Il divario tra avere ragione ed essere felici

16 aprile 2016 in Emozioni 793 Condivisi

“Due amici intimi fanno un’escursione. Scende la sera e i due compagni si stendono a dormire sotto un albero, uno accanto all’altro. Uno dei due sogna che hanno preso una barca insieme e sono naufragati su un’isola. Quando l’amico gli dice di non aver fatto lo stesso sogno, lui non ci può credere. Impossibile! Così, si arrabbia con l’amico e nega il fatto che possa aver fatto un sogno diverso dal suo.”

L’intolleranza, l’ego, l’orgoglio, l’incomprensione, la mancanza di empatia sono le barriere naturali che ci allontanano dai momenti felici e dagli stati di tranquillità e pace interiore.

“Battere il nemico è una vittoria, battere sé stessi è una vittoria ancora maggiore”

(José de San Martin)

Per quanto tempo siamo disposti a sopportare una situazione spiacevole? Sappiamo vivere e affrontare gli altri e, soprattutto, noi stessi? Controlliamo davvero la bilancia dei pro e dei contro?

L’incapacità di gestire situazioni stressanti in cui ci troviamo ingarbugliati e da cui non riusciamo ad uscire o non vogliamo risolvere, ci ruba ore, settimane e persino anni, che potremmo invece passare piacevolmente con la nostra famiglia, con gli amici o con il nostro compagno. E il tutto solo perché “vogliamo avere ragione”.

ragazza triste tra nuvole e altalene

È così importante avere ragione?

La sensazione di vittoria è una droga molto potente a cui possiamo affezionarci quando viene alimentata dall’orgoglio e dall’ego. Ma qual è il prezzo da pagare per mantenerla?

Avendo ragione, ci guadagniamo o ci perdiamo? La soddisfazione che ci invade quando abbiamo ragione dovrebbe essere compatibile con la tranquillità, la fratellanza, l’intesa, l’affetto, l’amicizia e l’appoggio.

Il cinema e la letteratura abbondano di racconti in cui si vede che il rimanere rigidi e accecati dalle proprie posizioni conduce alla disgrazia e all’infelicità. Tuttavia, è evidente che non abbiamo imparato molto fino ad ora. Riflettiamo ed esprimiamo le nostre opinioni a proposito di ciò che le persone attorno a noi dovrebbero fare, diciamo che dovrebbero cedere, ma non pratichiamo mai l’esempio.

“Esiste un’ampia gamma di competenze emotive – la capacità di auto-tranquillizzarsi (e di tranquillizzare il proprio partner), l’empatia, il saper ascoltare – che favoriscono l’abilità di una coppia nel risolvere i disaccordi con efficacia. Lo sviluppo di queste capacità rende possibile l’esistenza di discussioni sane, di litigi positivi che contribuiscono alla maturazione del matrimonio e che eliminano alla radice gli elementi negativi della relazione, che di solito conducono alla disgiunzione.”

(Daniel Goleman)

Oltre i motivi

Alla base di un atteggiamento fastidioso da parte di una persona che vuole ottenere consenso in una discussione vi è:

  • La necessità di affinare il suo ego
  • La necessità di affermare la sua autostima
  • Il timore delle posizioni altrui o di perdere il potere e il controllo

A parte rari casi in cui ci sono delle prove schiaccianti che non ammettono un dibattito, la normalità è che nessuno sia padrone della verità assoluta.

Dentro di noi prende spazio questa idea quando il nostro atteggiamento è di temperanza; tuttavia, a volte viene meno quando ci confrontiamo con gli altri.

A cosa porta l’irrigidimento della propria posizione?

Rabbia, paura, frustrazione ed ira. Quando vediamo che una situazione non si risolve come vorremmo, si attivano una serie di meccanismi che sprigionano emozioni negative, le quali indeboliscono la nostra capacità di ragionamento e consumano la nostra energia interiore.

Quando ci irrigidiamo su di una posizione, perdiamo energia e, soprattutto, tempo. Tempo che potremmo impiegare nel divertirci in maniera naturale e spontanea.

“Le persone davvero forti e felici non litigano quasi mai. Non perdono il loro tempo prezioso né la loro magnifica energia in questo. Sono concentrate sul godersi i loro progetti e la loro vita. E la cosa più bella è che gli sproloqui e le strilla di rabbia non le spostano minimamente!”

(Rafael Santandreu)

Rimproveri, tentativi di manipolazione, esigenze, prese in giro, dipendenze emotive, ecc. Dobbiamo essere pronti ad identificare tutte queste cose nel momento in cui ci troviamo in una situazione di conflitto.

È bene individuare questi atteggiamenti non solo negli altri, ma anche in noi, per non essere trascinati dalle emozioni appena citate e non mettere in atto comportamenti di cui non andremmo affatto fieri in situazioni normali, tranquille.

Come uscire dal pantano?

Possiamo porci delle domande che ci aiutino ad intraprendere il cammino della flessibilità:

  • “Come mi sento in una situazione del genere?” Trovare le parole adeguate per descrivere come ci sentiamo ci permette di ordinare i nostri pensieri e ci aiuta ad eliminare il rumore che può oscurare la nostra capacità di ragionamento.
  • “L’altra persona sa come mi sento?” Questo va oltre le discussioni gestite dalle emozioni e oltre il “perché tu sei così e io sono cosà”.
  • “So come si sente l’altra persona?” Talvolta, ricorriamo all’interpretazione del pensiero altrui. Ciò si manifesta in frasi del tipo “sicuramente lui pensa che…”.
  • “Com’è iniziato il conflitto? Cosa volevo ottenere? E cosa voleva ottenere l’altra persona?”

due persone si abbracciano

Il passo successivo è trovare delle alternative all’interno del conflitto, al fine di risolverlo e per sapere fino a che punto possiamo essere flessibili, cedere e abbandonare l’idea dell’affermazione della nostra posizione.

Fate tutto ciò nel modo più sincero possibile, non serve a nulla fingere di essere flessibili. Altrimenti, prima o poi i nodi verranno al pettine e finirete in un altro litigio, potenziato dal primo, in cui il linguaggio sarà forse diverso, ma il contenuto sarà lo stesso. Manterrete lo stesso atteggiamento di incapacità di negoziazione ed etichetterete la persona che avete davanti come acerrimo nemico.

Pensate al tempo che potete perdere in situazioni del genere e date a queste l’attenzione che si meritano. Sicuramente avete molto da guadagnare se eviterete di dire un “te l’avevo detto”.

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