Disincanto: la satira medievale di Groening

20 Novembre 2019
La serie Disincanto non ha avuto un buon inizio, a causa del grande peso dell’eredità dei suoi predecessori. Con la nuova stagione, invece, la serie prende forma e ci regala momenti all'altezza di Groening.

L’anno scorso Disincanto è approdata su Netflix, generando opinioni molto diverse. Il motivo? La serie animata è stata firmata da Matt Groening, l’acclamato padre de I Simpsons e Futurama. I suoi seguaci non vedevano l’ora di scoprire la nuova proposta di Groening, anche se non sapevano bene cosa li aspettasse. La critica ha ispezionato la serie con la lente di ingrandimento e, dopo un inizio un po’ vacillante, ha finito per lodare questa satira ambientata in un Medioevo un po’ folle.

Disincanto si allontana dalle sorelle maggiori, in un tempo lontano: mentre la famiglia gialla si colloca in un presente riconoscibile, come parodia della società americana attuale, e Futurama ci invita a pensare al futuro, l’ultima opera di Groening ci porta nel passato. A un passato con chiare allusioni al Medioevo, ma con una forte componente fantastica, di chiare influenze mitologiche, e ricco di superstizioni.

La trama

In un regno chiamato Dreamland, vive la Principessa Tiabeanie, Bean per gli amici. Tutto inizia quando, dopo aver concordato un matrimonio, la giovane principessa decide di fuggire e sfuggire ai suoi obblighi matrimoniali, perché preferisce bere birra e darsi all’avventura invece di sposarsi con un principe che non ama. Bean intraprenderà un viaggio alla ricerca di se stessa, cercando di sfuggire alle convenzioni e scatenando una serie di situazioni catastrofiche e grottesche.

Durante il suo viaggio, non sarà sola, ma la accompagneranno Luci, il suo demone personale, che cerca di trascinarla verso il lato oscuro, ed Elfo, un piccolo elfo stanco della vita ottimista e allegra del suo villaggio, che si tufferà nell’oscurità e nella depressione del mondo umano.

Con la sua tipica firma satirica e divertente, Matt Groening si adatta a un mezzo che non convince del tutto, ma che, alla fine, ci lascia con un buon sapore in bocca. Appena uscita la seconda stagione, sveliamo alcuni aspetti di Disincanto.

Un nuovo formato

Bisogna ammettere che inizialmente l’idea di una nuova serie di Matt Groening per Netflix ha lasciato perplessi. È passato molto tempo da quando I Simpsons e Futurama sono apparsi in televisione e le tendenze nell’animazione sono cambiate notevolmente. Tutti abbiamo un ricordo nostalgico dei migliori anni de I Simpson e Futurama, ma oggi le cose sono molto diverse.

Futurama è stata cancellata – anche fraintesa – e I Simpson sono ormai lontani dal loro momento di gloria e splendore. Altre serie animate come I Griffin (Seth McFarlane, 1999) sono cresciute all’ombra delle creazioni di Groening, ma alla fine sono state relegate e obbligate ad adottare nuove forme. Nonostante ciò, non hanno mai avuto il successo de I Simpson.

Qual è il ruolo di Netflix? Una nuova forma di creazione, maggiore libertà per l’artista – sia in senso positivo che negativo – e una chiara tendenza alla serializzazione. E proprio qui che risiede uno dei problemi di Disincanto. Invece di optare per episodi brevi e auto-conclusivi, Disincanto è una serie classica, da seguire episodio dopo episodio, con una trama che si sviluppa progressivamente. Ogni episodio termina con un aggancio (cliffhangers) che invita lo spettatore a seguire la serie, ma abusa della battuta facile.

Disincanto, una satira che non convince

Il problema è che Disincanto non è stata pensata per essere seria, ma ridicola e, nella commedia il troppo stroppia. Più è breve e condensata, meglio è; lo spettatore non vuole restare attaccato allo schermo, ma cerca solo una risata facile. L’umorismo, a sua volta, tende a cadere nell’assurdo. Questo aspetto non era stato un problema nel caso de I Simpsons e Futurama, perché c’era un equilibrio tra critica e assurdità. Nella satira medievale, invece, l’assurdo tende a offuscare la critica, e questa non è abbastanza pungente.

I confronti sono sempre difficili e, forse, se Disincanto non fosse stato la sorellina piccola, non avrebbe incontrato così tanti detrattori. A sua difesa diremo che, sebbene questo nuovo formato possa confondere lo spettatore, riesce a divertire. Con lo sviluppo della storia, scopriamo un universo più complesso, più divertente e con alcuni momenti all’altezza delle aspettative. Ricordiamo, inoltre, che neanche I Simpson avevano avuto un grande seguito nei primi episodi, ma hanno conquistato il loro pubblico gradualmente.

I personaggi sono ben costruiti e le allusioni ad altre serie – come le chiare influenza di trono di spade – disegnano una storia che cela molto più di quanto sembri. Disincanto non vi piacerà dal primo episodio, probabilmente, ma riuscirà a prendervi verso la metà della serie, per conquistarvi definitivamente con la seconda stagione, in cui finalmente centrano l’obiettivo.

Disincanto: nuovi temi e ancora critiche

Se c’era un filo conduttore nei suoi predecessori era la critica attraverso la parodia. Il ritratto caricaturale del presente e del futuro ha caratterizzato le animazioni di Groening fin dai loro esordi trasformandole in grandi classici. Disincanto non è solo una parodia del passato, ma anche del presente, poiché si adatta alle nuove esigenze del nostro tempo.

Non sorprende, pertanto, che la protagonista sia una donna, una principessa disincantata dal suo tempo – permetteteci la ridondanza- che decide di prendere le redini della sua vita, anche se catastroficamente. Bean non è una principessa delle fiabe, non è la principessa che incarna i valori esemplari del Medioevo, ma un vero disastro. Tutto va storto e, dovunque vada, semina il caos. Ha problemi con l’alcol e, fisicamente, non è certo la personificazione della bellezza. Insieme ai suoi compagni, Elfo e Luci, conduce un trio che a volte ci ricorda Fry, Bender e Leela di Futurama – con le dovute differenze – e ci condurrà nelle situazioni più folli.

La critica della diseguaglianza delle donne è evidente fin dall’inizio: Bean sfida le regole e segue i suoi istinti; nella seconda stagione, assistiamo alla parodia delle società medievali, ma anche ad alcune più attuali.

Disincanto, la nuova serie di Groening

Un re debole che lascia i suoi sudditi in balia della religione

La figura del re viene ridicolizzata, viene mostrata come un burattino usato dai suoi consiglieri, tra i quali spicca una specie di culto che allude alla Chiesa, per ottenere ciò che è meglio per sé. Né il re né il popolo sembrano preoccuparsi troppo; nel palazzo tutto avviene per interessi, mentre il re gode di abbondanti pasti sul suo trono, totalmente ignaro della situazione del suo regno.

Superstizione e religione si mescolano nel culto che domina Dreamland, a ciò si deve la presenza di alcuni personaggi che non credono nella scienza, ma nella magia; che condannano la stregoneria e dominano l’opinione pubblica a piacimento. In questo modo, i consiglieri del re sono quelli che prendono veramente le redini di Dreamland, sono coinvolti in una sorta di riti sessuali e religiosi, mentre dettano le norme della società.

La prima stagione è stata solo uno spuntino, una presentazione del mondo di Disincanto e delle regole che lo governano.  La seconda stagione, già più matura, esplora più a fondo tutto ciò che è stato solo abbozzato nella prima, e inizia a mettere il dito nella piaga, sorprendendo  con una critica che, ora sì, rimanda al nostro mondo e al passato storico.

La serie ci saluta di nuovo con un finale che mantiene la suspence e ci lascia con la voglia di rivedere le avventure di Bean, Elf e Luci; senza sottovalutare un’estetica molto attenta che, in questa occasione, si avvicina persino a uno stile steampunk. Con una visione grottesca e folle del nostro passato, sembra che Disincanto, a poco a poco, stia trovando il suo posto nei nostri cuori e chissà se alla fine vi sarà anche un posto nella nostra memoria … come i suoi amati predecessori.