Sparizione forzata: di cosa si tratta?

La sparizione forzata, intesa come assenza involontaria di una persona, lascia il posto a un percorso doloroso e segnato dall'incertezza. Un'angoscia con cui chi resta deve convivere, la paura di non sapere cosa sia successo al proprio caro.
Sparizione forzata: di cosa si tratta?

Ultimo aggiornamento: 26 aprile, 2021

Alcuni eventi sono così dolorosi che fanno fatica ad adattarsi a un nome. Alcuni sono difficili da accettare, in parte perché non siamo in grado di elaborarli. Oggi parliamo di sparizione forzata, una delle tante violazioni dei diritti umani che ci danneggiano.

Immaginate che la persona che amate di più al mondo sparisca, come vi sentireste? Senza dubbio sarebbe difficile continuare a vivere, crescere nei diversi settori della vita. E se passasse molto tempo e ancora non si hanno notizie?

Questo è il mondo della sparizione forzata. Vi mostreremo di cosa si tratta, quali preziose strategie di affrontamento stanno emergendo per aiutare ad accettare un dolore che non si placa, e chi sta lavorando per alleviare e prevenire le conseguenze di questo fenomeno.

“Un cuore che cerca, sente bene che qualcosa gli manca. Ma un cuore che ha perduto sa di cosa è stato privato.”

– Goethe –

Sparizione forzata: che cosa significa?

La sparizione forzata è un concetto che proviene dal mondo giuridico. È definita come “l’arresto, la detenzione, il rapimento od ogni altra forma di privazione della libertà commessa da agenti dello Stato, da persone o gruppi di persone che agiscono con l’autorizzazione, il sostegno o l’acquiescenza dello Stato”.

Chi la esercita commette una grave violazione dei diritti umani. Chi la subisce, scompare e chi resta vive nell’angoscia perché non saprà mai cosa sia realmente accaduto al proprio caro.

È raro che queste persone ritornino e se lo fanno di solito riportano gravi ferite psicologiche e fisiche. Durante la detenzione e se subiscono tortura, sanno che di loro si è persa ogni traccia e che difficilmente qualcuno potrà aiutarli.

La stessa angoscia e incertezza viene vissuta dai parenti e amici. Secondo le Nazioni Unite, la sparizione forzata risponde a tre caratteristiche:

  • Privazione della libertà.
  • Partecipazione di agenti governativi, diretta o indiretta.
  • Rifiuto di rivelare dove si trova la persona.

Organizzazioni e iniziative contro la sparizione forzata

Sono nate diverse organizzazioni e iniziative volte a combattere il fenomeno della sparizione forzata. Vediamone alcune:

  • Convenzione Internazionale per la protezione di tutte le persone contro la sparizione forzata ONU. Il suo obiettivo è prevenire il fenomeno, ricercare la verità, dare appoggio ai familiari, assicurando giustizia e riparazione.
  • Gruppo di Lavoro sulle sparizioni forzate e involontarie. Ha il compito di controllare che i governi adempiano al loro obbligo di aiutare a localizzare le persone scomparse. È la più vecchia istituzione speciale dell’ex Commissione per i Diritti Umani.
  • Comitato contro le sparizioni forzate. È stato istituito dopo la creazione nel 2010 della Convenzione Internazionale conto la sparizione forzata. Affianca il Gruppo di Lavoro e organizza attività per prevenire e sradicare questo fenomeno.
  • Commissione Interamericana per i Diritti umani. Gli stati membri si impegnano a: non tollerare la sparizione forzata. Punire gli esecutori e cooperare per prevenire e sradicare questo fenomeno.

Esistono, infine vari gruppi locali, che agiscono soprattutto con l’appoggio di capofila e organizzazioni per la protezione delle vittime. Anche così, la sparizione resta un fenomeno allarmante che continua a ripetersi.

Come affrontare la sparizione forzata?

Prima di parlare di strategie di affrontamento, vediamo nelle righe che seguono quali sono le conseguenze della sparizione forzata:

  • Paura. Il sentimento di insicurezza e di paura limita la vita dei familiari e delle persone vicine agli scomparsi.
  • Condizionamento: delle persone vicine, della comunità e della società.
  • Violazione dei diritti: diritto alla sicurezza; alla dignità; di non subire tortura o altre pene crudeli; di poter godere di condizioni di detenzione umane; diritto alla vita familiare; diritto alla vita; a un processo equo, ecc.
  • Dolore che non ha nome. È difficile per le vittime esprimere a parole le emozioni provate. Dopo il trauma resta una cicatrice che porta a rivivere il dolore più e più volte.

Costruire una storia di sparizione, una narrazione con cui la persona possa convivere non è un compito facile. Tuttavia a questo ci si può lavorare. Questo tipo di lavoro e la maggior parte delle strategie di affrontamento si basano sul principio di resilienza.

Possibili percorsi terapeutici

Sono diverse le strade che si possono intraprendere e fortunatamente la resilienza può essere appresa. Ad esempio, si può fare attraverso la psicoterapia o attraverso attività comunitarie che aiutino le vittime a sentirsi sostenute; a ricostruire una narrazione da integrare nella storia personale.

L’obiettivo è che l’esperienza diventi un’ancora, un punto di forza piuttosto che una pietra che affondi la persona nell’oceano delle emozioni a valenza negativa (tristezza, paura, rabbia, ecc.)

I danni emotivi della sparizione forzata possono essere affrontati con la psicoterapia.

Un altro percorso terapeutico proposto alle vittime è quello dell’arte. Attraverso il percorso creativo è possibile gestore l’angoscia e dare un nome a quel dolore difficile da elaborare. Dargli un nome significa mettere in parole il caos di emozioni, percezioni e pensieri; questo le aiuterà a gestire l’esperienza vissuta.

Sono diverse le ricerche che hanno offerto metodi utili per riuscire a gestire l’angoscia provocata dalle sparizioni forzate. Un esempio è lo studio di Gabriel Gatti (Università dei Paesi Baschi).

Le sue proposte nascono soprattutto dall’analisi delle sparizioni in Argentina e Uruguay. La strategia del sociologo basco è parlare dell’impossibilità di parlare di ciò che viene chiamato silenzio rumoroso; di forzare il linguaggio fino ai suoi limiti, dando vita a ciò che chiama parodia seria.

Un altro esempio è quello della Cunningham Dax Collection, in collaborazione con il Jewish Holocaust Centre di Melbourne che ha organizzato una mostra con le opere di sopravvissuti all’olocausto insieme alle famiglie delle vittime; lo scopo era favorire la trasformazione del trauma attraverso l’arte.

È auspicabile che si continuino a creare iniziative volte sia ad elaborare il trauma, sia a prevenire le sparizioni forzate. Ci auguriamo che la protesta sociale non cada nel vuoto, che si lascia le nostre case solo volontariamente, e che non capiti più a nessuno di non sapere che fine abbia fatto una persona cara.

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