Gli insegnamenti di “A beautiful mind”

· 14 luglio 2015

John Nash, un genio della matematica che ha ispirato il fantastico film “A beautiful mind”, è morto lo scorso maggio.

Basato sull’omonimo romanzo di Sylvia Nasar, il lungometraggio, prodotto nel 2001, si rivelò un vero successo: ottenne 4 premi Oscar e un numero incredibile di fan. Il film, che vede l’attore Russel Crowe nel ruolo del protagonista, propone al pubblico un grande messaggio espresso in maniera molto semplice, il quale invita a tentare di superare i propri limiti, qualsiasi essi siano.

Per coloro che non conoscono la storia di John Nash …

John Nash aveva 30 anni quando gli venne diagnosticata una schizofrenia paranoica: il peso di una tremenda malattia si abbatté sulla sana ambizione della sua mente privilegiata.

La sua era una mente brillante, unica e promettente quando ebbe inizio la sua sventura; ciononostante, nulla lo trattenne dal continuare a inseguire i suoi sogni. Dopo anni di terribili trattamenti che miravano ad aiutarlo a superare la sua malattia mentale, John Nash riuscì a tenere a bada i suoi sintomi.

Imparò a convivere con le voci dentro la sua testa e con le allucinazioni. John sentiva dei mormorii e vedeva cose in maniera costante, ma riuscì a gestire la sua situazione.

Il lavoro che dovette esercitare su sé stesso fu estremamente grande e duro fino all’ultimo momento: è chiaro che vivere senza essere capaci di distinguere la realtà dall’immaginazione è molto complicato. Tuttavia, la mente brillante di Nash ci riuscì.

Nash vinse nel 1994 il Nobel per l’economia grazie alla sua “teoria dei giochi”, ancora oggi in uso e utile per quanto riguarda le strategie di gioco. John combatté la schizofrenia paranoica per tutta la sua vita e ci riuscì: poté vivere una vita completamente diversa da come essa si era prospettata a causa della malattia.

La sua morte, così come la sua vita, fu inaspettata: il 23 maggio 2015, Nash morì insieme a sua moglie, entrambi vittime di un incidente automobilistico.

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Un esempio di tenacia e speranza

Dobbiamo molto a quest’uomo, non solo per il suo contributo alla scienza, ma anche per averci raccontato la sua storia, la quale ci insegna che, lavorando con ciò che abbiamo dentro, tutte le menti sono meravigliose.

John si aggrappò alla sua intelligenza e convisse con le voci dentro la sua testa nonostante lo stordissero; la sua lotta non fu semplice. Tuttavia, riuscì a capire che la soluzione per vivere consisteva nell’accettazione e ce lo dimostrò.

Gli venne un’ispirazione e riuscì a creare un mondo stabile in un luogo mutevole e, quella che al principio era una lotta, si trasformò in una casa sicura in cui vivere. Nonostante i suoi limiti, Nash ottenne un posto come professore del MIT e, allo stesso tempo, recuperò la genialità che il suo problema mentale aveva troncato.

John Forbes Nash imparò a vivere con la schizofrenia per tutta la sua vita, applicando una regola secondo la quale “ogni problema ha una soluzione”. Forse non è valida per tutti coloro che sono affetti da un disturbo mentale, ma sicuramente c’è il modo per inserirla nella nostra vita.

Vivere sapendo che la maggior parte del dolore che avvertiamo è inevitabile dovrebbe essere una premessa presente nella mente di tutti. Sicuramente, John ci ha mostrato qual è il trucco per godersi la vita: accettare, lasciar andare e agire.

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La schizofrenia si può curare oppure no?

A volte, ciò di cui una persona ha bisogno non è una mente brillante che gli parli, bensì un cuore paziente che lo ascolti.

Secondo il giornalista e ricercatore Robert Whitaker, per molto tempo in Lapponia Occidentale (Finlandia) c’è stato il tasso più alto di schizofrenia. Per darvi un’idea, lì vivono più o meno 70.000 persone e, nel decennio dei ’70, ogni anno emergevano più di 25 nuovi casi di schizofrenia: il doppio o triplo rispetto al resto della Finlandia e dell’Europa.

Nel 1969, l’esperto in schizofrenia Yrjo Alanen fece il suo ingresso nell’ospedale psichiatrico di Turku (Finlandia). In quel momento, erano pochi gli psichiatri che vedevano nella psicoterapia una possibilità per guarire dalla psicosi.

Tuttavia, Alanen sosteneva che le allucinazioni e i deliri paranoici dei pazienti schizofrenici, se analizzati con molta precisione, contenessero storie sensate.

Così, i professionisti dell’ospedale cominciarono ad impegnarsi sul lavoro di ascolto dei pazienti e delle loro famiglie. Crearono una nuova modalità di trattamento che prese il nome di “Terapia adeguata alle necessità del paziente”. Considerarono il fatto che ogni paziente rappresentava un mondo a sé stante e lavorarono duramente per realizzare un trattamento specifico per ogni caso.

Alcuni pazienti avevano bisogno di essere ospedalizzati, ma altri no; inoltre certi pazienti potevano permettersi di ingerire dosi limitate di medicinali psichiatrici (come ansiolitici o antipsicotici) e altri no.

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In questo modo, i medici in questione personalizzavano e lavoravano in modo minuzioso ogni caso, consapevoli delle necessità di ogni individuo e di ogni famiglia. Le decisioni riguardanti i trattamenti da adottare venivano prese in équipe, soppesando ogni singola opinione degli esperti presenti.

Le sessioni terapeutiche non erano volte a ridurre i sintomi psicotici, bensì focalizzavano l’attenzione sui precedenti successi dei pazienti, fortificando così la loro capacità di autocontrollo. In questo modo, il paziente non perdeva la speranza di essere come tutti gli altri, di avere una vita normale e di vivere in una condizione diversa dall’isolamento.

Negli ultimi anni, la terapia denominata “di dialogo aperto” ha trasformato le statistiche riguardanti la presenza di psicopatia nella popolazione della Lapponia Occidentale. Il costo dei servizi psichiatrici della regione si ridusse drasticamente e, attualmente, è il settore con meno spese in salute mentale di tutta la Finlandia.

Mentre prima si riscontravano 25 nuovi casi di schizofrenia all’anno, oggigiorno se ne individuano 2 o 3 nello stesso lasso di tempo. È evidente, dunque, che esistono metodi alternativi: ci sono trattamenti di altro tipo, oltre a quelli che vengono somministrati tradizionalmente, adatti alle persone affette da schizofrenia o da altre psicosi, che possono garantire loro una vita diversa.

I pazienti vengono frequentemente costretti a terapie farmacologiche aggressive o all’elettroshock; inoltre, molto probabilmente, gli sguardi esterni rivolti verso di loro sono colmi di pena, timore e rifiuto. Questi due fattori sono sufficienti perché il fallimento sia assicurato.

È per questo che è necessario ricordare che esistono metodi migliori di agire. Se la società li farà costantemente sentire come dei malati, non si permettà loro di vedere la luce alla fine del tunnel, che in realtà esiste per tutti.