Il labirinto del fauno: quando disobbedire è d’obbligo

· 1 dicembre 2018
Il labirinto del fauno ci porta nel mondo fantastico di una bambina, verso l'immaginazione e l'innocenza che in molti hanno perso durante la guerra.

Il labirinto del fauno (2006) è da molti considerato il capolavoro del regista Guillermo Del Toro, la pellicola che meglio esprime il suo cinema, la sua passione, la sua fantasia. Il successo del film è indiscutibile, ha vinto numerosi premi tra cui tre Oscar: migliore fotografia, migliore direzione artistica e miglior trucco.

La vicenda è ambientata in uno dei periodi più tristi della storia della Spagna: il dopoguerra, quando la fame e la miseria misero in ginocchio la società spagnola. Un momento in cui era difficile immaginare, sognare o credere nelle favole. L’isolamento internazionale, la sottomissione a un’ideologia unica (il fascismo) e la miseria erano all’ordine del giorno per buona parte della popolazione spagnola.

Il labirinto del fauno ci presenta due storie che finiscono per fondersi in una. La simultaneità dei racconti inizia subito: mentre una voce fuori campo ci parla di una principessa che viveva molto tempo fa in un regno sotterraneo, leggiamo alcuni titoli che ci riportano alla Spagna del dopoguerra (“nascosti tra le montagne, gruppi armati continuano a combattere il regime fascista, che lotta per soffocarli”). In contemporanea si può sentire in sottofondo una melodia dalle note puramente fantastiche insieme al respiro agitato di una bambina che soffre.

La bambina è Ofelia, il nesso di unione tra le due storie. Dalla realtà più dura, la sottomissione al regime e la resistenza della guerriglia antifranchista, Il labirinto del fauno ci porta nel mondo fantastico di una bambina, verso l’immaginazione e l’innocenza che in molti hanno perso durante la guerra. Del Toro riesce ad affascinarci con la sua estetica, con il suo mondo sotterraneo che, come quello degli umani, non è privo di pericoli.

Fantasia e realtà, favole e miseria, ma soprattutto, disobbedienza, tutto questo è Il labirinto del Fauno.

Perché Ofelia?

Il nome Ofelia rimanda all’Amleto di Shakespeare. Ofelia, figlia di Polonio e sorella di Laerte, è la promessa del principe Amleto; perde il senno a seguito della morte del padre (ucciso per errore da Amleto), e la follia la rende un personaggio infantile, innocente e tragico.

La sua morte, mai rappresentata in scena, è narrata da Gertrude, madre di Amleto, ed è considerata una delle morti più poetiche della letteratura. Ofelia è una donna distrutta dall’amore e dalla morte del padre ed è la perfetta rappresentazione della donna, dell’innocenza, dell’amore e della morte, ispirando così una lunga serie di dipinti nel Romanticismo. La narrazione della sua morte è magica, è una fusione con la natura, non una morte angosciante, ma serena.

Rappresentazione della morte di Ofelia

Anche l’Ofelia di Shakespeare appare sottomessa e obbediente al mondo degli uomini. Tuttavia, una volta perso il senno, la sua sottomissione inizia ad affievolirsi e la vediamo accompagnata da un’altra donna, la regina Gertrude. L’immagine della morte di Ofelia è associata a una dimensione mistica, quasi fantastica, come se un essere di un altro mondo tornasse al suo stato naturale.

La scelta di questo nome per Il labirinto del fauno non è dunque casuale, ma vuole associare l’innocente bambina del film al personaggio di Shakespeare. Esiste poi anche una certa somiglianza tra Carmen, la madre di Ofelia, e la regina Gertrude; entrambe, una volta vedove, si sposano con un uomo vile. Carmen contrae matrimonio con il Capitano Vidal, al servizio del franchismo mandato nei Pirenei per combattere le guerriglie repubblicane.

Il ruolo della donna ne Il labirinto del fauno

La società dipinta ne Il labirinto del fauno non rispetta le donne. Carmen rappresenta i valori della moglie tradizionale, sottomessa al marito; Mercedes, che lavora nella casa al servizio di Vidal, presuppone la rottura con questi valori e, anche se sembrerebbe fedele al capitano, è in realtà coinvolta nella lotta della guerriglia antifranchista. Anche Ofelia vive una storia parallela a quella di Mercedes, e il suo incarico è quello di portare la serenità nel mondo sotterraneo.

Del Toro vuole dipingere il patriarcato in termini negativi, e a tale scopo decide di mettere in risalto il ruolo della donna. Nel regno sotterraneo non c’è sole, predomina la luna, elemento carico di connotazioni femminili per la sua relazione con il ciclo mestruale e la maternità. Nel mondo degli umani, il sole accecherà la principessa facendole dimenticare il suo passato. Il sole assume una connotazione negativa rappresentando l’uomo.

Appare anche la mandragola, le cui radici ricordano molto una figura umana. Ofelia immerge la mandragola nel latte e la mette sotto il letto per aiutare la madre durante la gravidanza.

Il Capitano Vidal sarà il grande antagonista di questo racconto, e incarna tutti i valori patriarcali ai quali Ofelia si oppone. Due storie e due mondi: quello sotterraneo rappresenta l’innocenza della bambina e della donna; il mondo reale è ostile, ferito dalla guerra e associato all’uomo.

Simbolismo

Agli inizi dell’agricoltura, alcune tribù come i boscimani ritenevano il mondo sotterraneo un luogo vincolato al passaggio tra la vita e la morte, alla magia. Molti racconti della tradizione orale parlano di bambine che, cadute nel mondo sotterraneo, vivono un’esperienza che le trasformerà in donne. A questo mondo è dunque associata la perdita dell’innocenza e la metamorfosi della bambina.

Il mondo sotterraneo è caratterizzato dalla presenza di animali dalle caratteristiche umane, è un mondo pieno di prove, tentazioni e di guide delle quali non sempre possiamo fidarci. Questi racconti hanno un forte carattere didattico, un po’ come i miti, e lo stesso accade con Il labirinto del fauno.

Il fauno rappresenta il contatto bucolico con la natura, funge da connessione tra i due mondi, ma non è un personaggio del tutto affidabile; il labirinto è la ricerca della verità, ma anche il pericolo; l’albero e il sangue sono associati alla vita, l’uomo pallido rappresenta il potere e l’oppressione del mondo reale; il Capitano Vidal, sempre attaccato al suo orologio, è la rappresentazione del tempo e del dio Crono.

Il numero 3 è una costante del film (le 3 prove di Ofelia, le 3 fate…); nella mitologia antica, questo numero rappresentava la divinità, mentre nella religione cristiana è associato alla natura di Dio e alla Santissima Trinità. Del Toro costruisce dunque un universo perfetto, divino, come se di un mito si trattasse.

Scena de Il labirinto del fauno Ofelia

E, come in tutti i miti, è retto da un insegnamento: la disobbedienza. Del Toro plasma una realtà dove vige un’unica linea di pensiero, una realtà nella quale disobbedire diventa un obbligo; vari personaggi, come Mercedes, il medico e i guerriglieri decidono di disobbedire. La disobbedienza assume così due volti: conduce all’errore quando Ofelia cade nella tentazione di provare i frutti che trova sul tavolo dell’Uomo Pallido, ma si rivela la scelta giusta quando decide di disobbedire alle fate.

I personaggi rappresentano la realtà, ma sono disegnati secondo degli archetipi: non esistono personaggi neutrali, soltanto buoni o cattivi. Del Toro prende una posizione del tutto soggettiva e mai imparziale, posizionandosi chiaramente dalla parte della resistenza, della guerriglia e di tutti i personaggi che disobbediscono, lodando per di più la femminilità.

Dopo aver visto il film, il quesito è uno: l’avventura di Ofelia è reale o è il frutto dell’immaginazione di una bambina? Del Toro lo dice chiaramente, è tutto reale.

Perché obbedire senza pensare così istintivamente lo fa solo la gente come Lei, Capitano!

-Il labirinto del fauno-