Annoiati e stanchi a lavoro? Sindrome da Burnout

· 20 novembre 2015
Alla fine del XX secolo, diversi specialisti in salute mentale esposero le loro osservazioni sui lavoratori di diversi settori. Tutti loro coincisero nell’indicare segni di demotivazione, progressiva perdita di energia, mancanza di interesse e stanchezza, accompagnati da sintomi come ansia e depressione.

Freudenberger scelse la parola Burnout (“essere bruciato”, “logoro” o “spento”) per descrivere alcuni suoi colleghi che lavoravano nella Free Clinic di New York per tossicomani, approfittando anche del fatto che questa parola veniva utilizzata per riferirsi agli effetti causati dal consumo cronico di droga.

Allo stesso modo, questo termine si utilizzava nel linguaggio sportivo parlando delle persone che non ottenevano i risultati sperati nonostante avessero realizzato un grande sforzo. Veniva anche usata colloquialmente dagli avvocati per esprimere perdita di responsabilità e disinteresse clinico.

“Saper distinguere le cose importanti da quelle urgenti. Questa è la vera saggezza”
Catherine Rambert

Infine, dopo numerose definizioni nei distinti ambiti lavorativi lungo il corso degli ultimi tre decenni, la sindrome di Burnout può essere definita come un continuo processo che sorge in modo graduale e che si instaura fino a provocare i sintomi prima descritti.

Principalmente è conseguenza di eventi stressanti di carattere lavorativo, ma anche di intensi e/o duraturi rapporti lavoratore-cliente.

La OMS definisce il burnout come una risposta allo stress emotivo cronico caratterizzata da tre fattori: 

  • Stanchezza emotiva/fisica.
  • Riduzione della produttività.
  • Notevole depersonalizzazione che implica un sentimento di alienazione con una visione negativa degli altri.

Le caratteristiche della sindrome

Esistono quattro piani su cui è possibile incontrare le principali manifestazioni:

1. Sul piano emotivo si individuano sentimenti di depressione, indifesa, disperazione, apatia, disillusione, pessimismo, ostilità, etc.

2. Sul piano cognitivo o del pensiero si assume la perdita dei valori, la scomparsa di aspettative, la perdita di autostima e creatività, l’insorgere di distrazione o cinismo.

donna triste

3. A livello comportamentale si evitano le responsabilità, ci si assenta dal posto di lavoro, si assumono condotte inappropriate, si evita di prendere decisioni, aumenta il consumo di caffeina, alcol o tabacco e si verificano persino processi di auto-sabotaggio.

4. Infine, sul piano psicosomatico si avvertono dolori muscolari, perdita di appetito, cambiamenti di peso, problemi sessuali, insonnia, alterazioni grastrointestinali e cefalee.

Agli occhi degli altri, ci si trova dinanzi ad una persona perennemente di cattivo umore e molto irritabile con clienti e colleghi, priva di motivazione ed energia, cosa che si ripercuote in un minore rendimento che a sua volta influisce sulla concezione di se stessi e dell’ambiente che ci circonda in modo diretto o indiretto.

Quali professionisti tendono a soffrirne di più?

Si sa che i professionisti che tendono a soffrire di più di questa sindrome sono quelli le cui attività sono direttamente collegate a terze persone, ovvero professori, medici, poliziotti, vigili del fuoco e personale di attenzione al cliente.

Tuttavia, non sono vulnerabili solo le persone che lavorano con terzi. Recenti studi hanno dimostrato che il ventaglio dei professionisti resta aperto allo stress lavorativo per via di altri fattori quali eccesso di responsabilità, lunghe giornate lavorative (tra 10 e 16 ore) o lavori monotoni, ripetitivi e noiosi, privi di alcun elemento motivante.

Per fortuna, però, esistono tecniche sia per aiutare psicologicamente l’individuo sia per riorganizzare strutturalmente le imprese in modo da saper trattare i dipendenti.

Secondo i ricercatori dell’Università di Zaragoza e dell’Istituto Aragonese di Scienze della Salute, esistono tre profili:

Frenetici: sono i lavoratori che hanno la sensazione di essere sovraccaricati di lavoro, privati di una vita personale e della salute per via degli impegni lavorativi.

Senza ambizione: sono i lavoratori indifferenti riguardo alle attività che devono realizzare. Non si sentono motivati e vogliono cambiare lavoro. Di solito questo profilo si associa a lavori di tipo amministrativo o burocratico.

Frustrati: sentono di non controllare i risultati del proprio lavoro e che non venga riconosciuto il loro sforzo. Alla fine, optano per essere negligenti e per abbandonare le proprie responsabilità.

Prevenire la comparsa della sindrome

La prevenzione del burnout si contempla principalmente da due prospettive: quella del lavoratore e quella dell’organizzazione-impresa.

L’attività dovrebbe essere stimolante, non ripetitiva e ci dovrebbe essere un riconoscimento del lavoro svolto. Dinanzi all’impossibilità di riunire queste condizioni, esistono alcune strategie per prevenire l’insorgere della sindrome. Gli esperti consigliano di:

  • Adattare le aspettative alla realtà.
  • Non sovraccaricare di incarichi, soprattutto se non sono abituali.
  • Utilizzare i canali di comunicazione dell’impresa per trasmettere preoccupazioni o insicurezze.
  • Rivolgersi a persone di fiducia affinché aiutino in situazioni di angoscia.
  • Verificare se ci sono persone vicine che hanno provato situazioni simili e non avere paura né vergogna di chiedere come sono riuscite a risolvere i loro conflitti.
  • Delimitare le funzioni da svolgere. Ridurre l’incertezza riguardo al lavoro da svolgere.
  • Relazionarsi in modo assertivo nell’ambiente lavorativo. Cercare di esporre i disaccordi proponendo soluzioni e centrando il discorso sui fatti.
  • Disporre di tempo libero di qualità.
  • Mantenere una buona igiene del sonno e svolgere regolarmente attività fisica.
  • Non isolarsi dall’ambiente personale soddisfacente.

“La pressione si sopprime con la ginnastica mentale”

Leonard Zaichkowsky

persone che si aiutano salendo le scale

Cosa fare se un collega si trova in questa situazione?

Così come ci suggerisce lo psicologo Javier Miralles, i punti chiave per aiutare qualcuno in questa condizione sono:

  • Stabilire una relazione di sostegno (emotivo e fisico).
  • Ascoltarlo/a attivamente, aiutarlo/a ad esprimere le sue preoccupazioni e a relativizzare la situazione suggerendo un’altra prospettiva.
  • Non giudicare quello che ci comunica.
  • Riconoscere il suo lavoro, se è ben fatto, ed incoraggiare quando non raggiunge gli obiettivi desiderati. Sarà fondamentale creare un ambiente di solidarietà e collaborazione.

Sappiamo che questa situazione può essere prevenuta e nel caso in cui si presenti, è possibile recuperare la direzione persa.

“La serenità non è essere a salvo dalla tormenta, ma trovare la pace in essa”

Thomas Kempis