La terapia di Fairburn per la bulimia nervosa

Attualmente, il trattamento empiricamente più supportato per la bulimia nervosa è la terapia cognitivo comportamentale di Fairburn. Offre risultati migliori rispetto alla farmacoterapia e ad altri trattamenti, pertanto costituisce la scelta migliore in questi casi. In questo articolo spieghiamo in cosa consiste.
La terapia di Fairburn per la bulimia nervosa

Ultimo aggiornamento: 05 settembre, 2021

La terapia di Fairburn è un intervento psicologico definito per trattare la bulimia nervosa. Quest’ultima è un disturbo del comportamento alimentare caratterizzato da frequenti episodi di abbuffate e relativa perdita di controllo.

A queste abbuffate seguono comportamenti compensativi che di consistono nel vomito autoindotto o l’assunzione di lassativi. Queste condotte si verificano in risposta all’immensa ansia che la persona affetta da bulimia prova dopo essersi abbuffata.

La forte sensazione di colpa o di imbarazzo porta alla purga, con l’intenzione di rimediare a quanto accaduto.

Attualmente uno dei trattamenti più efficaci, pertanto più utilizzati nella pratica clinica, è la terapia cognitivo comportamentale di Fairburn.

Questo trattamento è su base individuale e ha una durata di circa cinque mesi. È semi-strutturato, orientato al problema e si concentra principalmente su presente e futuro, piuttosto che sul passato.

La terapia Fairburn consiste in tre fasi distinte che andremo a spiegare con più dettaglio. Gli obiettivi prioritari sono far ottenere al paziente il controllo sulla propria alimentazione, far sì che le idee che ha su peso, silhouette e immagine corporea si modifichino e che questi cambiamenti siano permanenti.

La responsabilità del cambiamento viene sempre posta sul paziente, pertanto a quest’ultimo viene assegnato un ruolo attivo. Il terapeuta ha il ruolo di motivare, supportare, apportare informazioni e guidare il paziente.

Ragazza triste terapia per la bulimia.

Le fasi della terapia di Fairburn per il trattamento della bulimia nervosa

Fase 1

Dura circa 8 settimane ed è condotta tramite interviste settimanali, ad eccezione dei casi in cui il regime alimentare del paziente risulta essere particolarmente incontrollato. In tali casi, si ritiene utile concordare più di una sessione.

Il primo passo è ricostruire la storia personale del paziente e identificare i principali punti di interesse per elaborare il trattamento. Successivamente, si passa alla spiegazione del modello cognitivo della bulimia nervosa.

Questo modello rivela il circolo vizioso provocato da questo disturbo. Esiste un fattore cruciale, ovvero l’idealizzazione del peso e della figura corporea che porterebbe il paziente a fare diete ipocaloriche.

Fare la dieta facilita il fenomeno dell’abbuffata, poiché logicamente il paziente ha più fame del normale. Dopo l’abbuffata, arrivano il senso di colpa, la vergogna e altre emozioni negative, che portano il paziente ad auto-indursi il vomito. Dopo un po’, questa liberazione a breve termine di emozioni negative predisporrebbe di nuovo a iniziare la dieta e ripartire da capo.

Autostima e disturbi del comportamento alimentare

Si ritiene che il fattore cognitivo, ovvero basare l’autostima sull’aspetto fisico, sia la causa del disturbo. La tipica alterazione cognitiva della bulimia nervosa presenta due aspetti principali: l’insoddisfazione per la figura corporea stessa e le idee sopravvalutate su peso e silhouette. Quest’ultimo aspetto è riscontrabile in tutti i casi di bulimia.

In questa prima fase il paziente dovrà monitorare quello che mangia, registrandolo su un diario. L’idea dell’auto-registrazione è di rendere la persona più consapevole del proprio problema e di identificare ciò che provoca le abbuffate.

Le registrazioni saranno analizzate attentamente sessione per sessione. È necessario che il paziente rifletta su ciò che stava facendo appena prima dell’abbuffata e quali pensieri gli stavano passando per la mente in quel momento.

D’altra parte, è conveniente che la persona cominci a pesarsi solo una volta alla settimana. Alcuni pazienti non si pesano mai come comportamento di evitamento e altri lo fanno 5 o 6 volte a settimana come metodo di rassicurazione.

Per questo motivo, sarebbe meglio farlo una volta sola e il peso dovrebbe essere registrato nel diario, annotandovi inoltre pensieri su di esso, per discuterli successivamente durante la sessione.

Ulteriori strategie

Altre strategie applicate in questa fase iniziale sono: informazione e psicoeducazione sui modelli alimentari, i comportamenti compensatori come l’uso di lassativi o diuretici o gli effetti negativi delle diete.

Inoltre, viene prescritto un regime alimentare regolare in base al quale il paziente dovrà consumare 5 pasti al giorno in quantità moderate. In questo modo si eviterà la fame e sarà più facile prevenire le abbuffate.

Infine, il paziente viene addestrato nel controllo della stimolazione. Si tratta di una tecnica ampiamente utilizzata come metodo di autocontrollo partendo da una prospettiva comportamentale.

Alcune delle direttive consigliate sono: non svolgere alcuna attività mentre si mangia, mangiare sempre nello stesso posto, lasciare del cibo nel piatto, limitare l’esposizione a cibi “pericolosi”, ecc.

Fase 2 della terapia di Fairburn

È una fase più focalizzata sulla parte cognitiva, pertanto la tecnica principale sarà la ristrutturazione. Dura 8 settimane, con una seduta a settimana. In questa fase, risulta prioritario eliminare la dieta. Poiché rende più facile il verificarsi di abbuffate, va interrotta.

Inoltre, viene consigliato al paziente di iniziare a mangiare cibi che evita. Questi alimenti evitati sono classificati in base al grado di rigetto e suddivisi in 4 gruppi di difficoltà crescente.

Ogni settimana il terapeuta incarica il paziente di mangiare uno di questi cibi proibiti, iniziando dal gruppo più facile.

Dopo aver adottato queste tecniche, si inizia con la terapia cognitiva. Poiché il paziente nella prima fase ha già identificato i pensieri negativi, è arrivato il momento di insegnargli quali distorsioni cognitive esistono e di analizzare quelle con cui si identifica maggiormente.

Una volta completato questo passaggio, gli viene insegnato ad instaurare un dialogo socratico con se stesso. Attraverso le domande, il paziente si rende conto di quanto siano irrealistici o esagerati certi pensieri e di doverli cambiare.

Psicologo terapia.

Dunque…

Per identificare i pensieri alla base, il terapeuta può proporre diversi espedienti comportamentali o assegnare dei compiti a casa come guardarsi allo specchio, indossare abiti aderenti, ecc.

Sulla base di questi compiti, il paziente annota ciò che gli passa per la mente. Durante la seduta, si analizzeranno tali appunti, verificandone la veridicità, la coerenza e quanto sia conveniente pensare in questo modo.

Infine, in questa fase conviene far lavorare il paziente sul problem solving. In questo modo apprenderà che ci sono determinate circostanze nella vita che non hanno una chiara soluzione, e che talvolta la soluzione migliore è analizzare passo passo le alternative che abbiamo davanti per poter attuare una strategia specifica.

Fase 3

È l’ultima fase della terapia di Fairburn: consiste in 3 sedute ogni quindici giorni. Lo scopo è prevenire le ricadute.

Alla fine del trattamento, il paziente si sente molto meglio, ma spesso presenta ancora alcuni sintomi. Per questo motivo, lo psicoterapeuta lo aiuta a distinguere tra caduta e ricaduta.

Una caduta è una piccola “scivolata” e fa parte del percorso; va dunque normalizzata e si procede. Una ricaduta, invece, presuppone un ritorno al punto di partenza. Quest’ultima va evitata e controllata.

È necessario che in quest’ultima fase il paziente disponga di un piano strategico personale e scritto di ciò che farà se riconosce i sintomi di una ricaduta.

C0nclusioni sulla terapia di Fairburn

Attualmente la terapia di Fairburn per la bulimia nervosa è uno dei trattamenti più empiricamente supportati.

Inoltre, non è utilizzato solo nella bulimia, ma nel suo formato di transdiagnosi ha dimostrato di essere efficace anche nel trattamento di altri problemi, come il disturbo da alimentazione incontrollata.

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  • Faribum, C, G. (1985). Cognitive-behaviural treatment for bulimia. Handbook psychotherapy por anorexia nervosa and bulimia (pp 160-192). New York: Guildford Press