Stupidità funzionale: sempre più richiesta nelle imprese

· 15 dicembre 2016

Al giorno d’oggi la stupidità funzionale continua ad essere il principale motore di moltissime aziende. Per quanto possa essere difficile da ammettere, è la realtà. La creatività sembra non essere riconosciuta, il pensiero critico appare come una minaccia per i dirigenti desiderosi che nulla cambi, sempre alla ricerca degli impiegati più docili.

Sappiamo di aver affrontato più volte il tema del grande capitale umano che può offrire alle aziende un cervello creativo. Ciò nonostante, pensare in modo diverso, dando ascolto ed entrando in contatto con le proprie intuizioni, più che un vantaggio talvolta si rivela un problema  in un ambiente di lavoro.

Ammetterlo non è facile. È evidente che ogni azienda è un mondo a sé stante con dinamiche e politiche proprie, oltre che obiettivi diversi. Esistono imprese all’avanguardia dal punto di vista dell’innovazione e dell’efficacia. Tuttavia, al giorno d’oggi ancora non si è stati in grado di raggiungere il grande cambiamento tanto ambito. Le grandi aziende e le piccole imprese cercano persone preparate, non v’è dubbio, ma che siano al tempo stesso manipolabili, tacite e consenzienti.

L’innovazione legata al capitale umano dotato di una mente aperta, flessibile e critica è vista come un pericolo. Questo perché la direzione continua a guardare con timore le nuove idee: le aziende moderne continuano a sentirsi a proprio agio adottando schemi rigidi e verticali, in cui l’autorità esercita un controllo vorace. Allo stesso tempo, gli stessi colleghi di lavoro tendono a vedere di cattivo occhio le menti portatrici di nuove idee, forse per paura di doversi dimostrare all’altezza pur sapendo di non esserne in grado.

Si tratta di una realtà complessa sulla quale vale la pena riflettere.

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La stupidità funzionale l’ha quasi sempre vinta

Mats Alvesson, professore della “School of Economics and Management” dell’Università di Lund (Svezia) e André Spicer, professore di comportamento organizzativo, hanno scritto un interessante libro sul tema intitolato The Stupidity Paradox (Il paradosso della stupidità). È noto a tutti come oggigiorno parole quali “strategia” o “management” abbiano acquisito una rilevanza non da poco.

Le competenze basate sulla creatività o sul “Mental System Management” (MSM) vengono apprezzate, ma c’è una bella differenza tra il semplice apprezzamento ed una concreta applicazione. Anzi, fra i due esiste un vero e proprio abisso. Perché l’innovazione è troppo cara, perché sarà sempre meglio accontentarsi di qualcosa che già funziona piuttosto che rischiare di provare quello che ancora non si conosce. Questo modo di pensare ci offre una visione su una realtà cruda e desolante: l’economia basata sull’innovazione, sulla creatività e sulla conoscenza è un sogno più che una realtà patente.

C’è, però, un altro aspetto da considerare. Anche la persona brillante e ben formata ha bisogno di un lavoro. Alla fine, finirà con lo svolgere compiti di routine e poco prestigiosi, poiché la rassegnazione e l’adozione della stupidità funzionale sono elementi necessari per mantenere il posto di lavoro.

Non importano la formazione, le idee o le incredibili competenze. Se alzerete la voce, sarete subito assaliti da chi è sopra di voi: dirigenti e colleghi meno brillanti e creativi che vi chiederanno di tacere e tornare a far parte del gregge. Perché la vostra voce li mette allo scoperto, perché le vostre idee rompono la “ferrea catena di montaggio” troppo spesso basata su un continuum di mediocrità.

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Non fatelo: non siate anche voi degli stupidi funzionali

Forse è la società stessa a non essere pronta ad accogliere tanta gente formata o capace di offrire capitale umano alternativo: più critico, dinamico, creativo. La domanda non va di pari passo con l’offerta, le imprese non sembrano reagire a quella fiamma su cui si basa l’innovazione. La stupidità funzionale si va cristallizzando perché “non c’è altro rimedio” che accettare quello che viene pur di arrivare a fine mese.

Ebbene, la stupidità funzionale che impera in molte delle nostre strutture sociali colpisce soprattutto professionisti competenti e brillanti il cui talento viene miseramente sprecato. Tutti noi potremmo dare molto di più se le condizioni fossero più favorevoli.

Invece ci adagiamo del tutto in questa presunta idiozia finendo col sostenere un sistema che si mantiene, che sopravvive, ma che non avanza. E questo non è un buon piano. Non lo è perché un simile contesto ci porta a sentirci frustrati, ma soprattutto infelici.

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Problemi sui quali riflettere

Mats Alvesson e André Spicer, autori del libro già menzionato, The Stupidity Paradox, illustrano quattro aspetti alla base di questo problema:

  • Cerchiamo di soddisfare sempre chi detiene il potere nell’organizzazione.
  • Sentiamo il bisogno di non causare problemi né di dire ad alta voce ciò che gli altri non vogliono sentirsi dire.
  • Spesso passare per “stupidi funzionali” fa sì che le cose vadano più o meno sempre bene: riusciamo a mantenere il lavoro e a farci accettare.
  • Nella maggior parte degli impieghi al giorno d’oggi questa è una caratteristica richiesta e necessaria. Per fare carriera o anche solo per non perdere il posto di lavoro, è meglio essere consenzienti, ubbidire e non fare domande su quello che si fa.

In molti definiscono il nostro sistema attuale un’economia basata sull’innovazione, sulla creatività e sulla conoscenza. Tuttavia, potremmo affermare quasi senza esitazioni che soltanto il 20% della società lo mette in pratica. Cosa succede dunque a tutti i cervelli brillanti? A tutte le persone disposte a dare il meglio di sé?

Possibilità di cambiamento

Come direbbe Sir Ken Robinson, passiamo la maggior parte della nostra vita scolastica e universitaria alla ricerca del nostro “elemento”, quella dimensione in cui confluiscono le nostre naturali attitudini e inclinazioni personali, soltanto per vederle crollare quando finalmente entriamo nel mondo del lavoro. Arrendersi è negativo, trasformarsi in un altro degli ingranaggi di un motore ottocentesco e alienante non permetterà che le cose cambino.

Forse il cervello creativo ha bisogno di essere allenato attraverso l’ottica del coraggio e dello spirito d’iniziativa; forse bisogna insegnargli ad assumersi rischi e ad uscire dai soliti giri ormai stantii, per dare vita a nuove aziende capaci di offrire servizi innovativi all’interno di una società sempre più esigente. I grandi cambiamenti non capitano da un giorno all’altro. Arrivano con lo sforzo quotidiano, accompagnati da quello scricchiolio lento, ma costante, che precede tutte le grandi scoperte.

Immagine principale: “Tempi moderni”, Charles Chaplin (1936)