Sindrome da utopia: perseguire l’irraggiungibile

12 Marzo 2020
La sindrome da utopia di cui parlano Watzlawick et al. fa riferimento al divario che avvertiamo tra "essere" e "dovrebbe essere".

Autori come Watzlawick (1974) hanno rivolto la loro attenzione alla formazione dei problemi e alle loro possibili cause. Una di esse è la sindrome da utopia.

Ogni individuo ha una visione personale della realtà, di come “vanno le cose” e forse, ancora più importante, di come dovrebbero andare. Quando le due visoni non collimano, avvertiamo il bisogno di un cambiamento per annullare o accorciare la discrepanza.

“Mentre perseguiamo l’irraggiungibile rendiamo impossibile il realizzabile.”

-R. Ardrey-

Che cos’è la sindrome da utopia?

Gli esseri umani hanno un’intrinseca tendenza al significato, cioè a cercare un senso nella vita. La sindrome da utopia di cui parlano Watzlawick et al. fa riferimento al divario che avvertiamo tra “essere” e “dovrebbe essere”.

Questo principio ci porta al concetto di potenzialità: tale discrepanza esige un cambiamento. Si può dedurre, quindi, che l’essere umano possiede risorse non impiegate o semisconosciute.

Donna guarda la strada

Quando le nostre aspettative sono troppo alte, nasce un “problema”, e talvolta avvertiamo un senso di disperazione esistenziale. La sindrome da utopia è una delle forme di questa disperazione.

Scrittori come Kierkegaard, Dostoyevsky e Camus fanno riferimento a questa condizione che, a sua volta, racchiude la ferma convinzione dell’esistenza di un significato nella vita; senso che bisogna scoprire se si vuole sopravvivere. Una volta riconosciuto che esiste un senso, cercheremo di definirlo utopicamente e questo condizionerà gli strumenti e il percorso che utilizzeremo per ottenere il cambiamento.

“In questa forma di disperazione esistenziale, la ricerca di un senso nella vita occupa una posizione centrale e si diffonde a tutto il resto; a un punto tale che il pensatore mette in discussione ciò che esiste sotto il sole, fatta eccezione per la premessa stessa, vale a dire la ferma convinzione che esiste un significato che deve essere scoperto per sopravvivere.”

I tre tipi di sindrome da utopia

“Ho verificato attraverso un’indagine approfondita che Utopia è oltre i limiti del mondo conosciuto”.

-Guillaume Budé-

I semplificatori non vedono il problema dove esiste davvero, al contrario gli utopisti vedono una soluzione dove non ve n’è alcuna, dice Watzlawick. Spesso un atteggiamento estremo nell’approcciarsi ai problemi sembra condurre a un comportamento chiamato sindrome da utopia. Questa può assumere tre forme:

  • Introiettiva. Dal doloroso sentimento di inettitudine personale –  derivato dall’incapacità di raggiungere l’obiettivo – sorgono conseguenze psichiatriche (fuga, depressione, suicidio, ecc). Quando l’obiettivo è utopico, il solo fatto di sollevarlo è una chimera; la persona finisce per incolpare se stessa per la propria inefficienza.
  • Innocua. Questa seconda variante è meno drammatica e possiede un certo fascino poiché è un piacevole indugiare verso l’obiettivo utopico. Poeti come Costantino Kavafis hanno descritto questo atteggiamento come quello di un navigante che si gode il viaggio, anche se lungo.
  • Proiettiva. L’ingrediente principale è la ferma convinzione di aver capito la verità, quindi assumersi la responsabilità di cambiare il mondo. Con un buona dose di persuasione e speranza, la persona lotta affinché gli altri accettino la sua verità, in alcuni casi ottenendo un risultato contrario.
Sindrome dell'utopia, profilo di donna trasparente e mare

Tre modelli di comportamento

  • Il “dovrebbe” pesa ed è caratteristico dell’utopia introiettiva che ha una mappa mentale piuttosto rigida. Quando il senso del dovere è molto forte, l’obiettivo non si concretizza e la strada per raggiungerlo diventa confusa.
  • L’aforisma di Stevenson “È meglio viaggiare colmo di speranza che arrivare in porto” è invece tipico dell’utopia innocua o rinviante. Sono i perpetui viaggiatori che non arrivano mai alla meta, ad esempio i perfezionisti o gli eterni studenti.
  • È gratificante quando gli altri accettano e condividono le nostre idee, ma non sempre va così. Dobbiamo quindi accettare che ognuno di noi ha in mano la propria verità. Quando l’utopico proiettivo sente respinti i propri ideali, pensa che gli altri siano in mala fede o che addirittura cerchino di distruggere le sue idee.

Concludiamo con un riferimento a Karl Popper che ci mette in guardia dagli schemi utopici poiché conducono necessariamente a nuove crisi. In altre parole, è più facile proporsi un obiettivo utopico, ideale e astratto che risolvere un problema concreto.

  • Paredes, C. (s. f.). Concepto de hombre en la Terapia Breve y la Logoterapia: Coincidencias y Diferencias, 11.