Trauma: il vaso di Pandora non aperto

4 giugno 2018 in Psicologia 0 Condivisi
Donna che esce dal vaso di Pandora

La vita fluisce come se fosse un racconto, ma molte trame vengono interrotte da eventi che diventano un trauma. Semplicemente succede, e la vita va avanti, e nessuno ci prepara per questo.

In molti casi, i rimorsi o i sensi di colpa, più del ricordo dell’avvenimento, causano sofferenza alle persone con traumi passati. Si disprezzano, sono terrorizzate, si arrabbiano, sentono di perdere il controllo… Sono certe che avrebbero potuto fare di più, che avrebbero potuto fare più attenzione, che avrebbero potuto ritardare o aver scelto un’altra strada per tornare a casa. Si disprezzano per non avere predetto il futuro, si giudicano con severità quando è finito e il resto delle possibilità, più probabili, sono svanite e ne è rimasta solo una. Quello che è successo davvero.

La realtà del trauma

Il trauma appartiene al passato, ma le cicatrici che lascia sono profonde e in certi casi permanenti, condizionando la persona nelle sue emozioni, pensieri e comportamenti. Con la tecnica di Rorschach si è scoperto che la gente traumatizzata tende a sovrapporre il trauma a tutto quello che le circonda.

In altre parole, influenza anche l’immaginazione, necessaria per contemplare nuove possibilità. Paradossalmente e a titolo di esempio, si è scoperto che molti reduci di guerra si sentivano davvero vivi soltanto quando ricordavano il loro passato traumatico.

Vaso di Pandora, donna con le foglie sulla faccia

Trauma: mente, cervello e corpo

Aiutare le vittime di un trauma a raccontare la loro storia è importante, ma aiutarle a costruire un racconto o incoraggiarle a farlo, e a far sì che ci riescano, non vuol dire necessariamente che i ricordi traumatici spariscano. Affinché ci sia un cambiamento, il corpo deve imparare a vivere nella realtà presente, senza temere il pericolo oramai passato.

La ricerca ha dimostrato che le persone maltrattate durante l’infanzia di solito presentano di solito sensazioni che mancano di una causa fisica. Per esempio, sentono voci allarmanti oppure hanno comportamenti autodistruttivi o violenti. I frammenti non elaborati del trauma si registrano al margine della storia.

Quando alle persone traumatizzate vengono mostrati stimoli relazionati con la loro esperienza traumatica, la amigdala (centro della paura) reagisce, attivando il segnale di allarme. Questa attivazione scatena una cascata di impulsi nervosi che preparano il corpo a scappare, lottare o fuggire.

La negazione del trauma

Certe persone negano quello che è successo loro, ma il loro corpo ha registrato tutto quello che ha vissuto, incluso le minacce. Così, possiamo imparare a ignorare i messaggi del cervello emotivo, ma il sistema di allarme del corpo non si arresta.

La negazione fa sì che gli effetti fisici del trauma sull’organismo finiscano per esprimersi come una malattia che reclama attenzione: fibromialgia, fatica cronica, malattie immunitarie… Le medicine o le droghe potrebbero spegnere o annullare le sensazioni e sentimenti insopportabili. È molto pericoloso, dunque, trattare i traumi a livello mentale, cerebrale e corporale.

Donna con trauma

Un tragico adattamento

Sono state condotte diverse ricerche per rispondere a una domanda,“cosa succede al cervello di chi è sopravvissuto a un trauma?”. Poniamo un’altra domanda: “Cosa fa il cervello quando non stiamo pensando a niente di concreto?”. La risposta sembra essere che prestiamo più attenzione a noi stessi, ciò è conosciuto anche come “la cresta dell’autoconsapevolezza”.

Per esempio, analizzando le aree relazionate all’autopercezione nei pazienti affetti da DPTS (Disturbo da stress post traumatico) che hanno subito traumi durante la loro infanzia, non si è registrata nessuna attivazione. Si è registrata soltanto un’attività molto bassa nella zona responsabile dell’orientamento spaziale di base.

Frewen e Ruth Lanius scoprirono che quanto più la gente riesce a distaccarsi dai suoi sentimenti, minore sarà la sua reazione auto-percettiva. Questi risultati si spiegano con il fatto che, in conseguenza al trauma, queste persone apprendono a disconnettere le aree cerebrali che trasmettono sentimenti ed emozioni che accompagnano e definiscono il terrore.

La minaccio dell’Io

Il sistema elementare dell’Io si trova tra il tronco encefalico e il sistema libico, che si attiva quando si percepisce un pericolo. La sensazione di paura e terrore è accompagnata da un’intensa attivazione fisiologica. Quando le persone rivivono il trauma, rivivono anche la sensazione minacciosa, che paralizza o fa infuriare. Dopo il trauma, mente e corpo si attivano costantemente, come se fossero di nuovo di fronte a quel pericolo imminente.

Le persone traumatizzate sentono che il passato è ancora vivo nel loro corpo, perché i segnali viscerali di allarme le bombardano di continuo. Molte di loro si sentono cronicamente insicure e a ogni cambiamento sensoriale rispondono scollegandosi, con attacchi di panico, con rimedi esterni (droghe, medicinali, compulsioni…). Così, l’incapacità di connettersi con il proprio corpo in modo duraturo nel tempo spiega l’assenza di autoprotezione, le difficoltà nel provare piacere e nel trovare uno scopo e gli alti livelli di vittimismo.

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