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Sentirsi oppressi e non ricorrere alla violenza!

3 minuti
Sentirsi oppressi e non ricorrere alla violenza!
Sergio De Dios González

Scritto e verificato lo psicologo Sergio De Dios González

Pubblicato: 13 settembre, 2018 06:00
Ultimo aggiornamento: 05 gennaio, 2023 12:27

Per oppressione s’intende una condizione asimmetrica di sopraffazione da parte di una persona o di un gruppo di persone, spesso rafforzata da elementi ostili, come minacce o violenza reale. Ci si sente oppressi quando il proprio gruppo viene minacciato o aggredito da uno più potente. Sentirsi oppressi vuol dire ritenersi umiliati, insultati, meno avvantaggiati e si ha la sensazione che la legge non valga per tutti.

È sufficiente sentirsi oppressi per scatenare una reazione violenta? In uno primo momento, si pensava che la causa principale della violenza fosse proprio l’oppressione. Quest’idea si basa sulle teorie della frustrazione/aggressività e della deprivazione relativa, le quali sostengono che oppressione, frustrazione e umiliazione siano variabili che scatenano la violenza.

Sentirsi oppressi: l’ipotesi della frustrazione/aggressività

Una delle prime teorie per spiegare le cause della violenza è l’ipotesi della frustrazione/aggressività, secondo la quale l’aggressività è sempre risultato della frustrazione. Tuttavia, tale teoria non ha trovato riscontro nella realtà.

Mano

I dati rivelano che la frustrazione non porta inevitabilmente all’aggressività, ovvero le persone frustrate non necessariamente ricorrono alla violenza. A volte la frustrazione porta alla risoluzione del problema e altre volte la violenza non si manifesta a causa della frustrazione, ma dell’intolleranza o della disinformazione di chi vi ricorre.

Non è dunque ragionevole considerare la frustrazione come un fattore necessario e sufficiente a causare una reazione aggressiva. L’ipotesi è stata pertanto riformulata in modo da individuare la causa dell’aggressività solamente nella frustrazione frutto di minaccia. In questo senso, la frustrazione potrebbe fomentare l’ira e l’odio. A loro volta, questi stati emotivi genererebbero l’aggressività.

Questa nuova proposta, però, non sembra trovare sempre dimostrazione nella realtà. La frustrazione a seguito di una minaccia può facilitare l’aggressività, ma non determina il comportamento aggressivo.

La deprivazione relativa

Di fronte all’insuccesso riscosso dall’ipotesi della frustrazione/aggressività, si è diffusa la teoria della deprivazione relativa che concepisce la frustrazione come uno stato provocato, appunto, dalla deprivazione relativa.

Quest’ultima è una percezione distorta dei bisogni, ovvero ci convinciamo di essere privati di un nostro bisogno o diritto. Secondo questa teoria, le persone si ribellano quando non riescono più a sopportare le condizioni di disuguaglianza a cui sono costrette.

Con il tempo si è visto che la deprivazione relativa può favorire certi atteggiamenti di stampo violento, specialmente tra i membri di una classe sociale o un gruppo di oppressi. Non per questo, però, è da considerarsi sempre un fattore scatenante della violenza. È vero che la povertà e la disuguaglianza possono portare alla violenza, ma nella maggior parte dei casi questo non accade.

Corda annodata

L’oppressione percepita

Sentirsi oppressi non è in sé una causa necessaria né sufficiente a scatenare una reazione violenta. Tuttavia, è una variabile cognitivo-emotiva che costituisce un potenziale fattore di rischio. L’oppressione non deve per forza essere reale, può essere anche percepita. Credere di essere minacciati da un altro gruppo può essere sufficiente a sentirsi oppressi. Il concetto di oppressione racchiude le precedenti teorie, quindi include i sentimenti negativi, come la frustrazione, e le sensazioni cognitive, come la deprivazione.

Anche se l’oppressione non necessariamente fa parte dell’insieme di fattori che possono generare comportamenti violenti, è comunque legata ad alcuni quadri clinici specifici, come l’ansia o la depressione. Inoltre, le persone che si sentono oppresse solitamente sviluppano un certo livello di stress emotivo, il che gioca un ruolo importante nella manifestazione della violenza.

Per oppressione s’intende una condizione asimmetrica di sopraffazione da parte di una persona o di un gruppo di persone, spesso rafforzata da elementi ostili, come minacce o violenza reale. Ci si sente oppressi quando il proprio gruppo viene minacciato o aggredito da uno più potente. Sentirsi oppressi vuol dire ritenersi umiliati, insultati, meno avvantaggiati e si ha la sensazione che la legge non valga per tutti.

È sufficiente sentirsi oppressi per scatenare una reazione violenta? In uno primo momento, si pensava che la causa principale della violenza fosse proprio l’oppressione. Quest’idea si basa sulle teorie della frustrazione/aggressività e della deprivazione relativa, le quali sostengono che oppressione, frustrazione e umiliazione siano variabili che scatenano la violenza.

Sentirsi oppressi: l’ipotesi della frustrazione/aggressività

Una delle prime teorie per spiegare le cause della violenza è l’ipotesi della frustrazione/aggressività, secondo la quale l’aggressività è sempre risultato della frustrazione. Tuttavia, tale teoria non ha trovato riscontro nella realtà.

Mano

I dati rivelano che la frustrazione non porta inevitabilmente all’aggressività, ovvero le persone frustrate non necessariamente ricorrono alla violenza. A volte la frustrazione porta alla risoluzione del problema e altre volte la violenza non si manifesta a causa della frustrazione, ma dell’intolleranza o della disinformazione di chi vi ricorre.

Non è dunque ragionevole considerare la frustrazione come un fattore necessario e sufficiente a causare una reazione aggressiva. L’ipotesi è stata pertanto riformulata in modo da individuare la causa dell’aggressività solamente nella frustrazione frutto di minaccia. In questo senso, la frustrazione potrebbe fomentare l’ira e l’odio. A loro volta, questi stati emotivi genererebbero l’aggressività.

Questa nuova proposta, però, non sembra trovare sempre dimostrazione nella realtà. La frustrazione a seguito di una minaccia può facilitare l’aggressività, ma non determina il comportamento aggressivo.

La deprivazione relativa

Di fronte all’insuccesso riscosso dall’ipotesi della frustrazione/aggressività, si è diffusa la teoria della deprivazione relativa che concepisce la frustrazione come uno stato provocato, appunto, dalla deprivazione relativa.

Quest’ultima è una percezione distorta dei bisogni, ovvero ci convinciamo di essere privati di un nostro bisogno o diritto. Secondo questa teoria, le persone si ribellano quando non riescono più a sopportare le condizioni di disuguaglianza a cui sono costrette.

Con il tempo si è visto che la deprivazione relativa può favorire certi atteggiamenti di stampo violento, specialmente tra i membri di una classe sociale o un gruppo di oppressi. Non per questo, però, è da considerarsi sempre un fattore scatenante della violenza. È vero che la povertà e la disuguaglianza possono portare alla violenza, ma nella maggior parte dei casi questo non accade.

Corda annodata

L’oppressione percepita

Sentirsi oppressi non è in sé una causa necessaria né sufficiente a scatenare una reazione violenta. Tuttavia, è una variabile cognitivo-emotiva che costituisce un potenziale fattore di rischio. L’oppressione non deve per forza essere reale, può essere anche percepita. Credere di essere minacciati da un altro gruppo può essere sufficiente a sentirsi oppressi. Il concetto di oppressione racchiude le precedenti teorie, quindi include i sentimenti negativi, come la frustrazione, e le sensazioni cognitive, come la deprivazione.

Anche se l’oppressione non necessariamente fa parte dell’insieme di fattori che possono generare comportamenti violenti, è comunque legata ad alcuni quadri clinici specifici, come l’ansia o la depressione. Inoltre, le persone che si sentono oppresse solitamente sviluppano un certo livello di stress emotivo, il che gioca un ruolo importante nella manifestazione della violenza.

Questo testo è fornito solo a scopo informativo e non sostituisce la consultazione con un professionista. In caso di dubbi, consulta il tuo specialista.