Big Eyes: la donna e il mondo artistico

· 11 giugno 2018

Big Eyes (2014) è forse il film meno “burtoniano” di Tim Burton. In esso troviamo appena tracce dell’essenza del regista. Non ricorda per niente ciò a cui ci ha abituati Burton e non perché si tratta di una storia basata su fatti reali, cosa già fatta in Ed Wood, ma perché non vediamo la sua impronta e potremmo tranquillamente attribuirlo a un altro regista.

La storia di Margaret Keane sembra adattarsi alla perfezione a Tim Burton, grande ammiratore della pittrice; il problema è la direzione che prende: non vediamo Burton, vediamo qualcos’altro. A questo punto occorre chiedersi se questo sia davvero un problema, come lo è stato per la maggior parte dei suoi sostenitori che attendevano impazienti un altro film conforme alla sua estetica peculiare; è stato un problema anche per la critica che si aspettava di trovare un nuovo Ed Wood.

“Stiamo facendo soldi. Tasca mia, tasca tua. Che differenza fa?”

-Walter Keane, Big Eyes

Tuttavia, è possibile riscattare certi elementi di questo film, si può  smettere di pensare a Burton per un momento e focalizzarci sul film. Per chi non è un fedele fan del regista, inoltre, può essere una piacevole scoperta.

Big Eyes non è indimenticabile, ma non è neanche un brutto film. Ci avvicina al mondo di Margaret Keane, alla sua arte e alla lotta delle donne per ritagliarsi uno spazio nel mondo artisticoBig eyes non è Edward mani di forbice, è parte della nostra storia dell’arte contemporanea.

Big Eyes, la sottomissione della donna

Nel corso della storia pochissime donne sono riuscite a emergere nel mondo dell’arte; letteratura, filosofia, cinema, pittura o scultura, sono pochi i nomi femminili che ci vengono in mente.

La donna è stata relegata in secondo piano, la società patriarcale l’ha nascosta e sono davvero poche le artiste che hanno avuto accesso a un mondo per molto tempo riservato agli uomini. Le donne non scrivano meno, non sono meno portate alla pittura e riescono a fare filosofia, semplicemente sono rimaste nell’ombra.

“Purtroppo, la gente non compra opere d’arte realizzate da donne.”

-Walter Keane, Big Eyes

Molte donne si sono viste obbligate a utilizzare degli pseudonimi maschili per poter pubblicare un’opera; senza andare troppo lontano, la famosa autrice della saga Harry Potter ha utilizzato le iniziali J.K. Rowling, invece del suo nome Joanne, per nascondere la sua identità e concedersi una certa ambiguità, evitando un’automatica distinzione di genere.

In Big Eyes Tim Burton ci presenta la vera storia di Margaret Keane, pittrice statunitense che dovette lottare per la paternità delle sue opere. Margaret firmava i suoi peculiari quadri come Keane, cognome del marito Walter, motivo per cui il pubblico pensava che fosse lui l’autore dei quadri.

Walter Keane si occupò di vendere i quadri e di prendere le redini del business della moglie, arrivando ad autoproclamarsi autore di dette opere. Nel film Walter, interpretato da un magnifico Christoph Waltz, è un manipolatore, una specie di seduttore con un lato molto oscuro.

Donna che dipinge

Margaret, interpretata da un’eccellente Amy Adams, è già stata sposata una volta e da questo matrimonio è nata sua figlia Jane. Negli anni ‘50 e ’60, per le donne era piuttosto importante avere un marito, una stabilità familiare ed essere divorziata sicuramente non veniva visto di buon occhio.

Trovare un marito avendo già una figlia non era stato un compito semplice, motivo per cui Margaret si lascia abbindolare dal “seducente” Walter Keane. Dopo tutto, è una donna dei suoi tempi, ingenua e remissiva, ma con un grande talento artistico.

All’inizio Margaret soccombe al fascino di Walter e si mostra persino felice nel vedere che le sue opere vengono accolte con piacere e apportano loro notevoli benefici economici. A poco a poco, però, andrà disilludendosi e vedrà in Walter il manipolatore che è in realtà e che la maltratta psicologicamente. Alla fine, tutto questo sfocerà in un terreno melmoso, mediatico e segnato dai tribunali.

“Sono una donna divorziata, con una bambina. Walter è una benedizione.”

-Margaret Keane, Big Eyes-

Big Eyes, il risveglio della donna

Margaret si sveglia, si distacca da quella bugia e intraprende la sua battaglia contro Walter, qualcosa che la porterà a una situazione di tensione costante per i suoi quadri. Dopo anni di battaglie, riesce a vincere la causa e a dimostrare di essere la vera autrice di questi “occhi grandi”.

Per qualche anno, il mondo visse nella menzogna, tutti gli acquirenti e seguaci dell’opera di Walter Kean non potevano immaginare che, dietro a quella firma, si nascondesse davvero sua moglie. Fu la bugia di Margaret, quella che avrebbe segnato la sua vita e l’avrebbe portata a vivere intrappolata nella sua stessa arte.

“[al cane] Li ho dipinti tutti io. Ognuno di quegli occhioni. Io. E nessuno lo saprà mai oltre a te.”

-Margaret Keane, Big Eyes

Alla fine, stufa della situazione, divorzia da Walter e riesce a far riconoscere le sue opere come sue. Non era consapevole della situazione che la avvolgeva, e non si rendeva conto di quanto sarebbe stata dura né di quanto la sua autostima venisse sepolta da quel meccanismo in cui viveva.

La rivoluzione femminile stava appena affiorando, era solo la punta dell’iceberg. In un’epoca dove la mentalità era soggetta al patriarcato, Margaret non fu capace di fermare il tempo, di frenare il marito manipolatore. Tale situazione durò diversi anni, perché Walter Keane era già un noto artista quando lei intraprese la sua battaglia.

La lotta di Margaret Keane è quella di tutte le donne che vogliono ritagliarsi uno spazio nel mondo dell’arte; è stato un risveglio, una rinascita. Burton ci presenta un film che ci avvicina a una realtà poi non così lontana, la lotta di Margaret sarà, inoltre, una lotta contro il maschilismo e una società intera, che le ha voltato le spalle.

Donna con quadro che parla con uomo

I quadri di Margaret Keane

“Oh, vedi io penso che si vedano tante cose negli occhi… Gli occhi sono lo specchio dell’anima.”

-Margaret Keane-

I dipinti di Margaret sono caratterizzati dall’espressività e dalla grande dimensione degli occhi dei bambini che vi apparivano. Si fecero sempre più tristi, proprio come l’autrice.

Bambini che sembravano usciti da una guerra, occhi che riflettevano la parte più profonda dell’anima, dei sentimenti umani. Questi quadri risultano travolgenti, ma che non possiedono l’arte necessaria per essere esposti in un museo e, per molti, rasentano la pacchianeria.

Donna con quadri

Tuttavia, Margaret Keane vanta seguaci famosi e peculiari come lo stesso Burton, Alaska, Joan Crawford (aveva un suo ritratto dipinto da Margaret) o Marilyn Manson.

Non sono pochi i collezionisti dell’opera di Keane, ma è sempre stata considerata un’outsider, una pittrice troppo kitsch per ritagliarsi il suo spazio nella cultura più elevata.

Ha già parlato di questo Susan Sontag in Notes on Camp e non si sbagliava quando ha detto che “ciò che è banale, con il passare del tempo, può arrivare a essere fantastico”; ed è questo che voleva trasmetterci Burton in questo film, riscattare un’autrice che ha sofferto e lottato per la sua opera e che merita un certo riconoscimento.

“È come un miraggio. Da lontano vedi una pittrice, poi ti avvicini e non vedi più niente”.

-Margaret Keane-