Dedica a un autobus: sono libera. Se non ti va bene, non è un mio problema

21, aprile 2017 in Psicologia 222 Condivisi

Sono libera, anche se a qualcuno questo può non andare bene. Tutti gli esseri umani lottano per la loro libertà. A volte per definirsi nella loro individualità, altre volte perché questa definizione li unisca ad un determinato gruppo.

Questa lotta è più difficile per le donne, perché qualsiasi cosa facciano, si trasforma in una nuova prova di accettazione. E ciò vale anche per altri gruppi, come gli omosessuali o i transessuali.

Non stiamo affatto esagerando. Lo scorso dicembre una donna ha sfidato la società irachena montando in bicicletta. Voleva rivendicare il suo diritto di andare in bici, come si faceva 60 anni fa. Gli altri la fissavano, ma lei aveva un largo sorriso, quasi come a dire “Sono libera. Se non vi va bene, non è un mio problema”. Ebbene, non crediate che la nostra società sia così lontana da una censura di questo tipo. Continuate pure a leggere.

La nostra libertà finisce quando iniziamo ad usarla per fare del male agli altri

La libertà finisce quando viene usata per fare del male agli altri e per togliere loro il diritto di essere liberi. Ma questo non succede per caso: tutti i limiti alla libertà altrui si trasformano in potere nelle mani degli oppressori.

Molte persone hanno sofferto e continuano a soffrire perché c’è qualcuno che non ha voglia di lasciar vivere gli altri in pace. S’immischiano, indagano, non sopportano che la loro opinione sugli altri venga ignorata. Hanno bisogno di comandare in qualche modo. Soffrono di una patologia mentale e sociale chiamata “intolleranza”, che contagia portando amarezza dovunque arrivi.

Non serve fare esempi di paesi lontani. In Spagna, un autobus di colore arancione, facendo appello alla libertà di espressione, ha impregnato le strade con un messaggio di odio ed intolleranza. La scritta riportata è la seguente: “I bambini hanno il pene. Le bambine hanno la vagina. Non farti ingannare. Se nasci uomo, sei un uomo. Se nasci donna continuerai ad esserlo”.

Gli uomini e le donne transessuali sono persone che attraversano un processo molto complesso per parlare al mondo di quello che sono, ma grazie a questo possono riaffermare l’identità di ciò che sono sempre state. Non meritano altro che rispetto, empatia e naturalezza.

La parte più mostruosa e maligna di questo fatto non è il messaggio, che nella sua oggettività occulta malizia. Un’oggettività generica che esclude molte soggettività altrettanto oggettive che non possono venire ignorate. L’aspetto peggiore è che tale messaggio provenga da persone che si dicono acculturate, che intendono diffondere l’idea che ciò che in realtà è naturale sia una malattia o una perversione. Secondo l’ordine che vogliono stabilire loro, ovviamente.

Questi diffusori di odio hanno studiato molto bene la sindrome di Klinefelter, la sindrome di Turner, quella di Morris o l’iperplasia surrenale congenita. Conoscono anche la sindrome di Rokitansky. Sanno alla perfezione che i cromosomi sessuali non definiscono l’identità sessuale, la congruenza tra sesso biologico e genere, che è tutta una costruzione sociale. Hanno letto a menadito i testi di Margaret Mead e di decine di altri scienziati e antropologi.

Quei radicali che si vestono come noi

I propagatori d’odio non sono ignoranti. Forse non vanno in giro vestiti con abiti che li etichettino come radicali di un’ideologia, ma è questo che sono, degli estremisti. Se li vedrete per strada, non cambierete direzione, perché sono in grado di rivestire i loro messaggi di odio con un manto di fantomatica educazione.

Gli stessi che ci vogliono far accettare certe patologie congenite e qualsiasi tipo di malformazione nell’embrione o nel feto ci dicono che non dobbiamo farci ingannare riguardo alla transessualità. Che cosa vogliono? È questa la domanda che dobbiamo porci.

Ci dicono che tutto ciò che è legato al sesso e non corrisponde alla prospettiva ufficiale deve essere condannato e censurato, perché non fa altro che creare confusione e malessere. Sanno la verità, ma la odiano perché sottrae loro potere. Sanno che far saltare i ruoli di genere è l’arma più forte per imporre la loro dinamica di potere, la quale crea disuguaglianza, paura e intolleranza. La cosa più pericolosa non sono i loro principi, ma la loro eredità e il fatto che occupino posti pubblici.

Si aggrappano alle loro risposte chiuse e globalizzanti, perché temono qualsiasi domanda che possa fargli pensare che forse si sbagliano.
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Sanno che la libertà sessuale e riproduttiva non genera schiavi, ma aumenta la qualità della vita, ottimizza l’educazione per tutti e favorisce una ripartizione equilibrata della ricchezza. Sanno che l’accesso all’informazione fa sì che nessuno voglia restare in un silenzio complice davanti a tali messaggi di assoluto odio.

Hanno tristemente ottenuto che si parli di loro e, a nostro discapito, si sono anche procacciati diversi seguaci. Il loro messaggio si traduce in risse fuori da una discoteca, in assassinii di transessuali in molte città e in una categorizzazione assurda quanto il messaggio che porta con sé.

Voglio manifestare, non creare manifesti

In quanto donna libera nel sesso, nel genere, nelle tendenze e nelle pratiche sessuali che più mi vanno a genio, sempre che non infliggano un danno o una sofferenza agli altri, voglio manifestare questa libertà. Per tutti quelli che hanno versato lacrime a causa dei messaggi di odio, per tutti quelli che lottano da secoli e secoli per essere lasciati in pace.

Sono libera, punto. Faccio la mia vita senza fare male a nessuno. Aspetto che le persone scendano dalla metropolitana prima di salirci. Sorrido, dico grazie e continuo ad emozionarmi di fronte alla bontà di un bambino, di fronte allo sguardo dolce di un cane.

Leggo, mi informo e non giudico mai nessuno a priori. A volte racchiudo in me sentimenti di disperazione, solitudine e paura. Mi preoccupo per la salute dei miei cari. Mi rallegro per l’approvazione incondizionata che praticano nei miei confronti, ma soprattutto sono una persona normale, come tante altre.

Sono libera e non mi sembra giusto che qualcuno aggredisca verbalmente o fisicamente le persone che non hanno fatto del male a nessuno. È ora che questi individui radicali si tengano per loro quell’odio e lo gestiscano come possono o che lo condividano sussurrando con chi la pensa allo stesso modo.

Io sono libera, mi dispiace. Mi dispiace per voi. I vostri sguardi malefici, di odio e censura non mi tangono. Conosco bene le carte con cui volete giocare. Quindi, per cortesia, smettete di immischiarvi nella nostra vita con leggi, manifesti, autobus, insulti e manie di vittimismo.

Siamo liberi e se agli altri non piace, non è un nostro problema. Saremo qui per difenderci solo quando verremo attaccati e per solidarizzare con gli altri quando saranno questi ad essere attaccati.

Se riceviamo una minaccia, dobbiamo tenere a mente che “porgere l’altra guancia” è adeguato nel caso di un’offesa puntuale e non costante. Gli altri devono ricordarsi che se seminano vento, non raccoglieranno altro che tempesta. Accettatelo. Siamo liberi. Se a qualcuno non va bene, non è più un nostro problema, quindi vedete voi cosa fare e come gestirvi.

Non andrebbero mai scritti manifesti di questo tipo, vengono fatti da chi teme la libertà altrui. Bisognerebbe piuttosto fare manifestazioni di allegria, di indipendenza mentale, di resistenza alla colonizzazione ideologica da parte dell’odio nei confronti della diversità.

Come diceva Virginia Woolf “non c’è cancello, nessuna serratura, nessun bullone che potete regolare sulla libertà della mia mente”. Lì non potranno mai entrare, lì dove ci sono il cuore e la libertà delle nostre vite. Inoltre, bisogna esclamare vittoriosi che i coraggiosi e i liberi vincono quasi sempre. Questo è motivo di orgoglio, anche se il cammino che rimane da percorrere è ancora lungo.

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