Tecniche e rituali per la conclusione della terapia

5 ottobre 2017 in Psicologia 70 Condivisi
Affrontare la conclusione della terapia

Qualsiasi dolore, distacco o fine nella nostra vita ci genera incertezza e paura verso ciò che ci aspetta – soprattutto se nella fase che stiamo chiudendo abbiamo un supporto che poi non avremo più; timori che si manifestano anche quando si avvicina la conclusione di un processo terapeutico.

A questo punto, quando sono stati raggiunti gli obiettivi preposti inizialmente, dobbiamo affrontare la conclusione della terapia e, con essa, la paura di ricadute e di non essere in grado di avviarci per il mondo senza la sicurezza che ci può dare un sostegno psicologico.

Queste paure sono molto comuni, di conseguenza per garantire al processo terapeutico un buon finale, bisogna trattarle durante la terapia stessa, prima che si concluda. Per farlo, generalmente vengono utilizzate varie tecniche pensate per obiettivi diversi, ma tutte legate alle paure a cui facciamo riferimento:

  • Aiutare il paziente ad attribuirsi i meriti dei cambiamenti che hanno avuto luogo durante il processo terapeutico.
  • Creare “meccanismi di sicurezza” che aiutino ad affrontare eventuali ricadute o crisi.
  • Facilitare la transizione da una vita con la terapia ad una priva di essa.

Per quanto possa sembrare semplice, ciascun paziente e ciascun processo terapeutico sono diversi gli uni dagli altri, dunque bisogna analizzare ciascun caso come a sé stante. Tenendo ciò bene a mente, a seguire vediamo in modo generico come aiutare i nostri pazienti ad affrontare con successo la conclusione della terapia.

Facilitare la conclusione della terapia

Una buona conclusione della terapia si ottiene quando il paziente riconosce come proprio il merito del cambiamento

Quando un paziente inizia a ricevere assistenza psicologica, di solito inizia il percorso con l’aspettativa che sarà lo psicologo a risolvere i suoi problemi. Di solito ciò avviene perché siamo abituati al modello medico, nel quale un professionista ci prescrive una soluzione esterna che non implica generalmente alcun particolare cambiamento nella nostra vita. O almeno non al di là del prendere un medicinale ad orari stabiliti.

Molti non lo sanno, ma un bravo psicologo non lavora in questo modo. Viceversa, cercherà di far divenire il paziente che intraprende il processo in una posizione di inferiorità e aspettative rispetto allo psicologo il miglior terapeuta di sé stesso. Padroneggerà ed utilizzerà in modo efficace gli strumenti che lo psicologo gli ha fornito.

Tuttavia, ciò non significa che una persona che ha superato con successo un disturbo psicologico sarà in grado di seguire e dare consigli ad altri in modo autonomo. Significa solo che, come esperto di sé stesso e dei propri problemi, una volta conclusa la terapia, è in grado di utilizzare su di sé tutto quello che ha imparato senza aver bisogno di un continuo supporto o supervisione psicologica.

È molto importante che questo messaggio venga trasmesso in modo chiaro dagli psicologi ai loro pazienti, i quali devono intendersi come partecipanti e principali sostenitori dei cambiamenti nella propria vita. Noi, in quanto psicologi, li abbiamo solo aiutati a raggiungere il benessere cercando di potenziarne le capacità con strumenti precisi. Oltretutto, sono stati i pazienti ad aver messo in pratica la teoria e ad aver raccolto i risultati: sono loro ad essere cambiati fino ad arrivare al punto in cui si trovano.

Per quanto riguarda la conclusione della terapia, di solito è bene chiedere al paziente di riflettere su quanto ha appreso, o anche di scrivere una lettera al suo Io del passato, colui che andò in cerca di aiuto psicologico per affrontare un problema che ora ha risolto o ha imparato a gestire. Questo gli permetterà di acquisire o interiorizzare una prospettiva distinta su ciò che è in grado di fare. Questo esercizio di presa di coscienza gli sarà di grande aiuto in caso di eventuali ricadute.

Donna che affronta la conclusione della terapia

I “meccanismi di sicurezza” essenziali in caso di ricadute

I “meccanismi di sicurezza” sono quelle risorse che il paziente deve avere alla sua portata per essere in grado di affrontare possibili ricadute. Questi meccanismi vanno dalla spiegazione del suo problema all’inizio della terapia, fino alla normalizzazione delle “cadute” come una fase del problema.

All’inizio del processo terapeutico, bisogna esplorare gli antecedenti e le conseguenze del problema per il quale si è ricorsi alla terapia. Quest’analisi deve includere le situazioni o le persone che facilitano o provocano la comparsa del problema, ma anche le emozioni che lo fanno affiorare.

Questi dati sono molto importanti per realizzare un trattamento personalizzato e di successo, ma sono anche molto importanti nella conclusione della terapia: sono aiuti molto importanti legati alle possibili ricadute.

Pensate che una ricaduta avviene sempre all’interno di un contesto significativo, e le letture obiettive di questo contesto sono importanti quanto quelle personali al fine di trattare e prevedere i comportamenti. Se identifichiamo le situazioni in cui può presentarsi il problema, dunque, saremo più pronti per affrontarlo.

Tuttavia, la conoscenza profonda del problema non risulta utile solo per prevedere le ricadute, ci fornisce anche i suggerimenti necessari per affrontarle. Per questo analizzando il problema in modo globale e personalizzato, sappiamo quando può sorgere e quale risorsa usare in ciascuna situazione, potendo insegnare ai nostri pazienti questi “meccanismi di sicurezza” che li aiuteranno a superare qualsiasi intoppo nel loro cammino.

Bisogna anche mettere in chiaro con il paziente che è lui stesso ad avere il controllo del suo problema, quindi qualora si presentasse una ricaduta, sarebbe lui stesso ad essere in grado di ridefinirla come una semplice caduta. La differenza tra i due termini è segnata dal controllo che diamo al problema che ci ha portati in terapia e ai pensieri che nascono dinanzi alla rivitalizzazione del problema.

Donna felice per la conclusione della terapia

Per spiegarlo meglio, facciamo un semplice esempio: interrompere la dieta per un giorno non significa aver sprecato lo sforzo investito su di essa e tutti i progressi, quindi possiamo decidere di proseguire oppure di tornare alle nostre vecchie abitudini.

In un trattamento psicologico, davanti ad una ricaduta, possiamo fare la stessa cosa. Possiamo decidere di arrenderci oppure possiamo pensare ai progressi e lasciare che sia solo un piccolo intoppo durante il percorso.

La transizione ad una vita senza terapia, quando quest’ultima è stata lunga

Infine, un altro fattore che rende difficile la conclusione della terapia riguarda il malessere, le paure e le difficoltà dei pazienti che hanno attraversato un processo terapeutico di lunga durata. In questo caso, il loro timore non è quello di affrontare una possibile ricaduta, ma di affrontare una vita senza supervisione psicologica, senza qualcuno che controlli o approvi le loro strategie.

Questo può succedere perché si sono creati sentimenti di affetto, amicizia o anche di dipendenza da parte del paziente nei confronti del suo psicologo. Se un processo terapeutico diventa lungo, dunque, devono essere mantenute le adeguate distanze con il paziente: non siamo amici e non saremo al suo fianco per sempre.

Questo processo può complicarsi quando il nostro paziente non dispone di una buona  rete di sostegno sociale e siamo stati noi, come psicologi, ad aver rivestito questo ruolo significativo nel suo mondo relazionale. In questo caso, uno degli obiettivi terapeutici – prima di affrontare la conclusione della terapia – sarà fargli arricchire quanto più possibile la sua rete sociale oppure fargli creare una nuova rete di amici con cui sfogarsi o condividere i suoi problemi.

È interesse di ogni psicologo, dunque, che la conclusione della terapia riceva il consenso anche del paziente e che sia il risultato di un soddisfacente processo terapeutico. Perché ciò avvenga, il paziente e lo psicologo devono essere d’accordo sui traguardi raggiunti; inoltre il paziente deve avere chiaro che può affrontare con successo la vita al di fuori della terapia.

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