Quando vivere è l’unica via d’uscita

24 aprile 2016 in Psicologia 22 Condivisi

Non capita spesso di fermarsi a pensare a quanto sia ricco il concetto di “vivere” e a quante emozioni, pensieri e opzioni comprenda. Nell’arco di una semplice giornata, abbiamo la possibilità di arrabbiarci, motivarci, gioire, rattristarci, amare, essere amati, andare, tornare, fare e disfare.

Forse vi sembrerà un’affermazione scontata. Oggigiorno abbiamo accesso a strumenti che ci trasmettono così tante informazioni da renderci impossibile il compito di elaborarle. Proprio per questo, il mero fatto di averli ha perso importanza. Al contrario, riuscire a gestire il nostro tempo in modo da poter elaborare tutto, è diventato di fondamentale importanza.

Ma cosa succederebbe se l’unica opzione che avessimo a disposizione per pensare, sentire o fare fosse vivere? Non è una delle attività che abbiamo citato nell’elenco delle cose che possiamo fare nell’arco della giornata e forse non l’avrete neanche notato. Ma vivere, inteso come “continuare ad esistere” o “mantenersi in vita”, è un’attività così scontata per noi che non ce ne rendiamo nemmeno conto.

Di fatto, però, buona parte della popolazione mondiale si alza e va a dormire ogni giorno con questo pensiero fisso. Il problema della sopravvivenza è a rischio per un insieme di cause maggiori di quelle che può riuscire a comprendere chi, come noi, è abituato al benessere. Fame, povertà, malattie mortali e, naturalmente, la guerra.

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Il dilemma della vita

Prendiamo come esempio quest’ultimo fattore. Pensiamo alla guerra civile in Siria. Siamo nel 2016, e sono già passati più di 5 anni da quando i civili siriani hanno iniziato a morire in modo indiscriminato. A grandi linee, sappiamo che al giorno d’oggi sono state spezzate più di 250.000 vite.

Anche se la nostra sensibilità è inibita dalla pioggia di notizie simili con cui veniamo bombardati ogni giorno, nella società in cui queste vite sono state spezzate, ognuna di esse ha un enorme impatto, a tutti i livelli. È impossibile esprimere a parole la portata della sofferenza delle vittime e di chi è sopravvissuto al conflitto.

Tutti loro, però, si sono scontrati con lo stesso, semplice, dilemma: vivere o non vivere? Domani mattina sarò ancora vivo? Vivrò abbastanza a lungo da vedere crescere mia figlia? Domande logiche, umane e persino necessarie in una situazione in cui fino a 512 bombe al giorno cadono con un ritmo irregolare sullo stesso villaggio.

Eppure, contrariamente a ogni pronostico, i sopravvissuti riescono a mantenersi lucidi. Non perdono la testa. Lottano per rimanere vivi, sia a livello mentale che fisico. E non solo: cercano anche di trovare un “senso” (se si può definire tale) al conflitto, prendendone parte.

Lo fanno abbandonando le loro case per emigrare, lottando nella resistenza anche quando hanno poche garanzie, partecipando a progetti di sostegno sociale verso i gruppi più bisognosi (laboratori di creazione d’impiego per donne che non hanno mai lavorato, assistenza medica negli ospedali, lavori di informazione, documentazione, ecc.).

Si mantengono allerta, con i nervi a fiori di pelle, cercando di non crollare e di portare avanti quelle poche abitudini che la guerra non è riuscita a distruggere. Lottano per riuscire a mantenere le loro famiglie. Più m’informo e mi avvicino a questa realtà, più forte sento risuonare nella testa una domanda che non mi dà pace: come possono farlo?

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 “Un gruppo di bambini sbucò da una viuzza laterale, si mise in cerchio e iniziò a ridere e a giocare. Ma io non lo trovavo divertente. La mia mente continuava a distrarsi per colpa dell’aereo che sorvolava le nostre teste e che poteva ridurci in polvere nel giro di qualche secondo. Due delle loro madri rimasero in piedi sulla porta, l’aria abbattuta.”

– tradotto da  “The Crossing: My journey to the shattered heart of Syria”, Samar Yazbek, 2015-

Com’è possibile vivere?

È complicato immaginare come possa l’essere umano riuscire a sopravvivere in situazioni simili. Esistono diverse opzioni da cui potrebbero nascere questi comportamenti altruisti: la resilienza, l’intensa paura o il sentimento sociale di unione di fronte alle avversità. Potremmo trovare una spiegazione anche nella capacità plastica dell’essere umano di rendere “normali” situazioni che sembrano impossibili da normalizzare, come la morte.

Tutte queste opzioni, tratte dalla psicologia, e molte altre ancora che non abbiamo citato, potrebbero essere validi punti di partenza per iniziare a capire come funziona la mente di una persona che si ritrova in situazioni simili. Ma c’è un’altra cosa che non possiamo dimenticare, e che è intrinseca nell’essere umano: l’assenza di opzioni, oltre alla vita.

Può suonare insensibile o persino ipocrita, detto da chi vive nel benessere, ma è vero. Chiariamo questo punto: perché diciamo che queste persone non hanno altre opzioni? Non è vero, avrebbero sempre l’opzione di non fare niente, di aspettare e vedere se moriranno o se qualcun altro le salverà. Idealmente, potrebbero farlo. E sarebbe anche logico, date le circostanze.

Tuttavia, quando diciamo che non hanno altre opzioni, ci riferiamo al fatto che la natura umana ha un istinto innato verso la sopravvivenza. Un istinto che ci porta ad usare al meglio tutte le nostre risorse mentali e fisiche pur di vivere. Ci porta verso la lotta e la ricerca di un senso. L’abbiamo visto in molti esempi di persone che sono sopravvissute a situazioni estreme e che hanno raccontato la loro esperienza, così come in autori e psicoanalisti come Viktor Frankl, Erich Fromm o Boris Cyrulnik, tra gli altri.

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Qualcosa in comune

Ecco, quindi, una cosa che di certo abbiamo in comune con chi vive in queste situazioni: la natura umana. Questa natura, che ci porta a provare paura, a essere resilienti, a normalizzare, a lottare o a scappare è la stessa che rende le nostre giornate ricche di emozioni, pensieri e opzioni. Ma, soprattutto, è quella che ci spinge a voler vivere.

Possiamo vivere alienati dal mondo esterno, rinchiusi in una bolla in cui non ci arrivi nessuna informazione. Possiamo decidere di disinteressarci e non fare niente di fronte a questo e molti altri conflitti o di fare tutto. Ma alla fine dei conti, non potremo fare a meno di utilizzare l’infallibile risorsa della nostra umanità; di guardare il mondo con gli occhi di un essere umano; di sentire come un essere umano. E, soprattutto, di imparare come un essere umano. Imparare che, se non siamo capaci, se non c’è via d’uscita, se sembra che ogni speranza sia andata in fumo, ci resterà sempre l’opzione di vivere.

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