The Irishman: una porta socchiusa

21 marzo, 2020
Il film "The Irishman" (2019) sta dando molto di cui parlare. Tra mafia, storia contemporanea e violenza, ci immergiamo in un ritratto sulla maturità e la vecchiaia e le conseguenze delle nostre azioni sul futuro.

Martin Scorsese è una leggenda in vita della storia del cinema. Il regista, con i suoi 77 anni, conta su un’immensa filmografia che ci ha regalato per anni non poche emozioni. The Irishman è la sua ultima produzione.

Film intensi, di indole diversa e in voga da anni; Scorsese ha firmato alcuni dei titoli più conosciuti e applauditi della storia del cinema come Taxi Driver (1976), Quei bravi ragazzi (1990), The Departed (2006), Cape Fear – Il promontorio della paura (1991), Casinò (1995), The Wolf of Wall Street (2013)e altri polemici come L’ultima tentazione di Cristo (1998).

Di recente il suo nome è tornato sulla bocca di tutti sia per le sue aspre critiche ai film sui supereroi sia per i riconoscimenti ricevuti per il suo ultimo film, The Irishman. Un’opera con cui Scorsese percorre il sentiero conosciuto dei gangster, della mafia latinoamericana e degli Stati Uniti della metà del secolo scorso. Ma come è evidente, l’età e il tempo hanno offerto una nuova prospettiva al regista.

Joe Pesci, Al Pacino e Robert de Niro danno vita a un film che, sebbene sia disponibile sulla moderna piattaforma Netflix, è in grado di trasportarci dritti dritti nel passato.

The Irishman è un film perfettamente in linea con lo stile di Scorsese e che vanta un cast d’eccellenza che si è dimostrato in forma smagliante.

The Irishman: un viaggio nel passato

The Irishman è un viaggio nel passato nel senso più stretto del termine, facendoci piombare nella metà del ventesimo secolo. Ma il collegamento al passato è legato anche alla durata del film, tra i più lunghi degli ultimi decenni, proprio come i grandi classici di un tempo.

Viviamo in un momento in cui il cinema è stato quasi sopraffatto dalle serie tv: preferiamo fare zapping sulle piattaforme online piuttosto che andare al cinema. E i film che superano le due ore sono più unici che rari.

Le nuove generazioni sono cresciute in maniera diversa, non è più necessario andare al cinema per guardare un film, possiamo guardarlo sdraiati sul divano e metterlo in pausa tutte le volte che vogliamo. L’intrattenimento è al servizio di tutti e, sebbene di tanto in tanto escano fuori perle indimenticabili, sembra aver ormai superato il concetto di arte, relegandola in secondo piano.

Scorsese aveva in mente un progetto che nessuna casa produttrice di Hollywood ha accettato; per questo non ha avuto altro rimedio se non adattarsi alle nuove esigenze della nostra generazione: le piattaforme streaming.

Netflix ha deciso di finanziare il progetto per quanto possa sembrare totalmente al di fuori degli standard della società, favorendo l’enorme diffusione del film in tutto il mondo. In fondo, Netflix lascia spazio a tutto, dalla perla cinematografica alla TV spazzatura.

Ed ecco il paradosso di The Irishman. Un film che evoca gli antichi classici dei gangster, che ci catapulta nello scorso secolo e che sfoggia veterani del cinema. Pur con la creatività alle stelle, viene diffuso dal mezzo di riproduzione più attuale del secolo, finendo spesso riprodotto in piccoli schermi lontani anni luce dagli schermi del cinema.

Scorsese consiglia vivamente di non guardare il film attraverso lo smartphone, ma di godercelo sullo schermo più grande a nostra disposizione, in un pomeriggio in cui siamo liberi senza essere disturbati dal telefono. In definitiva, ci propone di tornare al passato, quando il cinema era un momento di vero divertimento.

Una storia reale

La mafia, in particolare quella italo-americana, è stata protagonista di alcuni dei più grandi film di tutti i tempi. Dall’opera di recente rivalutata C’era una Volta il West (Sergio Leone, 1984), a titoli più noti come Il Padrino (Coppola, 1972).

Scorsese aveva già spaziato in quest’ambito con Mean streets (1973), per la prima volta in collaborazione con De Niro, Casinò (1995) e Quei bravi ragazzi (1990).

Martin Scorsese e i protagonisti di The Irishman appartengono a una generazione nata negli anni ’40 a New York, salvo Pesci che è originario del New Jersey. Dunque tutti italo-americani, alcuni persino cresciuti nel quartiere Little Italy.

Scorsese ha sempre provato un profondo legame con le sue origini, come racconta nel film documentario Italoamericani (1974). Oggi, a distanza di molti anni, torna a quelle origini che, per quanto reali, sembrano uscire dalla pura fantasia.

The Irishman indaga su un personaggio reale intrecciandosi con la storia: dall’ascesa e il successivo omicidio di Kennedy fino alla misteriosa scomparsa di Jimmy Hoffa, il leader sindacalista che fece tanto parlare a metà del secolo scorso. Il tutto all’interno di un contesto mafioso, con protagonista un irlandese incaricato di “imbiancare le pareti”.

Pareti macchiate di sangue, morti limpide e rapide, un colpo sicuro mentre la macchina aspetta sulla porta del ristorante per permettere al sicario di scappare. Pistole immerse in acqua, silenziate dall’artefice delle morti più veloci che Scorsese ci abbia mai presentato.

The Irishman è molto “Scorsese”, è una grande dimostrazione audiovisiva, prova di come si possa fare arte, cinema, grazie a una messa in scena sublime.

Scena di The Irishman

Lo stile di Scorsese

Il tutto senza rinunciare a certe conversazioni ardite condite con black humor che si rivelano il suo marchio di fabbrica, sebbene si tratti forse del film più tranquillo di Scorsese. Pieno di turpiloquio, ma rilassato, maturo, ben lontano dal vertiginoso ritmo di Quei bravi ragazzi o del più recente The Wolf of Wall Street.

È la storia di Frank Sheeran, personaggio reale indagato per mafia; la storia della scomparsa di Hoffa; la vicenda messa a tacere dell’America del XX secolo. Ma la maturità di Scorsese si riflette in questo film che non è soltanto una storia di gangster, bensì un’analisi strutturata dei suoi personaggi e della loro storia personale, spesso avvalendosi di flahsback.

Una storia di potere, di “brutti ceffi” che in realtà non sono altro che anziani carichi di dolore che giocano a bocce nel cortile di un carcere.

Un film possibile grazie ai grandi del genere, da un Joe Pesci che pur essendosi ritirato ha accettato quasi di malavoglia un ruolo in cui primeggia, un De Niro che tutti associamo alla mafia e un Al Pacino che, anche se non aveva mai lavorato con Scorsese, ci riporta alla gloria de Il Padrino.

Un film per ricordare

Siamo certi che fra qualche anno continueremo a parlare di questo film, e che magari acquisirà valore con il tempo. Se dobbiamo trovare un difetto è forse l’uso della tecnologia per ringiovanire degli attori che, lontani dal dover dimostrare la propria immortalità, avrebbero potuto esprimere al massimo la propria esperienza.

L’utilizzo di tecniche di ringiovanimento digitale è stato ampiamente criticato; forse sarebbe stato meglio utilizzare degli attori giovani per i flashback, oppure farli meno lunghi. Vediamo invece un De Niro senza rughe, ma con il corpo e i movimenti che rivelano il contrario.

Il film presuppone una sorta di fusione tra il vecchio e il nuovo. Il primo è dato dall’essenza, dalla maturità del regista e dai volti protagonisti; il secondo dalla diffusione e dalla produzione dell’opera.

Con 10 candidature Oscar, tra cui miglior film e miglior regista, The Irishman non lascia nessuno indifferente. Che sia per la maestosità del progetto, per la capacità di dirigere il nostro sguardo o per la scarsa presenza femminile, ormai marchio di fabbrica del regista. I ruoli femminili scarseggiano in quasi tutta la filmografia di Scorsese, che predilige i “tipi duri”.

Non per questo si vuole condannare il film, che narra piuttosto di un’epoca lontana in cui la donna non era altro un accessorio del marito. Nonostante tutto, un personaggio femminile in questo film è presente: la figlia del protagonista che, inizialmente, si mostra riluttante verso le attività del padre.

In silenzio, ma con crudezza, acquisisce importanza sul finale, momento in cui Sheeran è ormai vecchio, i suoi amici e sua moglie deceduti, rimasto dunque solo con le figlie: tutte donne, tutte decise a mantenere le distanze dal padre.

De Niro in The Irishman

Conclusioni

Scorsese è un grande narratore in grado di dire con immagini ciò che è ineffabile a parole; capace di ritrattare e catturare attraverso la sua videocamera la dimensione latente in ogni personaggio.

Nonostante la durata, The Irishman riesce a conquistarci e a tenerci incollati allo schermo per scoprire cosa ne sarà del protagonista, un uomo intrappolato nella tela di un ragno da cui non potrà scappare.

The Irishman ci propone un percorso fra diverse tappe di vita, il viaggio introspettivo di un personaggio legato al suo passato, ma che, come tutti, è destinato a morire. Il riflesso delle sue azioni si manifesta durante la sua solitaria vecchiaia, lasciando allo spettatore uno spiraglio su cui riflettere, in uno stadio quasi catartico e difficile da identificare.

Abbiamo visto un classico film di gangster? Abbiamo assistito a un viaggio verso l’universo interiore dell’essere umano? Perché una porta semiaperta? Il futuro, la morte, il destino, forse non sono che questo: uno spiraglio.

Immagine principale di Netflix