La cattiveria sopravvive grazie agli sguardi che vedono ma non fanno nulla

· 13 giugno 2017

C’è chi sventola la bandiera della bontà e si inorgoglisce ostentando la medaglia dell’altruismo, ma quando assiste a scene di cattiveria quotidiana non reagisce, e allora capiamo che le sue parole sono svanite nel nulla, si sono fatte polvere e aria. Si gira dall’altra parte e si mostra passivo, chiude la bocca e rimane in silenzio di fronte alle ingiustizie e alle umiliazioni che toccano agli altri.

Uno dei classici esempi di cattiveria è quello di un genocida che stermina interi popoli. Pensiamo alle persone che portano via la vita ad altre con violenza. Immaginiamo un torturatore o un terrorista che falcia via vite in nome di un Dio. Ma c’è una cosa che va tenuta bene a mente: gli atti di cattiveria avvengono in ogni istante anche negli ambienti più vicini a noi, in quelli più intimi, a cui abbiamo un accesso diretto con tutti i nostri sensi.

“Il mondo non è minacciato dalle persone cattive, ma da tutti quelli che permettono la cattiveria”.

(Albert Einstein)

La maggior parte di noi non ha la possibilità di diventare un salvatore nei contesti bellici che vediamo ogni giorno in televisione o sui social network, ma a volte è sufficiente alzare lo sguardo dallo schermo per assistere a fatti che ledono gravemente il nostro senso di umanità e dei quali siamo spesso complici silenziosi. Sì, siamo complici, perché vediamo e stiamo zitti, ci giriamo dall’altra parte, mandiamo giù il boccone amaro e ci concentriamo su qualcos’altro.

Stiamo parlando, ad esempio, del bullismo o di quelle grida che sentiamo in casa nostra attraverso le pareti, là dove i bambini piangono e uno dei due coniugi subisce in silenzio un maltrattamento. Ci riferiamo anche a quel vicino che fa del male ai suoi animali domestici, a quella donna che tratta male il figlio quando lo porta a scuola o a quel capo che sfrutta ed umilia verbalmente un dipendente.

La cattiveria ha tante facce, tante forme e infiniti canali attraverso cui estende il suo potere e le sue arti maligne. Tuttavia, sopravvive per un motivo ben preciso: perché le persone che in teoria dovrebbero essere “buone” non fanno niente per ostacolare la sua pratica.

L’origine della cattiveria e della sua tolleranza

Arthur Conan Doyle fece uso di un termine davvero curioso quando Sherlock Holmes dovette affrontare il professor James Moriarty: lo descriveva come affetto da “demenza morale”. Questa espressione, senza volerlo, racchiude un’idea che rappresenta il pensiero di molti di noi: solo una persona malata o affetta da qualche disturbo psicologico può commettere un atto di vera cattiveria.

Con l’uso dell’etichetta “patologia”, ci tranquillizziamo e forniamo un senso a quei gesti che sono privi di logica e spiegazioni. Tuttavia, per quanto possa sembrare sconsolante, dietro alla maggior parte di queste reazioni avverse, nocive e distruttive non c’è sempre un disturbo anti-sociale della personalità, non sempre c’è una malattia.

A volte l’atto malvagio può essere perpetrato da una persona normale, a noi vicina e da noi conosciuta, che mette in pratica gesti appresi, comportamenti che sono il risultato di un’educazione disfunzionale o carente. Altre volte i protagonisti sono persone con  un basso controllo emotivo, che si lasciano trasportare dagli impulsi o dall’influenza di terzi. Infine, capita che sia l’ambiente stesso e le circostanze a creare una corrente maligna.

Lo stesso Albert Ellis spiegò che la cattiveria come essenza o come componente genetica non esiste, o almeno non è così comune. Infatti, tutti noi siamo capaci di essere complici del male in determinati momenti e in certe condizioni.

Perché restiamo immobili di fronte alle ingiustizie?

Torniamo al titolo di questo articolo: uno dei motivi per cui il male trionfa è che le persone “teoricamente buone” non fanno nulla. Ma perché non agiamo? Cosa può spiegare quest’immobilità, questi occhi chiusi e questo sguardo che cerca un altro punto su cui posarsi? Vediamo insieme alcune spiegazioni a questo comportamento su cui riflettere:

-Il primo è chiaro e semplice: ci diciamo che quello che stiamo vedendo non ha niente a che fare con noi. Non ne siamo responsabili, non l’abbiamo provocato, e la persona che soffre non è legata a noi. L’assenza di implicazione emotiva è senza dubbio una delle prime cause di immobilità.

-Il secondo aspetto è legato alla necessità di mantenere l’armonia o la funzionalità di un contesto. Ad esempio: l’adolescente testimone dei danni inflitti da un bullo a un suo compagno di classe può scegliere di restare in silenzio piuttosto che denunciare i fatti. Questa passività può essere causata dalla paura di rompere l’equilibrio esistente o per timore di mettere in pericolo la posizione sociale di cui gode in quel contesto. Se difende la vittima, corre il rischio di subire delle conseguenze, di perdere il suo status e di diventare il bersaglio di possibili attacchi.

Si sa, non è facile, soprattutto quando gli altri (i “cattivi”) hanno tutto da guadagnare e noi tutto da perdere. Ma dobbiamo cercare di intervenire quanto ci è possibile, di cercare nuovi meccanismi, gesti e canali con cui difendere l’individuo che ha bisogno d’aiuto. Come disse il filosofo Edmund Burke, la giustizia esiste solo perché le persone fanno lo sforzo di schierarsi contro l’ingiustizia.

La necessità di aprire gli occhi di fronte alla cattiveria quotidiana

L’abbiamo già detto prima: la cattiveria ha tante forme. È sibillina, a volte si traveste e parla diverse lingue: quella del disprezzo, quella del vuoto, quella dell’aggressione verbale, quella della discriminazione, quella del rifiuto, dell’ingiustizia, ecc.

“La tolleranza è un crimine quando ciò che si tollera è cattiveria”.

(Thomas Mann)

Non stiamo dicendo di indossare un mantello e di andare alla ricerca di situazioni in cui c’è gente che soffre. Stiamo dicendo di fare qualcosa di molto più semplice, basilare ed utile: aprire gli occhi ed essere sensibili di fronte a ciò che accade ogni giorno davanti a noi, negli spazi a noi più prossimi. Tutti abbiamo la responsabilità di evitare che l’ingiustizia si diffonda, e a questo fine non c’è niente di meglio che iniziare con ciò che ci è più vicino.

L’integrità morale è un atto di responsabilità quotidiana. Decidetevi a fare quel passo e a denunciare l’offesa, il maltrattamento, l’aggressione, l’ingiustizia. Fate in modo che la bontà abbia un senso reale, permettete alla nobiltà d’animo di avere voce e di essere utile.

Immagine principale per gentile concessione di Benjamin Lacombe