Edmonia Lewis, scultrice del proprio destino

7 Agosto 2019
In un mondo di uomini bianchi, Edmona Lewis emerse in quanto "voce nera e femminile" che avrebbe portato la scultura a connettersi con le sue radici afroamericane e aborigene.

Mary Edmonia Lewis è stata una scultrice statunitense che ha lavorato per la maggior parte della sua carriera a Roma. Nata libera cittadina di New York, Edmonia Lewis fu la prima donna di origini afroamericane a raggiungere il successo internazionale.

Fu anche la prima afroamericana a ottenere riconoscimento come scultrice da parte del mondo delle belle arti.

Molti artisti nordamericani del XIX e del XX secolo raggiunsero il successo nel proprio paese d’origine. Tuttavia, Edmonia Lewis fu una delle poche eccezioni. Scopriamo insieme la sua vita e le sue opere, in che modo è riuscita a superare gli ostacoli imposti dalla società, a rompere gli schemi e, a dispetto di ogni pronostico, a guadagnarsi il riconoscimento a livello mondiale.

Infanzia e gioventù di Edmonia Lewis

Edmonia Lewis nacque nella condizione di donna nera libera, intorno al 1844, a Greenbush (New York). Aveva un fratello che avrebbe ottenuto grandi successi economici grazie all’estrazione dell’oro.

La piccola Edmonia era figlia di un uomo di colore al servizio di un signore; sua madre -anch’ella di colore- era di discendenza ojibwa e africana. Gli ojibwa sono una delle popolazioni indigene più numerose dell’America del Nord, insieme ai cheroqui e ai navajos.

Edmonia rimase orfana a circa dieci anni. Come avrebbe affermato più tardi, fu cresciuta da alcuni parenti ojibwa, nei pressi delle cascate del Niagara.

Mary Edmonia Lewis ricevette una scarsa educazione scolastica, eppure, grazie all’aiuto del fratello maggiore, frequentò l’Oberlin College, nell’Ohio. Lì studiò dal 1860 al 1863, emergendo come una talentuosa artista.

In quel momento, il movimento abolizionista era attivo nel campus di Oberlin e avrebbe avuto un impatto notevole negli anni anni a venire sulla carriera artistica di Edmonia.

Scultura di donna in marmo

Il prezzo del successo

La giovane dovette superare diversi ostacoli per diventare un’artista rispettata. All’Oberlin College venne accusata ingiustamente di aver tentato di avvelenare due compagne di classe bianche e, per punizione, venne presa e picchiata da una folla di bianchi. La Lewis si riprese dall’attacco e quando vennero ritirate le accuse contro di lei scappò a Boston.

Qui strinse amicizia con l’abolizionista William Lloyd Garroson e con lo scultore Edward A. Brackett. Fu proprio Brackett a sostenere il lavoro artistico della Lewis e a incoraggiarla negli studi.

All’inizio degli anni ’60 dell’Ottocento, la Lewis iniziò a ricevere speciali riconoscimenti per il suo lavoro, facendosi spazio nel mondo dell’arte. I suoi medaglioni di argilla e gesso che rappresentano Garrison, John Brown e altri leader abolizionisti, le aprirono un piccolo spiraglio verso un modesto successo commerciale.

Nel 1864, realizzò un busto del Colonnello Robert Shaw, un eroe della Guerra Civile morto al fronte del 54° Reggimento del Massachusetts. Grazie a questo lavoro, ottenne il primo successo commerciale degno di nota.

I soldi che guadagnò a seguito della vendita delle copie del busto le permisero di trasferirsi a Roma. Ma perché trasferirsi nella capitale italiana? In quel momento, Roma era diventata punto di incontro di diversi artisti statunitensi in esilio; tra questi, diverse donne giunte in città in cerca di una occasione.

Edmonia Lewis e la sua vita a Roma

In Italia, la Lewis continuò a lavorare come artista. La sua opera affrontava, soprattutto, tematiche legate alla sua eredità culturale afroamericana e, seppur in misura minore,  alla sua religione, il cattolicesimo.

Una delle sue opere più acclamate è Forever free – oltre la barriera del colore (1867), una scultura che rappresenta un uomo e una donna di colore che emergono dalle catene della schiavitù.

Un altro esempio di connessione con le sue radici è chiaro in Old Arrow Maker (ovvero, il fabbro di frecce), del 1866, scultura che si ispira alle sue origini aborigene. L’opera mostra un padre che insegna alla figliolina a fabbricare una freccia.

Una delle sue opere più famose è una rappresentazione della regina egizia Cleopatra, che prende il titolo di The Death of Cleopatra (La morte di Cleopatra). Questa scultura ottenne i consensi della critica quando venne esposta alla Mostra di Philadelphia, nel 1876, e a Chicago due anni dopo. La scultura di due tonnellate non rientrò mai in Italia perché la Lewis non poteva pagare gli esorbitanti costi di trasporto. Per questo motivo, il pezzo venne conservato e riscoperto diversi decenni dopo la morte dell’artista.

Scultura di edmonia lewis

Gli ultimi anni e l’eredità della Lewis

Così come per gli anni della sua infanzia, anche gli ultimi anni di Edmonia Lewis sono avvolti nel mistero. Sappiamo che continuò a esporre i propri lavori fino alla fine del XIX secolo, che ricevette visita da Frederick Douglass a Roma e che non si sposò mai né ebbe figli. Ma sugli ultimi dieci anni della sua vita, abbiamo davvero poche notizie.

Si ritiene che trascorse gli ultimi anni a Roma; tuttavia, sono stati scoperti di recente documenti che indicano che il suo decesso avvenne a Londra nel 1907.

Sebbene abbia ricevuto numerosi consensi per il suo lavoro in vita, nonostante la sua condizione di donna e nera, di certo il vero riconoscimento arrivò dopo la sua morte (momento in cui, finalmente, il mondo dell’arte si arrese dinnanzi alla sua magnifica opera). Alla fine del XX secolo, la vita e l’arte della Lewis hanno ricevuto elogi postumi e il suo lavoro è stato presentato in occasione di varie esposizioni.

Alcuni dei suoi pezzi più famosi fanno oggi parte delle collezioni permanenti dello Smithsonian American Art Museum e del Metropolitan Museum of Art. È possibile trovare alcuni pezzi esposti presso il Cleveland Museum of Art e press l’Art Gallery dell’Università di Howard. Il lascito di Edmonia Lewis può essere ancora fruito, acclamato e, finalmente, riconosciuto.

  • Gold, S. W. (2012). The Death of Cleopatra/The Birth of Freedom: Edmonia Lewis at the New World’s Fair. Biography, 318-341.
  • Buick, K. P. (1995). The Ideal Works of Edmonia Lewis: Invoking and Inverting Autobiography. American Art, 9(2), 5-19.
  • Richardson, M. (1995). Edmonia Lewis’ The death of Cleopatra: myth and identity.
  • Blodgett, G. (1968). John Mercer Langston and the Case of Edmonia Lewis: Oberlin, 1862. The Journal of Negro History, 53(3), 201-218.