Usare troppo lo smartphone peggiora le relazioni e annulla l'empatia

01 maggio, 2020
Minore interazione umana, meno empatia, più silenzio e distanze. Le conseguenze di usare troppo lo smartphone sono davvero terribili. Vediamone alcune.
 

Per quanti minuti riuscite a non consultare le varie notifiche sul telefono o tablet? Probabilmente ciò si deve al fatto che tali dispositivi riescono a svolgere per noi, più rapidamente e meglio, moltissimi compiti. A tal punto che anche se ci troviamo seduti a tavola con un’altra persona o in strada, ci è impossibile non usare troppo lo smartphone.

Rispondere a una chiamata, inviare un audio su WhatsApp o controllare i social network sono attività che oggi sembrano avere la priorità su tutto. Persino sul linguaggio verbale e corporeo, ovvero parlare, toccare e, perché no, baciare. Riusciamo ancora a ricordare cosa significa mantenere una conversazione? Oppure parlare ci annoia e preferiamo evitare i problemi di qualsiasi tipo, rivolgendo ogni risorsa verso la distrazione e il divertimento fornito, costantemente, dall’intrattenimento online? I pericoli di usare troppo lo smartphone, purtroppo, sono davvero molti per la nostra socialità.

La psicologa clinica e sociologa Sherry Turkle ha condotto approfondite ricerche, poi pubblicate sul suo bellissimo libro La conversazione necessaria. La forza del dialogo nell’era digitale (2017), in cui afferma che gli adolescenti di oggi hanno ridotto la loro capacità di provare empatia del 40% e anche quella di lasciarsi coinvolgere in una conversazione profonda. La causa di tutto ciò? Neanche a dirlo, usare troppo lo smartphone.

Le nuove tecnologie hanno portato con sé un profilo il cui obiettivo principale è quello di essere iperconnesso in ogni momento, ma a livello superficiale. Il multitasking è stato imposto come legge universale e necessaria. Quindi, molti pensano di perdere tempo quando sono obbligati a disconnettersi, per fare qualcosa nel mondo offline.

 

“Il vero amore è non controllare il telefono quando si è in presenza della persona amata.”

Alain de Botton

Persone che battono il cinque con il cellulare davanti agli occhi

Condivido, ergo sum

La vita digitale in cui siamo immersi è governata da regole diverse da quelle che conoscevamo prima di usare il cellulare come estensione delle nostre mani. Al momento, buona parte delle interazioni sociali e lavorative avviene attraverso mezzi elettronici, come computer, telefoni e tablet.

La conversazione faccia a faccia è passata in secondo piano, addirittura alcuni la vedono come una perdita di tempo. Se dovete risolvere un problema aziendale, sicuramente preferirete inviare un’e-mail; se dovete chiedere scusa per qualcosa, scriverete un messaggio WhatsApp con tante emoticon.

Affrontare situazioni ad alto carico emotivo può generare ansia e le nuove tecnologie offrono la possibilità di ridurre, in parte, questa spiacevole sensazione. Sono un filtro regolabile e modificabile secondo le diverse necessità.

I giovani giustificano l’uso (o abuso) di queste nuove forme di comunicazione come un modo più semplice e veloce per esprimere i loro sentimenti e pensieri. Dicono che i dispositivi mobili consentono loro di semplificare ciò che vogliono dire, correggendo eventuali errori o evitando situazioni di tensione che non saprebbero come risolvere di persona.

 

Il problema è che attraverso gli schermi ci manca una delle parti più appaganti della conversazione: il linguaggio non verbale. I gesti, le intonazioni, gli sguardi, che consentono di interpretare le emozioni dell’altra persona. Secondo gli esperti, il 70% della comunicazione passa attraverso un linguaggio non verbale che, come detto, sui supporti tecnologici è completamente assente.

In larga parte, oggi sostituiamo il linguaggio del corpo umano con meme o emoticon. E diventa complicatissimo mantenere conversazioni piene di contenuti e sentimenti per lunghi periodi di tempo.

Così facendo, contribuiamo a plasmare una società che ha sempre più difficoltà a gestire le proprie emozioni, ad affrontare difficoltà e a risolverle con responsabilità. Se non condividete contenuti in rete, è come se non esisteste. Se non pubblicate le foto di una vacanza, vuol dire o che non avete mai fatto quel viaggio o che è successo qualcosa di brutto o inopportuno. In parole povere, ciò che condividerete sarà un riflesso di ciò che pretendete di essere. Ma non sarà mai la “vera” realtà.

In queste circostanze, ovviamente è più complicato provare empatia, ovvero mettersi nei panni di qualcun altro e cercare di capire le sue emozioni e pensieri. Parliamo di un mondo digitale puramente visivo, mutevole e definitivamente superficiale.

D’altra parte, c’è anche una grande richiesta di stimoli nuovi e costanti. Per esempio, se a scuola prevale la noia, i telefoni cellulari guadagnano molto potere come elementi di distrazione. Lo stesso accade durante la pubblicità di un film, una pausa o quando si legge libro. E tutto ciò fa precipitare la nostra capacità di concentrazione.

 

“Ogni individuo dovrebbe sviluppare la capacità di saper stare da solo, senza fare nulla. Ma questo tempo sacro ci è stato sottratto, pian piano, dai nostri smartphone. La possibilità di starcene lì, seduti. Questo è esattamente ciò che significa essere una persona.”

Louis C. K.

Non usare troppo lo smartphone

Persone che parlano, una specie in pericolo di estinzione

Gli spazi che prima erano presentati come un’opportunità per impegnarsi in una conversazione non adempiono più a questa funzione. Anche sui mezzi pubblici, molte persone passano il tempo fissando lo schermo del cellulare. Nelle file al supermercato e dei negozi, indossano cuffie per ascoltare la musica, mentre controllano i social network.

Le persone non parlano più tra loro o, se lo fanno, parlano di ciò che succede sui loro telefoni. Gli esseri umani sono diventati macchine insonorizzate, non si occupano di ciò che accade intorno a loro, non parlano con estranei né prestano attenzione a ciò che avviene a pochi passi di distanza. Tutti noi saltiamo da un’applicazione all’altra, cercando di uccidere il tedio del silenzio. Ecco cosa significa usare troppo lo smartphone.

 

Abbiamo migliaia di contatti disponibili in rete con cui scambiamo Mi piace o con cui chattiamo, ma dopo pochi minuti tutto diventa noioso. Non basta, non è sufficiente, non è quello che cerchiamo: un’eterna insoddisfazione incapace di generare relazioni autentiche. Come si può ancora parlare di empatia, se non si è più in grado di ascoltare l’altro?

“La maggior parte delle grandi idee che oggi conosciamo sono nate dalla conversazioni tra persone e menti diverse.”

Noel Clarasó Daudí

Usare troppo lo smartphone significa smettere di sentire

L’uomo è entrato in un frenetico ritmo di vita basato su iperconnettività e multitasking. Mentre rispondiamo al capo via email, controlliamo l’ultimo post di un amico su Facebook e verifichiamo le previsioni del tempo per il fine settimana. Leggiamo un libro ma teniamo il telefono vicino per rispondere subito al primo WhatsApp che riceviamo. O non è forse così?

Ragazzi che parlano sulla spiaggia al tramonto

Chiediamo ai nostri figli di non usare i loro smartphone a tavola, ma se ci chiamano rispondiamo subito. Siamo ansiosi di essere costantemente disponibili in rete, ma con la paura di rimanere offline per troppo tempo.

 

Alcune aziende sembrano misurare il grado di competizione in base alla disponibilità e alle operazioni che i lavoratori dedicano alle loro reti di lavoro. Il capo può licenziarci se non rispondiamo a una e-mail, persino alle 23:00. E, nelle relazioni di amicizia, evidentemente risponderemo prima a coloro che ci interessano di più, come in una specie di gerarchia affettiva.

Quando vediamo una persona online che però tarda a risponderci, proviamo frustrazione e gelosia. Ma allora: siamo certi che usare troppo lo smartphone sia davvero il modo migliore per interagire con gli altri? È davvero più legato a noi chi ci risponde subito? Velocità e quantità stanno prendendo il posto di qualità e valore.

“Se il contenuto è il re, allora la conversazione è la regina”.

John Munsell

Parlare di più, senza usare troppo lo smartphone

Piccoli momenti di solitudine sono sufficienti per fermare il rumore dell’iper-connettività e consentirci di ascoltare i nostri stessi pensieri. Si tratta di costruire uno spazio per parlare e ascoltare, ma davvero, senza filtri, senza display in mezzo. Concediamoci un tempo per provare, senza limitare con gli strumenti tecnologici i livelli e l’intensità della conversazione.

È proprio nelle conversazioni faccia a faccia che si costruiscono e si rinforzano le relazioni sociali. Riusciamo a capire come si sente l’altra persona, ascoltando le sue idee e interpretando sensazioni e preoccupazioni. Solo in questo modo, potremo essere empatici: gioie e sofferenze prenderanno vita davanti ai nostri occhi.

 

Le conversazioni profonde e personali risvegliano le emozioni dentro il nostro cuore. Ci concederanno una dimensione antica in cui aprirci e sfogarci, in cui poter essere ascoltati e rispettati. Parlare fisicamente con gli altri ci darà l’opportunità di generare e scambiare nuove idee, anche quando ci troveremo a chiacchierare su argomenti apparentemente futili.

I veri legami, i pensieri concreti e le emozioni condivise sono ciò che davvero permette alle persone di connettersi tra loro, in modo autentico.