Green book: quando si normalizza il razzismo

· 7 Aprile 2019
Il premio più ambito è andato a Green Book, il film ottimista interpretato da Viggo Mortensen e Mahershala Ali. Si può essere d'accordo o meno con questa decisione, ma di certo la pellicola mantiene la sua promessa: diverte e, allo stesso tempo, fa riflettere.

E l’Oscar va a… Ebbene sì, alla fine l’Oscar per il miglior film è stato assegnato a Green Book. Un premio atteso da molti, che è diventato realtà quando Roma ha ottenuto la statuetta come miglior film straniero.

Un risultato che sembra non aver soddisfatto molti e che, probabilmente, calza un po’ grande. Ma non si può certo negare che si tratti di un bel film e raggiunge il suo intento.

Green Book è politicamente corretto e non ha inventato niente di nuovo. Ci mostra un contenuto che abbiamo visto infinite volte al cinema, ma lo sa raccontare bene e ci fa innamorare. 

A tutti piace vedere storie che fanno riflettere, film che giocano con lo spettatore. Al di là del genere, che sia fantastico o drammatico, vogliamo essere sorpresi. Dobbiamo riconoscere, però, che anche lo spettatore più disincantato di tanto in tanto apprezza anche una commedia leggera, una storia che lo catturi per un paio d’ore. Il cinema è arte, ma non dobbiamo dimenticare che è anche consumo e, naturalmente, intrattenimento.

Green Book fa divertire, ci mostra la crudeltà del razzismo, ma ammorbidita dal valore dell’amicizia. La coppia formata da Viggo Mortensen e Mahershala Ali – quest’ultimo vincitore del premio come attore non protagonista nei panni di Don Shirley – funziona perfettamente e ci regala un film ottimista in grado di strappare più di un sorriso.

Certo, se quello che vogliamo sono riflessioni che cambiano la vita o che sorprendono, Green Book non è il nostro film. È, però, una di quelle pellicole che vorremmo vedere in una giornata grigia o noiosa, per staccare e addolcire un po’ la vita.

Green Book: due personaggi molto umani

Green Book è tratto da una storia vera: l’amicizia tra Tony Lip e Don Shirley. Il primo è un italo americano di umili origini che vive nel Bronx con moglie e due figli. Dopo aver perso il lavoro, si butta in una nuova avventura, diventando l’autista di Don Shirley, un musicista nero che accompagnerà in tour.

Shirley è un uomo di cultura. Il suo status di musicista affermato lo distingue dal resto della comunità nera, senza però potersi adattare al mondo dei bianchi. Il razzismo è talmente normalizzato che anche il suo status vale nulla. Tony, al contrario, è un uomo rude, ma un buon conoscitore dell’altra cultura, quella popolare.

Gli scontri tra i due sono prevedibili, sia a causa dei loro pregiudizi, sia perché nessuno dei due si sforza di uscire dai propri schemi di vita. Sono due personaggi tipo, non sono nuovi, li abbiamo già visti. Ma, lungi dall’essere piatti o noiosi, prendono vita grazie alla maestria dei due attori, come personaggi molto umani.

Uno ricco ed educato uno, l’altro al verde e pecca di ignoranza. È, tuttavia, un’ignoranza relativa, perché Tony conosce cose che Don ignora, e viceversa. Il musicista si muove alla perfezione negli ambienti colti ed elitari, l’autista sa gestire la strada e la vita di tutti i giorni.

Green book: l’umanità, prima dei pregiudizi

I problemi per Shirley non tardano ad arrivare, anche in situazioni in cui il pianista dovrebbe essere la star. Il messaggio è molto chiaro: no al razzismo. Con una colonna sonora che ci accompagna attraverso chilometri di strada e alberghi che discriminano per razza, il film costruisce una storia con morale, buone vibrazioni e buoni sentimenti.

Don e Tony si completano alla perfezione, superando gli ostacoli che si presentano e la commedia-drammatica fa il resto. Sì, tutto è prevedibile, ma Green Book non cerca l’effetto sorpresa.

L’interpretazione dei due personaggi, molto interessanti, non lascia dubbi alla bravura degli attori. Ci consegnano una storia in cui l’umanità conta più dei pregiudizi. Entrambi hanno molto da imparare l’uno dall’altro; Shirley deve mettere da parte lo snobismo che usa come maschera, mentre Tony imparerà una certa dose di buone maniere, abbandonando i pregiudizi.

Green Book, Sam e Tony al bar

Razzismo normalizzato, il grande nemico

Cosa succede quando il razzismo diventa normale, istituzionalizzato? Con il sorriso e senza esserne coscienti, lo adottiamo come modo di vivere, come parte della cultura e dei nostri valori.

Green Book ci mostra la faccia normalizzata del razzismo americano negli anni ’60. Nessuno si domandava perché i neri dovessero dormire in alberghi separati, non potessero usare gli stessi bagni dei bianchi o mangiare in alcuni ristoranti.

E se il nero in questione era una persona famosa? E se aveva più potere dei bianchi che lo circondavano? Allora, con un sorriso amabile, lo invitavano a mostrare le sue capacità, per poi allontanarlo gentilmente al momento opportuno. Perché un uomo di colore non è un bianco e, per avvicinarsi deve dimostrare continuamente di avere talento.

Don Shirley è pagato per suonare davanti a platee danarose, educate e raffinate, capaci di apprezzarne la bravura, ma la regola è non cercare di mescolarsi una volta finita l’esibizione.

È l’ipocrisia dell’élite culturale, di chi finge di ignorare le differenze, ma sa che esiste un limite da non oltrepassare. Di chi critica il razzismo, il sessismo o l’omofobia, ma è elitario e non permetterà mai di far vacillare il suo status. E lo fa in modo inconsapevole, perché tutto questo è normale e innocuo. L’alta cultura, purtroppo, è da sempre un circolo per pochi.

Sam e Tony a tavola

Quell’elitismo è contagioso e Don Shirley vorrebbe eccellere, non essere uomo di colore, pur consapevole della sua realtà.

D’altra parte, Tony Lip, con la sua dubbia morale, è un discriminato. Porta un’etichetta, quella dell’italo americano, figlio di immigrati e, quindi, della classe operaia. Malgrado la sua apparente mancanza di cultura, però, può apprezzare la buona musica e perfino le belle parole.

Discriminazione, ancora parte della nostra realtà

Tutto questo si riflette nel film ed è ancora parte della nostra realtà. Sebbene questo tipo di segregazione non esista più, le tracce del razzismo istituzionalizzato non si cancellano facilmente. 

Pensiamo alle nostre università. Esiste davvero diversità? Poca, sicuramente. Non viviamo negli Stati Uniti degli anni ’60, ma il nostro mondo è ancora diviso per paese di provenienza, genere, orientamento sessuale, etc.

Green Book mette il dito sulla piaga, ci mostra l’immagine cruda del razzismo, ma anche normalizzata, silenziosa e forse più pericolosa. Per questo, sebbene non offra niente di nuovo, ci trasmette un messaggio purtroppo atemporale. Non più “basta razzismo”, ma “basta discriminazione” di qualunque tipo.

Se meritava o meno l’Oscar è un’altra storia. Non possiamo dire che sia un film essenziale o assolutamente necessario, ma raggiunge il suo scopo: trasmettere buone vibrazioni e farci sorridere.

Non vincerai con la violenza, Tony, tu vincerai quando manterrai la tua dignità.

-Green Book-