La teoria dell'etichettamento

Etichettando una persona, si stabilisce una differenza tra essa e l'ambiente sociale a cui appartiene, il che nella maggior parte dei casi implica atteggiamenti di esclusione sociale e di rifiuto.
La teoria dell'etichettamento
Cristian Muñoz Escobar

Scritto e verificato lo psicologo Cristian Muñoz Escobar.

Ultimo aggiornamento: 02 gennaio, 2023

La teoria dell’etichettamento spiega come gli altri percepiscono il comportamento di una persona e, in base a ciò, la etichettano secondo convenzioni sociali e culturali. Il concetto centrale di questa teoria è che chiunque “devia” dalle norme sociali, che rientrano nel senso comune della società, sarà etichettato negativamente.

La sociologia studia le convenzioni e le norme sociali e per etichettare la teoria usa il concetto di deviazione: se l’aspetto o il comportamento di una persona è conforme solo a una minoranza sociale, sarà etichettata negativamente perché non soddisfa gli standard delle norme e della cultura della società dominante. Cosa significa etichettare qualcuno che non fa parte di una comunità maggioritaria?

Breve storia della teoria dell’etichettamento

Howard Saul Becker, sociologo americano, erede della Scuola di Chicago e dell’interazionismo simbolico, ha sostenuto le sue teorie sulla deviazione. Secondo la sua ricerca sui gruppi sociali e le loro interazioni, la deviazione dalla norma sociale non è una condizione inerente a una persona, ma piuttosto l’identificazione di questa da parte di una comunità che professa determinate norme secondo la “convivenza sociale”.

La collettività o maggioranza sociale tenderà a imporre sanzioni a una persona oppure a una minoranza per aver trasgredito i suoi regolamenti e deviato dai suoi costumi sociali. Secondo la situazione sopra descritta, l’etichettamento, con un forte carattere discriminatorio, sarebbe inevitabile.

Il ruolo degli stereotipi

È comune stereotipare una persona in base ai suoi tratti propri del gruppo minoritario a cui appartiene. In questo caso, la maggioranza sociale generalizza secondo i parametri percettivi che ha sulle sue norme e costumi.

Lo scopo principale è incasellarla come trasgressore della norma, poiché non si attiene a quanto dettato dalla maggioranza, anche se ciò significa stigmatizzare in maniera discriminatoria.

Donna che subisce discriminazioni.
Le etichette stabiliscono una differenziazione di una persona rispetto al gruppo sociale e culturale a cui appartiene.

Deviazione primaria e secondaria

Possiamo classificare la deviazione in due tipi: primaria e secondaria. Edwin Lemert (1912-1996), docente di sociologia all’Università della California, li definì come segue:

  • Deviazione primaria: non c’è piena sensazione di deviazione per coloro che infrangono le regole né gli altri (la maggioranza sociale) la percepiscono.
  • Deviazione secondaria: contrariamente a quella primaria, la persona che infrange la norma è etichettata come deviante dalla maggioranza sociale; si percepirà alla pari di come la percepiscono gli altri.

A un certo punto abbiamo tutti commesso azioni classificate come devianti. Per esempio, usare droghe, fare graffiti non autorizzati, ignorare le leggi sul traffico, ecc. Tuttavia, alcuni, con tratti molto caratteristici, sono inquadrati come trasgressori.

Lo stigma che viene dalle etichette

Lo stigma, strettamente correlato alla devianza secondaria, è il ruolo assegnato alla persona che devia e ne stravolge la vita. Qualsiasi atto compiuto nella società sarà negativamente classificato come deviato dalla norma.

Così, il ruolo dominante nell’individuo e tutti i suoi atti passati iniziano a essere reinterpretati in questa prospettiva di stigma. Questo processo di distorsione biografica è noto come etichettamento retrospettivo.

Secondo il sociologo Erving Goffman (1922-1982), stigmatizzare qualcuno provoca precisi effetti sociali, come l’isolamento, spinto da un gruppo che si identifica con il rifiuto della persona stigmatizzata. La conseguenza sarebbe che, ricevendo indicazioni limitanti, finirà per credervi, assumendo il ruolo che le hanno imposto. È come se questi fossero profeti del ruolo finale che deve essere svolto dalla persona secondo l’applicazione del Teorema di Thomas da parte di Robert K. Merton.

Teoria dell’etichettamento in criminologia

Grazie allo sfortunato ruolo profetico degli stigmatizzanti nei confronti del “deviante” (profezia che si autoadempie), la persona etichettata agirebbe secondo le azioni criminali che le sono state imposte dal gruppo stigmatizzante. Per esempio, se ha fatto uso di droghe solo una volta, ma è stata individuata e criticata dalla maggioranza più volte per questi eventi, molto probabilmente finirà per divenire un consumatore abituale, quindi soddisferebbe inconsciamente la richiesta stigmatizzante.

Grazie in parte alla teoria dell’etichettamento, la criminologia può prevedere i modelli di alcune persone che soddisfano la profezia stigmatizzante. Questo processo fa sì che l’accusato, per così dire, cerchi l’approvazione di altri simili a lui, ovvero accusato da coloro che si definiscono “la maggioranza”. Questa situazione fa sì che i modelli di comportamento si ripetano come se si trattasse di un circolo vizioso.

Come opera la teoria dell’etichettamento in psicologia

La teoria dell’etichettamento, per deviazione secondaria, può compromettere anche la salute mentale. Ricordiamo che la funzione della maggioranza sociale è quella di respingere e isolare la parte designata come deviante, situazione che può portare a un disturbo mentale per chi subisce questo ruolo e ne soffre.

Tuttavia, questo stesso meccanismo di isolamento può essere applicato a coloro i quali non godono di una corretta gestione emotiva o sono considerati malati di mente dalla maggioranza sociale. Per esempio, definire una persona come ossessivo-compulsiva perché presenta alcune caratteristiche di questo disturbo può portare in alcuni casi a soffrirne davvero, poiché viene trattata come se fosse davvero malata. Inconsciamente, dunque, assumerà il ruolo affidatole; ancora una volta, si verifica la profezia che si autoadempie.

Due colleghi d'ufficio parlano male di un altro collega.
Quando una persona viene etichettata, di solito c’è la tendenza a rifiutarla ed escluderla.

Cosa possiamo fare contro la teoria dell’etichettamento

La maggioranza non ha sempre ragione, in particolare quando i membro non ricorrono a criteri propri o pensiero critico su ciò che si intende per “deviato”. Ricordiamo inoltre che l’essere umano, soggetto politico e sociale per natura, tenderà in qualche modo a cercare approvazione o riconoscimento.

Assumere una posizione critica contro la stigmatizzazione collettiva di un individuo o di una minoranza è determinante. Implica riflettere su come si possono apprendere abitudini perverse o controproducenti per la salute fisica e psichica, perché condannati dalla maggioranza sociale.

La diagnosi e la prevenzione dei comportamenti individuali e collettivi sono gli strumenti principali per interrompere il circolo vizioso della stigmatizzazione, per porre fine una volta per tutte ai comportamenti collettivi che giudicano indiscriminatamente coloro i quali pensano e agiscono diversamente dalle convenzioni e dalle norme del maggioranza sociale.


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