Il cervello di una persona razzista

Il cervello di un razzista non si basa solo sui pregiudizi frutto dell'ignoranza. Come rivelano vari studi neuroscientifici, questo comportamento si nutre di un'emozione molto basilare: la paura.
Il cervello di una persona razzista
Valeria Sabater

Scritto e verificato da la psicologa Valeria Sabater in 15 novembre, 2021.

Ultimo aggiornamento: 15 novembre, 2021

Il cervello di una persona razzista è governato da pregiudizi infondati e dal sentimento di minaccia dell’ignoto, ovvero di ciò che è diverso. Molte persone vengono inconsciamente trascinate da pregiudizi razziali. È dunque sufficiente che si verifichi una determinata situazione affinché reagiscano in modo discriminatorio.

Gli esperti in psicologia razziale Leslie Zebrowitz e Yi Zhang, della Brandeis University (Massachusetts), fanno notare che buona parte della popolazione mostra questi pregiudizi o schemi inconsci e automatici. Proprio questi schemi portano a pensare o agire in modo razzista in un dato momento.

Per fortuna, oggi le neuroscienze ci offrono numerosi strumenti per comprendere e persino riconoscere il cervello di una persona razzista. Come rivelato in un articolo pubblicato su The Guardian, negli Stati Uniti hanno già sviluppato una tecnica basata su una scansione cerebrale che rileva l’attività nelle aree legate al pregiudizio razziale.

Per quanto possa sembrare sorprendente, alcuni percorsi neurali inducono ad adottare condotte razziste. Si tratta di meccanismi basati su un’emozione specifica: la paura. Scopriamone di più.

“Il razzismo è la più grande minaccia per l’uomo, un’equazione basata sul massimo dell’odio per il minimo della ragione”.

-Abraham J. Heschel-

Anatomia del cervello di una persona razzista

La professoressa Jennifer Richeson, neuroscienziata del Dartmouth College nel New Hampshire, ha condotto uno studio pubblicato nel 2003 sulla rivista Nature. Secondo questo lavoro, è possibile riconoscere il cervello di una persona razzista se determinate aree si attivano a seconda degli stimoli presentati. O meglio, a seconda della conversazione che la persona intrattiene e con chi.

Per verificare questa teoria sono stati intervistati degli agenti di polizia americani (bianchi). Molti di loro hanno dovuto fare di tutto per evitare di dire qualcosa di offensivo o dispregiativo.

Questa concentrazione attiva certe aree cerebrali. D’altra parte, anche quelli con un chiaro pregiudizio razziale hanno mostrato una maggiore attività in alcune aree. Ne parliamo nelle righe che seguono.

L’amigdala

L’amigdala è l’area del cervello in cui si sviluppano le emozioni. Grazie a essa, possediamo i ricordi legati alla sfera emotiva, ed è anche la sentinella della paura.

Uno dei suoi compiti principali è interpretare quella che potrebbe essere una minaccia per noi, e quindi risvegliare la sensazione di rifiuto, disagio, allarme. Il cervello di una persona razzista attiva istantaneamente quest’area quando vede individui di altre razze o altre etnie.

Due persone che gridano.

La corteccia prefrontale

Da un punto di vista neuroscientifico, le persone prive di pregiudizi razziali mostrano una netta differenza rispetto a quelle razziste. Questa differenza si trova nella corteccia prefrontale.

  • L’amigdala si attiva quando si vede qualcosa di diverso (una persona di un altro gruppo etnico, ad esempio), collegandosi istantaneamente con la corteccia prefrontale che esercita una funzione regolatrice.
  • Quando il “sistema della paura” viene attivato, le aree prefrontali vengono messe in funzione per analizzare la situazione. Lo scopo è pensare razionalmente, analizzare la situazione e scoraggiare o calmare la paura e il rifiuto.
  • Il controllo cognitivo svolto dalla corteccia prefrontale è determinante per ridurre lo slancio del pregiudizio. Ciò, tuttavia, non si verifica nel cervello di una persona razzista.

Il corpo striato ventrale

Lo striato è una delle aree più interessanti per studiare il pregiudizio razziale, perché è collegato al meccanismo mediante il quale optiamo per il conformismo sociale. In altre parole, aderendo a ciò che il gruppo, la famiglia, gli amici o parte della popolazione difende, si attiva un sistema di ricompensa.

Non importa che le nostre idee siano chiaramente di parte. Agire, dire e pensare come la maggioranza genera compiacimento, e il corpo striato ci premia rilasciando dopamina e serotonina.

Questo meccanismo, in realtà, è un istinto molto primitivo che in passato ha permesso al gruppo di rimanere coeso e di diffidare dagli altri individui al di fuori dell’unità sociale.

Può il cervello di una persona razzista ridurre i suoi pregiudizi e pensare in modo diverso?

Nel 2012 i ricercatori Leslie Zebrowitz e Yi Zhang della Brandeis University hanno dimostrato due cose: la prima è che il cervello di una persona razzista elabora la sua realtà in modo diverso rispetto a quello di una persona che non lo è.

In secondo luogo, è possibile cambiare questa condizione grazie all’elevata plasticità cerebrale. Ciò è possibile grazie al riflesso di avvicinamento. Basterebbe esporre continuamente il soggetto razzista al contatto con le persone che rifiuta e che non accetta per indebolire i suoi pregiudizi, rivalutare le sue convinzioni e riconsiderare la propria paura o rifiuto.

In tal senso si rivelano fondamentali i modelli educativi basati sulla cooperazione difesi dallo psicologo Elliott Aronson. Affrontare queste realtà ci aiuterebbe senz’altro a creare una società più equa e più rispettosa.

Il fascismo si cura leggendo e il razzismo si cura viaggiando”.

-Miguel de Unamuno-

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