La teoria della vita activa di Hannah Arendt

· 28 agosto 2017

Hannah Arendt era una filosofa tedesca di origine ebraiche. Iniziò i suoi studi con il celebre filosofo tedesco Martin Heidegger, ma con l’ascesa al potere del regime nazista, fu costretta a fuggire dalla Germania per stabilirsi negli Stati Uniti.

Hannah Arendt sviluppò una filosofia politica focalizzata sui problemi contemporanei, come il totalitarismo e la violenza. 

Tra le sue opere risaltano quelle in cui fa riferimento ai processi che inducono le persone a commettere atti atroci sotto regimi totalitari. Tra le sue dichiarazioni, ricordiamo quella secondo cui i membri del partito nazista erano persone normali che, in determinate condizioni, avevano realizzato azioni imperdonabili (azioni che non avrebbero mai commesso all’infuori delle suddette condizioni e nelle quali non si sarebbero riconosciuti).

In seguito a tale affermazione, ricevette numerose critiche, poiché aveva rivelato una verità scomoda: molte delle persone che torturarono, maltrattarono e uccisero non erano cattive persone, ma in qualche modo dirette dalle circostanze. A causa di ciò, perse anche qualche amico, ma difese sempre quello in cui credeva.

Sebbene le sue affermazioni ci possano sembrare antiquate, in realtà godono di grande attualità. Nell’immaginario collettivo vi è la credenza che i terroristi siano pazzi. Seguendo le teorie di Hannah Arendt, possiamo affermare che, più che la loro salute psicologica, sono altri i fattori che portano queste persone a scegliere il cammino della violenza all’interno di un’organizzazione.

Le tre condizioni umane della teoria di Hannah Arendt

La teoria di Hannah Arendt comprende tre condizioni fondamentali della vita umana. Esse sono: la vita, la mondanità e la pluralità. Ognuna di queste condizioni corrisponde ad un’attività: produrre, lavorare e agire. In questo modo, la condizione umana di produrre è la vita, quella di lavorare è la mondanità e quella dell’agire è la pluralità. Lo sviluppo di queste tre attività corrispondono con la cosiddetta vita activa.  

Produrre è l’attività che corrisponde ai processi biologici del corpo umano. Ne troviamo esempio nel mangiare o dormire, attività necessarie per vivere, ma che non perdurano. Si esauriscono nel momento in cui vengono realizzate o consumate. Questi bisogni sono vitali per la sopravvivenza e non possiamo farne a meno, dunque non vi è spazio per la libertà.

La seconda attività della vita activa è il lavoro. È l’attività che produce opere e risultati e che include l’edilizia, l’artigianato, l’arte e, in generale, artifici con cui ci si riferisce ad attività quali la fabbricazione di strumenti o oggetti d’uso, oltre che opere d’arte. In questo modo si cerca di controllare la natura.

Tramite il lavoro, si costruisce il mondo indipendente degli oggetti a partire dalla natura. Questa attività crea un mondo artificiale, come ad esempio la casa. Differisce dalla produzione, perché gli oggetti che si ottengono sono duraturi, il risultato del lavoro è qualcosa di produttivo e fatto per essere usato, non per essere consumato.

Con la realizzazione dell’ultima condizione, l’azione, gli individui costruiscono se stessi differenziandosi dagli altri. Questa attività permette la comparsa della pluralità che ci permette di percepire le nostre differenze rispetto agli altri. Solo con l’azione nascono gli individui e, tramite essa, la sfera privata diventa pubblica, poiché viene condivisa con gli altri. Agendo e parlando, le persone mostrano chi sono.

Campi d’azione

Queste attività vengono realizzate ognuna in uno spazio proprio: la sfera privata (produrre), la sfera sociale (lavorare) e la sfera pubblica (agire).

La distinzione tra la sfera pubblica e quella privata si basa sulla tradizione della polis greca. La sfera privata si identifica con la casa, all’interno di essa non si può parlare di libertà né di uguaglianza, bensì di una comunità di bisogni vitali. All’interno di tale sfera si pratica la produzione. La sfera privata è uno spazio naturale contro l’artificialità dello spazio pubblico.

La sfera pubblica è lo spazio dell’azione e del discorso, tramite i quali ci mostriamo agli altri e confermiamo la nostra esistenza. L’elemento pubblico si riferisce ad un mondo condiviso, creato da oggetti fabbricati e azioni che creano elementi intangibili come le leggi, le istituzioni o la cultura. Questo spazio creato procura permanenza, stabilità e durabilità alle azioni e agli oggetti. Contro la fragilità dell’azione, lo spazio pubblico la dota di stabilità tramite la memoria. La sfera pubblica contiene anche gli interessi pubblici, diversi da quelli privati.

Tuttavia, questa distinzione viene meno con la comparsa di un’altra sfera, quella sociale. Questa dimensione è il prodotto della presenza di relazioni proprie del mercato dei cambi in un’economia capitalista. Il sistema socioeconomico capitalista rappresenta l’ingresso dell’economia nello spazio pubblico, definito dagli interessi pubblici, cosa che fa assumere agli interessi privati un significato pubblico.

Perdere la voce: le conseguenze

Il problema che sorge con l’intromissione dell’economia nello spazio pubblico è che la sfera privata, necessaria poiché offre protezione, sostituisce quella pubblica. Di conseguenza, gli interessi privati e i legami naturali occupano il luogo pubblico. Lo spazio pubblico e l’azione cittadina, dunque, si disarticolano.

Il trionfo dell’individuo indifferente alla vita pubblica, concentrato solo sui suoi interessi privati e sulla sicurezza dei suoi cari a qualsiasi costo costituisce una delle basi del totalitarismo. Questo individuo è l’opposto del cittadino, colui che mantiene un impegno attivo con il mondo e lo spazio pubblico.

D’altro canto, l’individuo “privato” è un soggetto isolato nei suoi interessi di comfort e consumo. Questo individuo possiede caratteristiche che lo inducono a cadere nel conformismo sociale e politico. Tuttavia, il totalitarismo non mette fine solo alla vita pubblica, distrugge anche la vita privata lasciando gli individui nell’assoluta solitudine.