Psicofarmacologia: storia e caratteristiche

· 22 novembre 2018
La psicofarmacologia ha origine nel XIX secolo con gli studi di alcuni scienziati francesi e tedeschi.

Quando, nel 1800, si cominciò a studiare il comportamento umano in termini di adattamento, ebbe origine anche lo studio della psicofarmacologia. Si tratta della scienza che cerca di curare i sintomi dei disturbi mentali attraverso i farmaci.

La psicofarmacologia trovò presto molti seguaci. Diversi psichiatri del passato abbandonarono le teorie di Freud e Jung per dedicarsi allo studio di questa nuova disciplina.

Nel periodo in cui la farmacia e la psicologia cominciarono a essere correlate, anche la psichiatria venne riconosciuta come una scienza.

Grazie alle testimonianze di alcuni studiosi di allora, tra cui Bessel Van Der Kolk, conosciamo la vera storia della psicofarmacologia. Il percorso di questa disciplina è così giunto fino a noi e ha tuttora una grande influenza.

Gli inizi della psicofarmacologia

All’inizio degli anni ’50 del Novecento, un gruppo di scienziati francesi scoprì la clorpromazina, commercializzata in Italia con il nome di Largactil o Prozin. Questo farmaco aiutava a tranquillizzare i pazienti e a ridurre l’agitazione nei deliri.

Fino a quel momento, il principale trattamento per le malattie mentali presso il Massachusetts Mental Health Center (MMHC) era la terapia conversazionale (derivata dalla psicoanalisi di Freud).

Storia della psicofarmacologia

Fu alla fine degli anni ’60 che avvenne la completa transazione all’approccio medico per i disturbi mentali. Bessel Van Der Kolk, uno dei fautori di tale avvenimento, lavorò come ricercatore assistente presso l’MMHC, con l’obiettivo di scoprire il metodo migliore per trattare i giovani che soffrivano di crolli psicotici.

Il trattamento di Bessel si basava su varie attività popolari tra i giovani e che li mantenevano occupati. Passava con loro molto tempo, osservando i dettagli che i medici non potevano vedere durante le brevi visite. Specialmente di sera, i pazienti raccontavano aneddoti delle loro vite. Erano racconti di botte, maltrattamenti e abusi.

Il potere dell’ascolto attivo in relazione al trattamento psicofarmacologico

Durante il giro visita mattutino, gli assistenti dell’MMHC presentavano i loro casi ai superiori. Raramente raccontavano le storie dei pazienti e delle loro vite. Tuttavia, molti studi posteriori hanno confermato l’importanza di queste confessioni.

“Era sorprendente la freddezza con cui parlavano dei sintomi dei loro pazienti. Quanto tempo passavano cercando di maneggiare le loro idee suicide e le condotte distruttive, invece di cercare di capire le possibili cause della loro disperazione e impotenza.”

-Bessel Van Der Kolk-

Ma era sorprendente anche la poca attenzione prestata ai successi e alle aspirazioni dei pazienti. E non venivano presi in considerazione nemmeno i racconti sulle persone che odiavano o amavano, le loro motivazioni, i loro blocchi…

La realtà supera la fantasia

La schizofrenia causa frequenti allucinazioni corporee, alcune a sfondo sessuale. Durante tali fenomeni il paziente è convinto di vivere una situazione reale. Bessel si chiedeva dunque se le storie di cui sentiva parlare a notte fonda fossero davvero vere.

Esiste una linea netta tra il ricordo e l’immaginazione? E se in realtà le allucinazioni non fossero altro che ricordi intervallati da esperienze reali?

Gli studi hanno dimostrato che molti comportamenti violenti, bizzarri o autodistruttivi sono il prodotto di un trauma del passato. Infatti riemergono quando il paziente si sente frustato, confuso o incompreso.

Trattamenti psicofarmacologici per l'ansia

Bessel si sorprendeva e allarmava davanti ad alcuni atteggiamenti dei medici. A volte sembravano soddisfatti perché erano riusciti a immobilizzare un paziente per fargli un’iniezione.

Con il passare del tempo, si rese conto che lo scopo primario della medicina era dare totale controllo ai medici. E in numerose occasioni questo atteggiamento metteva in secondo piano le esigenze del paziente.

La rivoluzione farmacologica

In seguito alla somministrazione di farmaci antipsicotici, verso il 1955 i pazienti dei centri psichiatrici degli Stati Uniti si ridussero da 500.000 a meno di 100.000 nel 1996. Progressivamente, i pazienti diminuirono, alcuni ospedali chiusero e altri cambiarono nome, prendendo il nome di manicomi.

Nel 1968, l‘American Journal of Psychiatry pubblicò i risultati dello studio a cui aveva preso parte Bessel. Lo studio dimostrava che i pazienti schizofrenici trattati solo con farmaci ottenevano risultati migliori rispetto a quelli che erano stati sottoposti solo alla terapia conversazionale.

Per comunicare i risultati dello studio in maniera precisa e sistematica, i ricercatori dovevano ricorrere a criteri diagnostici di ricerca. In questo modo, nacque il primo metodo per diagnosticare i problemi psichiatrici in maniera sistematica. Si trattava del Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali (DSM) dell’Associazione Americana di Psichiatria.

In seguito, nel 1980, tale sistema venne ritenuto impreciso, ma non è mai stato sostituito da uno strumento migliore. Al giorno d’oggi costituisce ancora il testo di riferimento e più riconosciuto nella pratica clinica.

Il trionfo della psicofarmacologia

I farmaci permisero ai medici di essere più efficaci, e di conseguenza aumentarono le vendite e benefici. Le borse di studio permisero ai laboratori di assumere numerosi studenti e utilizzare strumenti sofisticati. Fu questo, tra le altre cose, che apportò un’impostazione più scientifica agli studi.

I reparti di psichiatria che normalmente si trovavano nei sottoscala vennero spostati ai piani superiori, anche in termini di prestigio. Negli anni ’90, Bessel osservò che gli unici posti dell’MMHC in cui i pazienti trovavano maggiore benessere fisico erano la piscina e la palestra. Così, trasformò questi spazi in laboratori per curare i pazienti.

Storia della psicofarmacologia

Nonostante ciò, le principali riviste mediche raramente pubblicano e/o finanziano studi sul trattamento dei disturbi mentali senza farmaci. Si ricorre, invece, a protocolli standardizzati che non si adattano alle necessità individuali dei pazienti. Nel frattempo, continua ad aumentare l’eccesso di combinazioni farmaceutiche psichiatriche e analgesiche.

In definitiva, la rivoluzione farmacologica ha generato enormi benefici, in associazione alle varie teorie biologiche che spiegano lo squilibrio chimico cerebrale. In molti casi, però, ha anche rappresentato un deterioramento della relazione con il paziente e le attività di intervento.

L’aspetto negativo della psicofarmacologia è dunque rappresentato dal fatto che gli psicofarmaci spesso sostituiscono completamente la psicoterapia. Questa viene spesso posta in secondo piano impedendo in questo modo di risolvere le cause sottostanti ai problemi dei pazienti.

Van der Kolk, B. A. (1994). The body keeps the score: Memory and the evolving psychobiology of posttraumatic stress. Harvard review of psychiatry, 1(5), 23-30.