Mortificazione familiare e l’etichettata buoni a nulla

· 4 marzo 2018

La mortificazione familiare è un fenomeno che si verifica spesso. Avviene in quegli ambienti in cui una o più persone generano una dinamica malsana con cui boicottare l’autostima dei figli. Si ricorre all’umiliazione, alla comunicazione passivo-aggressiva, alla manipolazione emotiva e al maltrattamento invisibile che lascia un’impronta duratura.

Gli esperti in terapia familiare sistemica ci dicono che un bambino mortificato corre il rischio di essere, in futuro, un adulto invisibile. Sono persone a cui si è fatto credere, fin dalla tenera età, che le loro necessità non sono importanti; inoltre, le loro identità sono rimaste talmente annacquate che non sono nemmeno riuscite a dare forma a un senso autentico dell’Io.

“Tutti hanno un paio di ferite dolorose sepolte nel loro cuore: ancora capaci di andare avanti, con il tempo diventano insensibili al dolore”.

-Kim Bok Joo-

Possiamo affermare di trovarci davanti a argomento serio e al tempo stesso sottovalutato da buona parte dei genitori. Facciamo un esempio. Anna ha 9 anni e passa la giornata a prendere in giro, punzecchiare e spintonare la sua sorellina Carla. Mentre la prima è irrequieta e vivace, la piccola è riservata e molto timida.

Ogni volta che Carla corre dalla mamma in lacrime per chiederle aiuto, lei le risponde sempre la stessa cosa: “Devi reagire, accidenti! Mamma è occupata e non può badare sempre a te!”. Questa situazione, che può sembrare innocente ai più, in realtà nasconde varie sfaccettature. La mortificazione familiare in questo caso è doppia, e le conseguenze sono piuttosto serie.

In primo luogo, perché la madre non considera le emozioni della figlia più piccola. In secondo luogo, perché il messaggio che trasmettiamo a questa creatura è semplice e diretto: “sono occupata, in questa situazione sei sola, arrangiati e risolvi i tuoi problemi da te”. Come possiamo intuire, un’infanzia marcata da queste dinamiche mortificanti può lasciare un segno profondo in età adulta.

Bimba che piange

Dalla mortificazione familiare alla mortificazione personale

La mortificazione familiare è una forma di negligenza emotiva, pertanto una tra le più pericolose forme di maltrattamento indiretto. Marsha Linehan, famosa esperta in disturbi mentali e terapia dialettico comportamentale, spiega nei suoi scritti che questi modi d’interagire generano conflitti molto gravi nella mente infantile.

Pensiamo, ad esempio, a un neonato che quando piange durante la notte non riceve nessun intervento da parte dei genitori. Ora immaginiamo lo stesso bambino a due anni e una furia terribile verso dei genitori esasperati perché non sanno come gestirlo. Pochi anni più tardi, lo rimproverano perché non è ancora in grado di allacciarsi le scarpe, è lento nel vestirsi, nel mangiare e nell’esprimersi… “Sei imbranato e piangi sempre per niente” sono le due frasi più ascoltate dal bambino nei suoi primi sei anni di vita.

Questa situazione si cristallizzerà nella personalità del bambino in modi molto diversi. Per esempio, la dottoressa Linehan ci spiega che la mortificazione familiare genera, prima o poi, la mortificazione personale. Se fin dall’inizio sono stati trascurati i bisogni emotivi del bambino, prima o poi egli stesso finirà per mortificarsi perché interiorizzerà il messaggio che le emozioni sono negative, che è meglio nasconderle, ingoiarle a forza.

Bambino triste che subisce la mortificazione familiare

Altrettanto importante è la profezia che si autoadempie, la quale tende a manifestarsi in molti casi. Se fin da bambini ci continuano a ripetere che non arriveremo da nessuna parte, che quella cosa non fa per noi, che quell’altra è troppo, che ci dicono di non avere nessun talento, ci sono buone probabilità che lo interiorizzeremo come un mantra velenoso.

Tuttavia, rompere l’effetto della mortificazione familiare non è solo possibile, ma anche necessario. Si può sopravvivere a essa valorizzandoci come meritiamo, come a suo tempo avrebbero dovuto fare gli altri.

Valorizzare sé stessi in età adulta: il dialogo interiore

Le terapie familiari e sistemiche devono molto alla teoria della comunicazione umana di Paul Watzlawick. Egli e altri esperti del “Mental Research Institute” definirono un approccio eccezionale, fondamentale per il futuro della terapia familiare e la miglior comprensione di queste dinamiche complesse.

All’interno di questo quadro, per esempio, si fece riferimento alle tecniche di umiliazione, una forma di comunicazione vuota, dannosa e, a volte, persino aggressiva, dove il messaggio che s’invia all’altro contribuisce a mortificarlo e a generare malessere. Questi psicologi hanno riscontrato che il bambino che è stato umiliato/mortificato durante l’infanzia, in età adulta crea un dialogo interiore che si basa anch’esso sull’umiliazione.

Processi come l’autocritica, i comportamenti limitanti, l’indecisione, il senso di colpa, la paura costante e quel monologo ripetitivo in cui non c’è neanche un grammo d’amor proprio contribuiscono a perpetuare l’umiliazione, quasi come se si trattasse di un fuoco amico con cui distruggerci ancora di più…

Ragazzo con moto sullo sfondo

Non ne vale la pena. In passato gli altri con il loro stile genitoriale, educativo e comunicativo hanno plasmato tutta quella serie di vuoti nella nostra identità e autostima, dunque non facciamoci eredi di tale dinamica, non diventiamo i nostri stessi nemici.

Valorizzarci è possibile, ma per farlo bisogna cambiare il nostro dialogo interiore. Dobbiamo parlare a noi stessi con rispetto e gentilezza, trattarci come esseri importanti, persone che hanno ancora molto da fare e che ormai sono stufe del “tu non puoi, tu non sai o tu non vali…”

È giunta l’ora di spiegare le vele!