Provare compassione verso se stessi

Impariamo dalle situazioni meno piacevoli e proseguiamo per la nostra strada senza sensi di colpa.
Provare compassione verso se stessi

Ultimo aggiornamento: 30 settembre, 2022

Per la cultura orientale, provare compassione verso stessi e gli altri è considerata una grande virtù. In ambito prettamente scientifico, inoltre, il British Journal of Clinical Psychology ha pubblicato quattro articoli dedicati alla Compassion Focused Therapy (CFT), visti gli ottimi risultati ottenuti finora.

Autocommiserazione VS senso di colpa

L’autore Wayne W. Dyer l’aveva già fatto notare nel suo libro Le vostre zone erronee, il senso di colpa insieme alla preoccupazione per il futuro sono i due sentimenti più inutili che esistono, poiché ci separano dal presente.

“Non è l’esperienza dell’oggi che fa impazzire gli uomini. È bensì il rimorso per qualcosa avvenuto ieri, e il timore di ciò che il domani può palesare.”

(Robert Jones)

Il senso di colpa è sopravvalutato nella nostra società? La risposta è un sonoro sì. Fin da piccoli ci è stato fatto credere che sentirsi in colpa ripara qualsiasi offesa o male causato. Tuttavia, conduce solo a una rete di risentimenti, pensieri negativi, generalizzazione dell’azione a tutta la nostra esistenza, che condiziona il nostro rapporto con noi stessi e con gli altri.

A che serve sentirsi in colpa?

Ci vorrebbe uno sguardo esterno per notare la colpa è l’arma delle persone risentite che non sanno come relazionarsi con gli altri, se non attraverso la coercizione e l’ipocrisia.

Non è una novità, inoltre, che i canoni di bellezza provocano un senso di colpa se differiamo dal modello eletto a perfetto. Allo stesso modo, certi movimenti religiosi (per fortuna non tutti) rapiscono milioni di persone “estremamente colpevoli” per le loro azioni e sono ben disposti, o almeno così sembra, a aiutarli (o meglio reclutarli).

Paesaggio al tramonto.

Invece di incolpare, converrebbe provare compassione, ma non in modo vittimistico. Proviamo compassione per quel bambino, quella giovane disinformata, quel padre saturo, che qualche volta si sono sbagliati, ma la cui vita non è certo destinata ad andare a rotoli per questo.

Non ci sono istruzioni per l’uso, ognuno dovrebbe rivolgersi a se stesso con dolcezza e amore. Ricordare a se stessi quanto si è stati male, di quel periodo buio ormai superato e di come grazie a esso si è cresciuti, di come si è trattata di una lezione che ha reso più umani.

Guardarsi con prospettiva, con uno sguardo dolce e malizioso e dire: “Sono orgoglioso di te, di come hai reagito, della forza con cui hai agito. Non so se mi comporterei altrettanto bene. Ne sei uscito/a trionfante, ed è questo che ci ha reso una persona migliore.

Entrambi, Tu del passato e Io del presente, sappiamo tutto quello che abbiamo affrontato e quanto abbiamo sofferto, nessuno ha il diritto di giudicarci, quindi non facciamolo noi stessi”.

Cuore trafitto.
 

Provare compassione per se stessi

L’autocompassione è guarigione, perché mette in contatto con il nostro Io buono attraverso un’esperienza negativa che è rivelatrice per il nostro Io attuale. Implica la consapevolezza che abbiamo tutti dei limiti e che, quindi, siamo fallibili in molte occasioni.

L’autocompassione preserva la nostra autostima, ci aiuta a essere empatici e protegge dai sentimenti negativi quando gli eventi non vanno come ci aspettavamo.

Facciamo nostro tutto ciò e seguiamo il nostro percorso, durante il quale impareremo sempre nuove lezioni. Ricordiamo le parole dello psicologo Carl Gustav Jung:

Coloro che non imparano nulla dai fatti sgradevoli della loro vita, costringono la coscienza cosmica a riprodursi tante volte come necessario per imparare ciò che insegna il dramma di ciò che è accaduto. Ciò che neghi ti sottomette e ciò che accetti ti trasforma.

Quindi impariamo dalle situazioni meno piacevoli e proseguiamo per la nostra strada senza sensi di colpa.