Ragionamento motivato: pregiudizio emotivo

Abbiamo bisogno di più umiltà intellettuale. Grazie a essa, potremmo disattivare molti pregiudizi emotivi e schemi inflessibili che limitano la nostra percezione della realtà, e di cui non sempre siamo consapevoli.
Ragionamento motivato: pregiudizio emotivo

Ultimo aggiornamento: 09 aprile, 2022

A volte i nostri approcci hanno una base chiara e come tali siamo pienamente autorizzati a difenderli rispettosamente. In altre occasioni, tuttavia, ci lasciamo trasportare senza saperlo dal ragionamento motivato, ovvero da quel pregiudizio emotivo in cui desideri, paure o bisogni dominano le nostre argomentazioni.

Molti di noi tendono a credere in ciò a cui vogliamo credere. Sembra quasi uno scioglilingua, è vero, ma questa affermazione descrive comportamenti molto comuni.

Ciò spiega, ad esempio, situazioni eclatanti come quando i fan di un artista continuano a difenderlo o ad ammirarlo nonostante abbia commesso un grave reato.

Lo stesso vale quando durante una manifestazione sportiva i tifosi di una squadra negano un fallo segnalato dall’arbitro nonostante sia evidente. Gli esseri umani sono mossi dalle emozioni, così come da convinzioni, passioni e atteggiamenti.

Non tutto quello che facciamo, esprimiamo o pensiamo è privo di pregiudizi, tanto meno pregiudizi che distorcono l’obiettività. Ma in fondo cosa saremmo senza una simile complessità psicologica?

Donna annoiata che parla con un amico che applica un ragionamento motivato.

In cosa consiste il ragionamento motivato?

In questo presente, così nutrito da influencer e opinionisti (con o senza conoscenze) che invadono il mondo di Twitter e degli altri media, è molto facile che un’informazione sia considerata valida senza alcun fondamento o logica.

Non importa che la scienza cerchi di dimostrare un fatto specifico, a dominare è il potere dei Mi piace e del retweet, nonché il comportamento impulsivo che, lungi dal riflettere sulle informazioni, le dà per scontate lasciandosi trasportare dall’emozione e non dall’attendibilità della fonte. L’aspetto curioso è che Max Planck ci aveva già avvertito a metà del XX secolo.

Il famoso fisico e matematico tedesco sottolineava che la verità scientifica non sempre trionfa. A volte è inutile convincere le persone dell’evidenza di qualcosa illuminando l’oscurità. Nella mente umana ci sono sempre barriere che alimentano convinzioni ed emozioni inflessibili come sfiducia, paura o addirittura orgoglio che si scontrano contro la logica più ovvia.

Ci sono, ad esempio, i terrapiattisti e i no-vax. Il ragionamento motivato ci dice che filtriamo sempre quello che vediamo, sentiamo o ci accade attraverso le nostre convinzioni, ma raramente tramite i fatti stessi.

Non contraddire la mia visione delle cose

Pochi pregiudizi emotivi giacciono così profondamente nell’architettura psicologica quanto il ragionamento motivato. Un esempio: quando vediamo che qualcuno che non ci piace dice o fa qualcosa che è corretto o degno di riconoscimento, lo elaboriamo con scetticismo.

Se il partito politico che si oppone alla nostra ideologia decide di promuovere una legge vantaggiosa per tutti, avremo comunque da ridire e saremo sospettosi. “Non possono promulgare una legge simile, li ho criticati per tutta la vita”. Raramente tolleriamo che la nostra visione delle cose sia contraddetta.

Perché in media vediamo sempre in bianco e nero e gli eventi vanno adattati al significato che diamo a ciò che ci circonda. Adottare questo approccio ci fa risparmiare tempo. Una simile pigrizia psicologica ci impedisce di dover aprire la mente per adottare altre prospettive.

Lo studio condotto presso l’Università della California dal Dr. David López ce ne dà conferma. Quando le informazioni che riceviamo sono coerenti con le nostre convinzioni, proviamo piacere e una certa soddisfazione. Quando invece veniamo contraddetti, applichiamo lo scetticismo che alza i muri.

Uomo e donna che discutono.

Cosa si cela dietro il ragionamento motivato?

È comune ritenere i propri atteggiamenti, scelte e opinioni come puramente oggettivi. Non a caso, tendiamo a difendere le nostre argomentazioni credendo che siano verità assolute. È del tutto normale.

Il cervello si basa sulle esperienze, sull’interpretazione della realtà, su pregiudizi cognitivi o che l’ambiente ci ha inoculato inconsciamente.

Per diventare più consapevoli del ragionamento motivato, è importante sapere “di cosa è fatto”. Solo allora possiamo disabilitarlo. Vediamolo qui di seguito:

  • Legame emotivo con certe dimensioni. Quasi sempre tutto quello che difendiamo ha un substrato emotivo di base che dovremmo identificare.
  • Le convinzioni definiscono la nostra identità. Per esempio, se siamo stati educati sulla base di condotte fortemente sessiste e patriarcali (e le abbiamo interiorizzate accettandole come valide), sarà molto difficile per noi credere nell’uguaglianza di genere. Inoltre, una donna che ricopre una posizione di potere contraddice ciò e ci infastidisce.
  • I gruppi sociali di appartenenza ci plasmano. Le persone tendono a organizzarsi in gruppi sociali e anche questi micromondi ci determinano. Quasi senza rendercene conto, adottiamo idee e schemi di pensiero, dandoli per scontati senza rifletterci sopra.
  • Evitare le dissonanze cognitive. Se c’è qualcosa che non piace alla mente, è l’informazione che contraddice le nostre convinzioni. Lungi dall’analizzare e riflettere su questi dati per poter comprendere altre prospettive e persino aggiornare la nostra, ci opponiamo.

Ciò che sfida le nostre verità genera una dissonanza cognitiva e per continuare ad aggrapparci alla nostra visione applichiamo ragionamenti motivati.

Conclusioni

Il ragionamento motivato è un pregiudizio che dimostra l’importanza di utilizzare una mentalità aperta e flessibile. Se ci permettiamo di relativizzare e applicare l’umiltà intellettuale, non solo miglioreremo la convivenza, ma otterremo anche progresso, civiltà e umanità.

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  • Ditto, P. H. & Lopez, D. L. (1992) Motivated skepticism: Use of differential decision criteria for preferred and nonpreferred conclusions. Journal of Personality and Social Psychology; 63: 568-584.