Zelda Fitzgerald: biografia di una musa spezzata

28 giugno, 2020
Zelda Fitzgerald è passata alla storia come la moglie squilibrata o pazza del grande scrittore F. Scott Fitzgerald. Ma chi era davvero?

Zelda Fitzgerald è passata alla storia come la moglie squilibrata o pazza del grande scrittore F. Scott Fitzgerald. Stiamo parlando di una delle prime flapper dei folli Anni ’20 degli Stati Uniti. Queste donne sono state a capo di una rivoluzione che ha portato a nuovi canoni estetici e a nuove abitudini di vita.

Abolirono corsetti, si tagliarono i capelli e accorciarono anche le gonne. Fumavano e bevevano in pubblico, frequentavano saloni di jazz e guidavano automobili tutte loro. Un’epoca davvero significativa per le donne, che iniziavano a pretendere di avere ruoli diversi nella società.

Una generazione di donne che aspirava a sviluppare una propria carriera professionale e che aveva ambizioni che andavano oltre quella di avere una famiglia e perseguire ruoli tradizionalmente femminili.

Zelda Fitzgerald fu un punto di riferimento per l’epoca e la sua vita è stata il riflesso di ciò a cui ambivano le flapper. Ma anche delle conseguenze di averci provato in una società che probabilmente era tollerante sono all’apparenza.

Chi era Zelda Fitzgerald?

Zelda Fitzgerald nacque nell’Alabama, nel 1900. Figlia di un uomo del sud, rigido e tradizionalista, era una giovane allegra ed estroversa. Una ribelle, ben lontana dai tradizionali ruoli femminili del suo piccolo paese. Durante una festa conobbe una giovane promessa della letteratura, dongiovanni e bevitore accanito.

Questo giovane sarebbe diventato uno degli scrittori più famosi degli Stati Uniti: Francis Scott Fitzgerald. All’epoca, Scott stava scrivendo il suo primo romanzo, il cui personaggio principale è ispirato a Zelda. Una volta pubblicato, il libro ebbe un successo travolgente ed è proprio in quel periodo che Zelda si sposta a New York, a 18 anni, per sposarlo.

La coppia diventa un duo di celebrità. Erano alla moda, ricchi, famosi e desiderosi di conquistare il mondo. Scott continuò a scrivere, sempre ispirato dalla sua musa. Esperienze, frasi, conversazioni, diari e lettere private di Zelda furono per lui la fonte dalla quale dissetarsi per comporre i suoi racconti.

Zelda e marito

Zelda vuole scrivere

Zelda Fitzgerald ricevette alcune offerte in cui le si chiedeva di scrivere libri e articoli di suo pugno. Scriveva racconti autobiografici, ma gli editori iniziarono a rifiutarli perché convinti di un plagio del lavoro del marito.

Francis Scott Fitzgerald non vedeva di buon occhio il fatto che la moglie iniziasse a diventare più della sua musa e non approvava assolutamente che si servisse delle sue personali esperienze di vita per scrivere, perché queste erano fonte di ispirazione per lui.

Tutto ciò fu motivo di tante violente discussioni. All’epoca Scott era già diventato un alcolista, i suoi tradimenti erano all’ordine del giorno e sperperava i suoi guadagni.

I due presero quindi la decisione di trasferirsi in Francia, dove continuarono a condurre un’agiata vita sociale, circondandosi di molti intellettuali della cosiddetta generazione perduta. Zelda intanto provava a scrivere. Aveva anche iniziato a dipingere e a studiare per diventare ballerina professionista.

Si innamorò di un pilota francese e chiese a Scott il divorzio. Questi decise quindi di tenerla chiusa in casa fino a quando lei, alla fine, non rinunciò alla propria richiesta. Fu allora che Zelda tentò di suicidarsi per la prima volta.

La personalità di Zelda divenne instabile. Scott non perdeva occasione per metterla in ridicolo pubblicamente e per renderle la vita impossibile. Faceva accomodare le sue amanti a tavola con la moglie e la figlia e la sua strana (e davvero speciale) amicizia con Ernest Hemingway complicò ulteriormente le cose.

Zelda Fitzgerald e gli istituti psichiatrici

Dopo che il suo sogno di ballerina era andato in frantumi, Zelda cadde in depressione. Riuscì però a pubblicare il suo libro Lasciami l’ultimo valzer e questo fece infuriare Scott. La accusò di essersi servita di materiale biografico che lui aveva conservato per un suo prossimo libro.

A seguito della pubblicazione del libro, Scott fece internare Zelda in un costosissimo istituto per disturbi mentali, dove le fu diagnosticata la schizofrenia e in cui molto spesso veniva sottoposta a elettroshock. Zelda non si riprese mai più. Scott si rifiutò per anni di farla dimettere, motivo per cui trascorse il resto della sua vita entrando e uscendo dagli istituti di igiene mentale, fino alla morte.

Diversi medici e biografi sostengono che Zelda non soffrisse di schizofrenia. Alcuni parlano di disturbo bipolare, altri di personalità borderline. Quel che sappiamo con certezza è che oltre a un marito alcolista e dongiovanni, dovette subire anche le pressioni continue della celebrità e l’incapacità professionale che Scott le aveva attribuito: tutti motivi sufficienti per condannare chiunque a una vera e propria montagna russa emotiva.

Zelda Fitzgerald

La malattia di Zelda

Fatto curioso: la storia di Zelda Fitzgerald e le diagnosi di malattia mentale si ripete nel corso del XX secolo con molte altre donne artiste. La lista di suicidi e di diagnosi di disturbi mentali tra gli artisti del XX secolo è davvero numerosa, soprattutto donne.

Sembra che l’aura di genialità e di eccentricità venisse considerata una malattia mentale sulla quale intervenire se il genio fosse stata una donna. Diagnosi simili e trattamenti a base di elettroshock come quelli ricevuti da Zelda Fitzgerald si ripetono con varie figure del mondo dell’arte. Artisti geniali come la scrittrice Sylvia Plath, le artiste surrealiste Dora Maar e Leonora Carrington o la scultrice Niki de Saint – Phalle ricevettero gli stessi trattamenti.

E l’aspetto più curioso è che la stessa sorte toccava anche a moltissime donne comuni che venivano rinchiuse al primo segnale di instabilità emotiva. Migliaia di signore nordamericane, colte e intelligenti, cadevano nella morsa della depressione. Non veniva data loro la possibilità di realizzarsi, di entrare a far parte del mercato del lavoro: in un certo senso erano condannate a vivere quella vita.

A seguito di una semplice crisi di nervi o al più piccolo atto di ribellione, veniva loro diagnosticata la nevrosi, la psicosi o la sempre presente schizofrenia, e venivano poi sottoposte all’elettroshock.

Le più fortunate, dopo qualche tempo, tornavano a casa, miti, sottomesse e incapaci di ricordare chi erano un tempo o di riconoscere i loro stessi figli. Oggi questo trattamento (detto TEC) ha ancora diversi sostenitori, ma anche detrattori a favore dell’abbandono di tale pratica.