Kobe Bryant, addio alla leggenda del basket

04 marzo, 2020
Kobe Bryant ha indossato come nessuno mai il dorato e il viola dei Los Angeles Lakers. Ci ha fatto sognare, ci ha insegnato ad amare la pallacanestro e a capire perché "black mamba" è diventato una leggenda dell'NBA. Il 26 gennaio scorso abbiamo dovuto dirgli addio.
 

I veri giganti non vivono nelle fiabe, vivono nel mondo reale e, a volte, persino sui campi da pallacanestro. Kobe Bryant era più di una delle stelle più brillanti dell’NBA: era e sempre sarà una figura in grado di far sognare bambini e adulti, un gigante che teneva milioni di persone incollate al televisore facendole innamorare della pallacanestro.

Mezzo mondo è rimasto senza fiato quella domenica dopo aver ricevuto la notizia della sua morte. Kobe Bryant, 41 anni, sua figlia Gianna, di 13, e altre sette persone hanno tutti perso la vita a seguito dello schianto dell’elicottero su cui viaggiavano, avvenuto in una zona residenziale di Los Angeles. Un incidente fatale che ha lasciato il mondo dello sport un po’ orfano, quel mondo in cui black mamba spiccava come una delle icone più amate.

Oggi gli rendono omaggio appassionati, sportivi, politici, celebrità e persone comuni che lo ammiravano. Ciascuno a modo suo, ma in molti il giorno del suo funerale si sono spontaneamente riuniti in un campo da basket per commemorare un uomo che non aveva mai smesso di essere un bambino appassionato di pallacanestro, di una palla e di un canestro con cui realizzare ogni suo sogno.

L’importante è che i tuoi compagni di squadra sappiano che stai facendo qualcosa per loro e vuoi davvero che abbiano successo.

-Kobe Bryant-

Kobe fa canestro
 

Black mamba: un uomo con la mentalità da vincente

Veniva chiamato black mamba perché in campo era il più pericoloso. La leggenda narra che fu lui stesso a scegliere il suo soprannome dopo aver visto il film di Tarantino Kill Bill; si dice che fosse proprio quell’atteggiamento, quel non darsi mai per vinto, a definire buona parte della sua vita professionale. “Se mi vedrete battermi per un osso, pregate per quell’osso”, diceva, ed era così forte la sua voglia di migliorarsi sempre, di dare sempre il meglio di sé, che si allenava più di chiunque altro.

I suoi successi testimoniano gli effetti di questa forma mentis e di quel genio eccezionale che lo definivano: cinque anelli NBA, un MVP della lega, due medaglie d’oro olimpico, un record di 18 vittorie consecutive di Campionato, quattro Premi al Giocatore più Talentuoso… ha persino vinto un Oscar consegnato dalla Academy per un cortometraggio di animazione sulla sua vita.

Insomma, è stato un gigante che vestiva l’oro e il viola dei Los Angeles Lakers; una figura quasi ipnotica sul campo di basket, per le sue abilità di cestista e anche per quella sua personalità che gli ha fatto guadagnare il favore del pubblico e, soprattutto, dei suoi compagni di squadra. Faceva tutto quanto necessario per la sua squadra: dal tifo dalla panchina fino a portare l’acqua ai suoi compagni.

Kobe Bryant, il bambino che amava la pallacanestro

Si dice che Kobe Bryant fosse nato con in mano una palla da pallacanestro. Portava la sua passione incisa sui suoi geni, quelli che gli aveva trasmesso suo padre, Joe “Jellybean” Bryant, anch’egli giocatore professionista; quegli stessi geni che, tristemente, aveva anche sua figlia Gianna, che si stava costruendo una reputazione nel mondo dello sport.

 

Kobe trascorse buona parte della sua infanzia in Italia, il Paese dove giocava suo padre. Fu solo nel 1991, una volta rientrato negli Stati Uniti, che iniziò a spiccare come giovane promessa del mondo del basket. Accadde a Philadelphia, quando frequentava le scuole superiori.

Le sue doti erano talmente evidenti, il suo gioco e la sua maturità talmente straordinarie che non ebbe bisogno di iscriversi all’università per iniziare a giocare, a differenza di gran parte delle figure di spicco del mondo della pallacanestro. Ad appena 18 anni era già un giocatore dell’NBA. A soli 21 comparve sulla rivista Forbes, aveva accordi milionari di sponsor con Adidas, Sprite, Mattel, Spalding e Giorgio Armani.

Kobe Bryant, 20 anni di carriera tra luci e ombre

Kobe Bryant aveva detto addio alla sua carriera professionale e ai Los Angeles Lakers nel 2016. Lo aveva fatto dopo 20 anni di carriera alle spalle, durante una partita passata alla storia: giocavano contro lo Utah Jazz e Kobe segnò in quell’occasione 60 punti in una sera, in cui tutto il pubblico urlò il suo nome più e più volte, invocando un idolo e lasciando andare, allo stesso tempo, il black mamba, quel gigante che tanto lo aveva fatto sognare.

La sua è stata una carriera ricca di successi, ma oscurata anche da episodi controversi, come quello dell’accusa di stupro ai danni di una giovane diciannovenne che lavorava in un hotel. Il caso si chiuse con un accordo stragiudiziale e con le scuse pubbliche del giocatore.

 

Un progetto rimasto incompiuto: il sostegno alla pallacanestro femminile

Le vite stroncate dal dramma non lasciano solo ferite aperte e vuoto, distruggono anche progetti e sogni personali. Quello di Kobe Bryant riguardava la pallacanestro femminile: dare riconoscimento a questa categoria, portandola allo stesso livello e alla stessa percezione del basket maschile.

Stava seguendo la secondogenita tra le sue quattro figlie, Gianna Maria-Onore, che si stava già facendo strada in quel mondo, sotto lo sguardo vigile del padre. Non era raro, infatti, vederli insieme tra gli spalti dello stadio quando giocavano i Lakers, presi dalla loro complicità, dall’affetto e da quella passione smisurata in comune per la pallacanestro.

Quella domenica si stavano proprio dirigendo a una partita in cui Gianna avrebbe dovuto giocare nel pomeriggio. Nessuno dei due è mai giunto a destinazione. Le loro vite, la loro traccia, sono andate per sempre perdute, lasciando un sogno a metà e un progetto di vita incompiuto.

Il mondo dello sport piange questa perdita, anche se l’eredità di black mamba rimarrà per sempre una delle stelle più luminose del mondo del basket.

Kobe e sua figlia Gianna