Più ci soffermiamo sulle avversità, più stiamo male

· 14 ottobre 2016

Le persone sono capaci di rievocare le situazioni che hanno vissuto attraverso i ricordi, le parole e i luoghi. Quando concentriamo la nostra attenzione sui ricordi negativi e su tutto ciò che non è andato come avremmo voluto, che ci fa stare male e che non possiamo risolvere, diamo a queste situazioni la possibilità di farci ancora più male, per sempre.

Al giorno d’oggi, potremmo considerare la preoccupazione una vera e propria epidemia. Intorno al 60% dei pazienti che si rivolge al medico di base lo fa per lamentarsi di problemi relativi all’ansia. È innegabile che abbiamo molti motivi per preoccuparci, ma è anche probabile che a questo sacco già pieno continuiamo ad aggiungere diverse cose frutto della nostra immaginazione.

Una ricerca ha dimostrato che il 40% delle preoccupazioni è relativo ad eventi che non accadranno mai, il 30% a eventi a cui pensiamo spesso, ma che ormai sono già avvenuti, e solo il 22% a qualcosa che sta per succedere.

Questa ricerca dimostra che il problema è che la maggior parte delle preoccupazioni che abbiamo è causata da qualcosa che è già accaduto o che non accadrà mai. Quando ci soffermiamo a pensare alle avversità, alteriamo lo stato della nostra mente. La inondiamo con una valanga di distorsioni che rappresentano forti fattori di rischio per malattie come l’ansia o la depressione.

Le situazioni negative sono state, sono e saranno una certezza nella nostra vita. Ci sarà sempre qualcosa che non ci piaccia, il segreto è saper affrontare questi eventi e superarli pensando in modo realistico e razionale.

“La vita è un naufragio, ma non bisogna dimenticare di cantare sulle scialuppe di salvataggio.”

-Voltaire-

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Quando congeliamo la vita nel passato

Secondo Antonio Jorge Larruy, un esperto che ha fatto numerose ricerche sulla conoscenza di se stessi, uno dei grandi ostacoli che la nostra società deve affrontare è quello di ricercare la felicità nelle cose sbagliate. Un esempio è quello del popolo filippino che ha un altissimo tasso di povertà e che vive in uno dei territori più colpiti dalle calamità naturali. Tuttavia, secondo il Centro di Ricerca ed Epidemiologia dei Disastri, è anche il popolo più felice al mondo, molto più felice di chi vive in città multimilionarie come Montecarlo.

Forse il loro segreto è vivere alla giornata, senza preoccuparsi dell’uragano che ha distrutto o distruggerà le loro case, e basare la loro esistenza su un’enorme rete di supporto sociale e familiare. Al contrario, nelle società interconnesse come la nostra, la pressione consumistica, l’impossibilità di comunicare, lo stress e l’importanza che diamo al passato e al futuro ci impediscono di godere del presente.

“In ogni momento abbiamo più possibilità di quelle che pensiamo.”

-Thich Nhat Hanh –

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Educare i nostri pensieri al presente

Quando la nostra mente si perde nel passato o nel futuro, il nostro cervello rimane stordito e attiviamo la zona del lobulo prefrontale destro, in cui sono immagazzinate tutte le emozioni che ci fanno male. Diverse università statunitensi di grande prestigio, come il MIT o Harvard, sostengono che focalizzare i propri pensieri sul presente apra nuovi canali nel nostro lobulo prefrontale sinistro, portandoci a provare emozioni più positive.

Thich Nhat Hanh, un maestro zen e attivista per la pace, nominato per il premio Nobel, sostiene che vivere ancorati al presente rappresenti l’unico vero sentiero percorribile per ritrovare la pace in noi stessi e nel mondo. Le nostre sofferenze sono in gran parte influenzate negativamente dal nostro dolore emotivo o dal poco controllo mentale, che ci porta a creare mondi immaginari lontani dal presente, quasi sempre distruttivi.

Per educare i pensieri automatici, è necessario osservare ciò che accade nella nostra mente, senza elaborare giudizi o legarci troppo ai pensieri. E siamo completamente ancorati al presente, come ci invita a fare Thich Nhat Hanh, “non dobbiamo rincorrere capricci come il potere, la fama o altri piaceri”.

“Il vero amore è fatto di comprensione.”

-Thich Nhat Hanh-