Studi e curiosità sull’amore

· 2 febbraio 2015

Il tema dell’amore è sempre stato un mistero: si tratta di una delle esperienze più potenti che sperimentiamo e spesso cerchiamo una risposta alle nostre domande nella letteratura classica, nella poesia o nella filosofia. Da tempo anche gli scienziati hanno deciso di fare delle ricerche su ciò che succede nel nostro cervello quando ci innamoriamo.

Helen Fisher, una delle antropologhe più prestigiose degli Stati Uniti, è anche una delle scienziate che più studi ha realizzato su questo argomento, facendo delle ricerche sulla biologia dell’amore e dell’attrazione. In questo articolo vi illustriamo alcuni dei risultati dei suoi numerosi studi.

L’amore: istinto o emozione?

Le ricerche della Fisher hanno dato luogo a una visione tripartita dell’amore, che si riflette in tre sistemi cerebrali di base, interconnessi tra loro:

Desiderio sessuale. Si origina nell’ipotalamo, la zona del cervello relazionata alla fame e alla sete, risvegliando il desiderio di sperimentare con diverse persone e di cercare dei partner.

Amore romantico. Si origina nel cervello reptiliano, la zona responsabile degli istinti basici di sopravvivenza, e si produce quando si libera dopamina. Ha una relazione con l’attrazione sessuale selettiva, il contatto e l’esclusività sessuale. Può essere molto pericoloso, visto che porta con sé la sperimentazione di una grande felicità se siamo corrisposti, ma anche di grandi sofferenze se veniamo rifiutati, oltre a un sentimento di possessività.

Attaccamento. Produce l’attivazione del pallido ventrale, relazionato ai sensi del gusto e al piacere. Costituisce l’affetto, quel legame affettivo che unisce le coppie e le sostiene andando molto più in là della passione.

Così Helen Fisher ha assicurato che “Alcune persone fanno sesso e poi si innamorano. Altre possono innamorarsi di qualcuno con cui non hanno mai avuto relazioni sessuali e con cui non le avranno mai. Altre ancora possono sentire un sentimento di attaccamento verso un amico e, anni dopo, guardarlo con occhi diversi. Tutto dipende dalla persona“. Ma tutti e tre i sistemi cerebrali sono importanti, visto che in qualsiasi coppia c’è il desiderio di una relazione romantica, di attività che aumentino il sentimento di attaccamento, e di una buona vita sessuale.

A partire da alcune scansioni realizzate a un gruppo di volontari, la Fisher ha scoperto anche che la zona attivata dall’amore romantico si trova in realtà lontano dalla zona emotiva del cervello: questo ha portato ad affermare che l’amore non è un’emozione, al contrario di quanto si crede, ma piuttosto un impulso fisiologico naturale, simile a quello di mangiare o bere, che esiste perché abbiamo la necessità di procreare. Le zone che si attivano, infatti, sono quelle relazionate alla motivazione, all’energia, e alla focalizzazione dell’attenzione. L’amore sarebbe una motivazione volta a trasmettere il nostro materiale genetico alla generazione successiva, secondo una prospettiva evoluzionistica.

Secondo gli studi realizzati da Helen Fisher, dunque, l’amore è un impulso che si è sviluppato nell’uomo per favorire l’accoppiamento.

E l’attrazione?

Perché ci piace una persona in particolare e non ci sentiamo attratti dagli altri?

In realtà la risposta a questa domanda deve ancora essere scoperta, se mai la scopriremo. L’unica cosa che sappiamo è che nell’attrazione intervengono delle componenti culturali, chimiche e genetiche. La Fisher ritiene addirittura che ci innamoriamo di persone che per noi sono misteriose, che non conosciamo bene. Quel pizzico di mistero molte volte è quello che ci mantiene vivi, grazie alla continua scoperta dell’altro e alla sorpresa.

È una questione chimica?

Nelle sue ricerche, Helen Fisher ha osservato nell’immagine del cervelo innamorato due regioni molto attive:

Il nucleo caudato. Una regione primitiva relazionata con il sistema di ricompensa cerebrale, l’eccitazione sessuale, le sensazioni di piacere e la motivazione per ottenere una ricompensa. Grazie a questa regione, sappiamo distinguere le attività che saranno più piacevoli o anticipare come ci sentiremo in una data circostanza.

L’area tegmentale ventrale. Zona situata nel tronco encefalico costituita da vie di dopamina. La dopamina è un neurotrasmettitore che controlla i processi di attenzione, la motivazione e la volontà di portare a termine gli obbiettivi.

Così, pare che quando ci innamoriamo i nostri livelli di dopamina e norepinefrina (che controlla gli stati di euforia e la perdita di appetito e sonno) si innalzano, e diminuiamo la quantità di seratonina nel nostro organismo: questa condizione è molto simile a quella che si verifica nei casi di dipendenza, visto che queste sostanze chimiche sono dei derivati naturali dell’oppia. Anche se, con il passare del tempo, le relazioni tra questi componenti cambiano e svaniscono, visto che questo stato di “dipendenza da stupefacenti” non dura tutta la vita.

Secondo le ricerche della Fisher, pertanto, l’amore sarebbe come un cocktail di sostanze chimiche: e anche se niente di tutto ciò può cambiare il modo in cui ci innamoriamo o la sofferenza che proviamo quando una relazione finisce, forse sapere queste cose ci aiuta a conoscere un po’ più a fondo alcune delle “regole” che si nascondono dietro quel grande sconosciuto che chiamiamo amore.

Immagine per gentile concessione di Miguel Nieto Galisteo