Una favola sull’amore

· 2 marzo 2015

Se dovessimo metterci a contare le canzoni, le poesie, i romanzi, i film, i quadri e ogni altra forma di espressione artistica che ha come soggetto l’amore romantico, non finiremmo più. Si tratta di un argomento che sembra non avere mai fine, perché esiste sempre un nuovo modo di percepirlo e di raccontarlo. Dalle espressioni esplicite del Romanticismo, alle rivelazioni controverse del Marchese de Sade o di Anais Nin.

Ai nostri giorni si sta diffondendo sempre più l’idea dell’amore come “ancora di salvezza” a cui aggrapparsi, in tempi in cui tutto crolla o cambia a una velocità eccessiva. L’amore di una coppia viene visto come la terra promessa, ma durante il percorso diventa un campo di battaglia. L’amore è anche la riaffermazione di sé, anche se questo significa perdersi un po’ nell’altro “io” che amiamo. A volte diventa un mezzo per stuzzicare il nostro cinismo e sarcasmo, di fronte a una vita che consideriamo infelice oppure anche il nostro nichilismo, se riteniamo che non vale la pena credere nell’amore.

Che cosa c’è di così enigmatico in un sentimento che, solo pochi secoli fa, non risvegliava così tanta curiosità?

La leggenda di Carlo Magno

Se dovessi scegliere, la mia storia d’amore preferita sarebbe quella scritta da Italo Calvino, sotto forma di una breve nota riferita al più grande guerriero di tutti i tempi. Eccola:

Quando era ormai vecchio, l’imperatore Carlo Magno si innamorò di una ragazza tedesca. I nobili della corte erano molto preoccupati perché il sovrano, posseduto dalla passione amorosa, aveva perso la dignità reale e trascurava gli affari dell’Impero. Tuttavia, la ragazza morì improvvisamente e i dignitari si sentirono sollevati. Ma non durò a lungo, perché l’amore di Carlo Magno non sarebbe morto con lei. L’imperatore, che aveva fatto portare nella sua stanza il cadavere imbalsamato della giovane, non voleva separarsi da esso. L’arcivescovo Turpino, spaventato da questa passione macabra, sospettò che si trattasse di un incantesimo e volle esaminare il corpo. Nascosto sotto la lingua della morta, trovò un anello con incastonata una gemma. Non appena l’anello fu nelle mani di Turpino, Carlo Magno si affrettò a far seppellire il cadavere e si innamorò dell’arcivescovo. Per sfuggire a quella situazione imbarazzante, Turpino gettò l’anello nel lago di Costanza. Ma Carlo Magno si innamorò del Lago di Costanza e non volle lasciare mai più le sue sponde“.

Con questa storia, Calvino intendeva dare una nuova interpretazione all’ardore amoroso. Non ha voluto nemmeno dare un nome alla fortunata ragazza che inizialmente era oggetto di tanta passione. Dice semplicemente “una ragazza tedesca”.

Poi si perde nei labirinti dell’assurdo: un guerriero molto famoso che venera un cadavere e lo fa imbalsamare. Sta forse suggerendo che l’amore va al di là delle esigenze pratiche della ragione? Che si spinge oltre i limiti della sanità mentale e ci fa entrare inevitabilmente nel mondo dell’irrazionale? Come l’inconscio, forse?

Alla fine, Calvino ci svela il segreto: l’amore fa parte del mondo della magia. E ha più a che fare con noi stessi e con i nostri demoni interiori, che con l’oggetto su cui riversiamo il nostro sentimento.

Le coordinate dell’amore

Se vi definite come dei romantici e siete nostalgici dell’amore eterno, è probabile che a questo punto vi sentiate a disagio. L’amore è in gran parte una sofferenza, certo, ma “una sofferenza ricca”, a cui nessuno vuole rinunciare. Florentino Ariza, un personaggio del romanzo L’amore ai tempi del colera, respingeva con decisione chiunque volesse proteggerlo dai carboni ardenti in cui si stava consumando. L’amore segue proprio questa logica, e per questo scuote le fondamenta della nostra vita.

Se c’è qualcosa di davvero prezioso in questo sentimento, è che ci porta fino al bordo del precipizio, nel quale a volte ci sembra di voler cadere. Ci permette di guardare in faccia il vuoto e ci ricorda che “Se Dio ci ha dato la vita soltanto per portarcela via, almeno ci ha dato l’amore in modo da farci sentire completi” (parafrasando una poesia di Juan Manuel Roca).

Quindi qual è il senso della leggenda così magistralmente raccontata da Italo Calvino? Forse risiede nel paradosso che vi abita. Nella solitudine infinita che ognuno di noi si porta dietro come un fardello, e nella speranza di superarla, che disegniamo continuamente. Nella verità del nostro destino come singoli individui, per cui non sarà mai soddisfatta la promessa di essere uno solo insieme ad un altro essere umano. Forse nella stessa frase enigmatica con cui Pablo Picasso cercò di spiegare le ragioni dell’arte: “Una bugia che ci avvicina alla verità”.

Immagine per gentile concessione di Joe Philipson – Via Flickr