.

Secondo uno studio condotto presso l’Università di Newcastle, anche il disturbo evitante di personalità mostra la paura di interazione sociale e rifiuto. In Parerga e paralipomena Schopenhauer afferma che c’è chi ha molto calore interno, dunque preferisce stare lontano dalla società per evitare di arrecare o ricevere disagio.

Niente di più lontano dalla realtà. L’essere umano ha bisogno di intimità e connessione sociale per sopravvivere, per godere di adeguato benessere psicologico. L’isolamento fa ammalare, la solitudine provoca morti precoci. Il segreto è stabilire una vicinanza ottimale.

Si dice che Sigmund Freud abbia tenuto la figura di un porcospino sulla sua scrivania per via del suo fascino per la metafora di Schopenhauer.

Coppia che rappresenta la metafora dei porcospini.
Solo quando abbandoniamo le nostre paure, potremo amarci senza ferirci o sollevare le nostre parti appuntite.

La metafora dei porcospini: le creature spinose si stringono insieme

Nel nostro tentativo di raggiungere una connessione intima con qualcuno, possiamo avviare dinamiche complesse. A volte più ci avviciniamo, più facciamo scappare l’altro. Allo stesso modo, la vulnerabilità o l’eterna paura di essere feriti ci portano a respingere la persona che amiamo di più.

Più diventiamo paurosi, più palizzate e mura costruiamo. Esponiamo i nostri aculei e ci feriamo a vicenda. Lo facciamo per proteggere quell’Io terrorizzato che, pur temendo la solitudine, non sa nemmeno lasciarsi amare. Come comportarsi allora?

C’è qualcosa che dovremmo sapere. La metafora dei porcospini non è del tutto vera, è molto utile come esercizio di riflessione, ma in realtà i porcospini non pungono a meno che non si sentano minacciati. I loro aculei sono come folti peli che si irrigidiscono solo quando si sentono arrabbiati o minacciati.

Il segreto è fidarsi, stabilire una distanza ottimale tra libertà personale e intimità. Solo quando spegniamo le nostre paure e comprendiamo che amare senza riserve implica fiducia, otterremo la felicità. Non ci gioverà cercare la vicinanza degli altri se prima non riusciamo, come fanno i porcospini, a placare le nostre parti acute.

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  • Lampe L, Malhi GS. Avoidant personality disorder: current insights. Psychol Res Behav Manag. 2018 Mar 8;11:55-66. doi: 10.2147/PRBM.S121073. PMID: 29563846; PMCID: PMC5848673.
  • Schopenhauer, Arthur (1851-01-01), “Parerga and Paralipomena: Short Philosophical Essays, Volume 2″Arthur Schopenhauer: Parerga and Paralipomena: Short Philosophical Essays, Oxford University Press, vol. 2, pp. 651–652