Moon, tra misteri dell'Io e disumanizzazione

08 giugno, 2020
"Moon" attinge alla fantascienza del passato e con il suo ritmo lento solleva domande esistenziali. Dimenticata la visione progressista della corsa allo spazio, vede nella luna l'ultima risorsa per la sopravvivenza della nostra specie. 
 

Fino al 2009 Duncan Jones era probabilmente un completo sconosciuto ai più, e per altri il figlio dell’indimenticato David Bowie. In quell’anno, invece, Jones si è fatto conoscere dal pubblico con un’incredibile opera prima: Moon.

Ha seguito un percorso artistico diverso da quello del padre, dedicandosi alla regia. Con una laurea in filosofia e un dottorato in tasca, completa la sua formazione accademica in campo cinematografico e nel 2009 lancia il suo primo lungometraggio.

Visti i suoi illustri natali, si potrebbe pensare che Duncan Jones abbia potuto contare su numerosi agganci per fare il salto nel mondo del cinema in grande stile. Tuttavia, invece di sfruttare il nome d’arte del padre, Jones ha deciso di utilizzare un budget piuttosto ristretto.

Ma anche così, Moon ha superato di gran lunga le aspettative e la sua raccolta fondi è stata sorprendente. Presentato in anteprima al Sundance Film Festival nel gennaio 2009, Moon ha ottenuto diversi premi come miglior film indipendente dell’anno.

Moon: una fantascienza intimista

Si è tentati di pensare che solo i grandi produttori di Hollywood siano capaci di fare fantascienza; e che siano possibili solo gli incredibili effetti speciali e gli alti budget a cui siamo abituati.

Moon si allontana da questo mondo per approdare a una fantascienza intimista che riflette su questioni metafisiche e intrinseche dell’essere umano. Con solo un attore e poche risorse, Jones ci offre una pellicola lenta, semplice e introspettiva, ma piena di eleganza e non priva di spunti interessanti.

 

La premessa è semplice e non troppo inverosimile: un futuro non poi così distante. In un mondo che ha visto prosciugare ogni risorsa, è necessario rivolgere lo sguardo a nuove fonti energetiche, alla luna. Il satellite è diventato una base mineraria e Sam Bell è al termine di una missione durata tre anni per conto della Lunar Industries Ldt.

Il lavoro di Bell consiste nel fare manutenzione agli scavatori di materie prime necessarie per generare energia sulla Terra. Alla sua solitudine si unisce l’impossibilità di contattare la Terra in tempo reale a causa di un difetto nel satellite.

La compagnia mineraria nutre preoccupazioni più serie che risolvere il problema di trasmissione. Bell, quindi, riesce a mantenere i contatti con la famiglia solo attraverso periodici messaggi registrati. La sua unica compagnia è il robot intelligente GERTY che, inevitabilmente, ci rimanda ad HAL 9000 di 2001: Odissea nello spazio.

Da Kubrick ad High Life

I film di Kubrick sono molto presenti in Moon, che contiene non poche allusioni e scene quasi calcate dal più famoso lungometraggio. Nel film non si avverte solo la presenza di Kubrick, ma anche di titoli come Alien (Scott, 1979) o Solaris (Tarkovski, 1972).

Al tempo stesso, il film anticipa in un certo modo titoli più recenti come Interstellar (Nolan, 2014), Ad Astra (Gray, 2019) o High Life (Denis, 2018). Il tutto ci porta a riflettere sull’evoluzione del genere fantascientifico, per l’esattezza a quello ambientato nello spazio.

 

L’evoluzione di un genere

Fin dagli albori, l’uomo ha guardato al cielo con stupore, osservando le stelle e i pianeti per diversi scopi. Uno dei primi titoli del genere fantascientifico è Una donna nella luna (Fritz Lang, 1929).

Il film si divide in due momenti ben distinti: il progetto di un viaggio verso la luna e il viaggio vero e proprio. L’uomo sognava già le stelle, la conquista dello spazio: uno scenario visto come segno di progresso, evoluzione, gloria.

Passano gli anni e arriviamo al 1968, anno in cui il cineasta Stanley Kubrick cambierà, quasi in simultanea con la stessa storia dell’umanità, il corso della fantascienza spaziale. 2001: Odissea nello spazio perfeziona i semplici modellini di Lang e sfrutta effetti speciali eccezionali.

Kubrick sembra anticipare tutto: fa uscire il suo film un anno prima dell’allunaggio, in piena corsa allo spazio. Capisce che le macchine possono rappresentare una minaccia per l’uomo, ma lascia spazio alla speranza, all’evoluzione.

Se con La donna nella luna, abbiamo visto i nostri sogni avverarsi, con Kubrick assistiamo ai possibili sviluppi di una corsa allo spazio che si stava svolgendo in quel preciso momento.

Per questo motivo viene da chiedersi: cosa sta succedendo oggi? Continuiamo a sognare le promesse di una corsa allo spazio che non è andata esattamente come speravamo?

Moon la faccia più amara della luna

In Moon il nostro pianeta è stato sfruttato al punto che, in un futuro non troppo lontano, saremo obbligati a tornare nello spazio, questa volta con la speranza di migliorare la vita sulla Terra.

 

Nell’era dei cambiamenti climatici, il mondo diventa inospitale e lo spazio è la nostra ultima risorsa. In questa pellicola, inoltre, diventa più esplicita l’idea di solitudine che nei film precedenti poteva solo essere intuita.

Oggetto di studio non è altri che l’uomo, l’uomo vittima del suo tempo, dell’inganno delle multinazionali. La fantascienza è una scusa per riflettere sul momento presente. Non più fantasticherie, speranze o illusioni, ma desolazione.

Scena del film Moon

La fantascienza come stimolo alla riflessione

Nel film Moon, la fantascienza è una cornice che stimola una riflessione introspettiva sull’Io, ma anche sulla disumanizzazione conseguente alle grandi realtà industriali.

L’estetica è curata nel dettaglio, nonostante il budget ridotto, e il lavoro interpretativo è portato al limite da un eccezionale Sam Rockwell, che dovrà fare i conti con una versione più vecchia di se stesso.

È questo il punto cruciale: Jones porta davanti ai nostri occhi due uomini che dicono di essere la stessa persona, ma in due momenti diversi della sua vita. Così sorge il conflitto. L’essenza dell’Io è inalterabile, imperturbabile? La natura umana cambia con il tempo o le circostanze?

 

Moon ci mette in questa posizione: un vecchio Io che si scontra con un Io più giovane su un’infinità di questioni. Se chiunque di noi si trovasse di fronte alla versione passata di sé, non dovrebbe forse affrontare uno scenario complesso?

I due Bell sono persone diverse? O è la stessa persona in circostanze diverse? Queste sono alcune delle domande che lo spettatore verrà indotto a farsi. Jones non ha nascosto che il film suggerisce questa dicotomia dell’Io. Ma forse è più interessante guardarlo ignorando queste implicazioni.

Moon, la forza critica della fantascienza

Moon è prevedibile fin dall’inizio, tuttavia non  smette mai di sorprendere, di catturare e divertire. Con un ritmo lento che contrasta le grandi produzioni della fantascienza contemporanea, prospetta uno scenario che non è alieno, con richiami alla realtà e che poggia su ambiente chiuso e claustrofobico.

Senza troppa azione, solleva domande esistenziali sul nostro essere, dimostrando che la fantascienza possiede ancora quella forza critica che associamo così tanto alla distopia. Smascherando pratiche commerciali disoneste, mette in discussione idee come la libertà, la disumanizzazione e il progresso.

Tutto questo in un film che attinge dalla storia del cinema in modo elegante e personale; un film che affonda le sue radici nella più lenta fantascienza del passato per sollevare questioni attuali.

Indubbiamente, una visione lontana dal positivismo degli anni che precedono la corsa allo spazio; una visione più tragica in cui lo spazio rappresenta solo l’ultima spiaggia.