Hollywood: un altro passato, un nuovo presente

02 settembre, 2020
"Hollywood" è una di quelle serie capaci che dividono la critica. Non bisogna però dimenticare che si tratta semplicemente di una reinterpretazione. La sua rivendicazione risiede in una poetica giustizia che rielabora i ruoli dell'epoca d'oro del cinema.

In soli 7 episodi, Hollywood è riuscita a riscrivere il passato. La serie Netflix di Ian Brennan e Ryan Murphy ha diviso decisamente la critica: si ama o si odia. Per molti critici, è rimasta in superficie, illudendosi di riscrivere un’epoca segnata dal glamour e dalle disuguaglianze.

Hollywood ci riporta all’epoca in cui il cinema era luci e scintillii, nonché l’unica forma di svago. Ci invita a fare un viaggio negli anni ’40 e ’50, nella città in cui i sogni sembravano fatti di celluloide e le stelle del cinema erano divinità.

Ma dietro una parvenza divina, si agitavano storie torbide. La serie mostra un mondo crudele, effimero e ingiusto per immaginare, infine, come sarebbero oggi gli Oscar se si potesse riscrivere il passato. Nella città dei sogni basta chiudere gli occhi e immaginare.

Palinsesto: verità e finzione

Quando diciamo che Hollywood è una riscrittura, intendiamo dire che scrive una nuova storia su uno sfondo reale. In questo senso, il concetto che più gli si avvicina è quello del palinsesto. Un palinsesto non è altro che un manoscritto che è stato raschiato per poterci riscrivere sopra pur conservando alcune tracce della scrittura precedente.

In realtà, ogni storia ispirata a fatti reali è paragonabile a un palinsesto perché, sebbene abbia una base di realtà, dà spazio alla finzione e all’immaginazione. Nel caso di Hollywood, emerge nitida la sensazione dell’epoca che si vuole riscrivere, un’epoca in cui un bel viso e l’aspetto fisico contavano più della qualità interpretativa. Riconosciamo quindi alcuni personaggi noti, come Rock Hudson o Vivien Leigh, ma la maggior parte di quello che vediamo sullo schermo è pura finzione.

Hollywood e FEUD

Chi segue Ryan Murphy saprà perfettamente che lo sceneggiatore è un fan sfegatato degli anni d’oro di Hollywood e, soprattutto, di Bette Davis. Nel 2017 ha portato sullo schermo una delle rivalità più celebri del mondo della celluloide con la serie FEUD: Bette and Joan.

Sarà forse per questo motivo che spettatori e critici si aspettavano di assistere a una critica caustica del momento storico trattato e dell’industria cinematografica. FEUD ricreava ambientazioni e dive, ma puntava il dito sui principali colpevoli dell’inimicizia tra Bette Davis e Joan Crawford, emettendo un duro verdetto nei confronti dell’industria.

La serie Hollywood, invece, non è così. La storia può essere riscritta in molti modi, può seguire diversi percorsi della realtà o addirittura reinventare tutto da zero. In questo senso, ci ricorda il recente C’era una volta a… Hollywood di Quentin Tarantino. E non per un’analogia tematica o per il periodo storico, ma perché parte da una realtà tragica a cui dà un finale da favola.

Hollywood altro non è che una favola, anche se non dimentica la critica; ma è una critica meno diretta che risiede soprattutto nella riscrittura. La si avverte proprio in quel trasformare il passato, in quella giustizia poetica che cambia il nostro presente. Nonostante le opinioni contrastanti, la serie ha raccolto il generale consenso di pubblico e critica per l’ambientazione e la sceneggiatura.

Coppia abbracciata della serie Hollywood.

E se…

“E se…” Questo è Hollywood. Se le cose fossero andate diversamente, se l’omosessualità non fosse stata un problema, se le stelle del cinema avessero potuto vivere la loro vita senza preoccuparsi delle conseguenze, se il razzismo non fosse esistito…

Forse per lo spettatore di oggi, il cinema non è più una meta irraggiungibile e la vita dei divi non è l’idealizzazione assoluta. Nell’era dell’immediatezza, sappiamo bene che i nostri idoli non sono perfetti. Siamo incoraggiati a parlare delle nostre imperfezioni (che siano fisiche o mentali). Negli anni ’50, tuttavia, il cinema era probabilmente la più grande forma di intrattenimento e la fabbrica dei canoni per eccellenza.

Le star erano sempre sotto i riflettori ed erano obbligate a nascondere il proprio orientamento sessuale. È vero che i canoni di bellezza lasciano ancora poco spazio di deviazione, ma adesso assistiamo a continui cambiamenti che confondono i modelli sotto i nostri occhi.

Hollywood ricrea così un passato in cui tutto era tutto occulto e in cui le pari opportunità erano solo un sogno che non trovava spazio sulla celluloide. La serie ce lo ricorda intrecciando tante storie.

Per esempio, quella di un giovane che, come molti altri, sente di avere un’occasione nella fabbrica dei sogni. Questo giovane è Jack, veterano di guerra la cui moglie aspetta due gemelli. Non è un quadretto idilliaco, ma piuttosto una storia in cui i problemi economici intralciano il sogno di diventare una celebrità.

Un palinsesto nel palinsesto

Tra arpie, agenti che credono di essere proprietari dei loro clienti e donne che vivono all’ombra dei mariti, i protagonisti della miniserie si trovano a lottare per un progetto molto lontano dai canoni  dell’industria di Hollywood.

Questo progetto è Peg, in seguito Meg, film scritto da un afroamericano. Come Hollywood, anche Meg è un palinsesto che riscrive la vera storia di Peg Entwistle, donna che, frustrata nella sua possibilità di fare carriera, si è suicidata lanciandosi nel vuoto dalla lettera H dell’iconica scritta di Hollywood.

È, in altre parole, un progetto che rivendica gli standard del settore e che mostra il lato più oscuro di Hollywood. A questo occorre aggiungere il fatto che la protagonista è un’attrice di colore, Camille, costretta fino ad allora a vestire i panni della cameriera.

È un argomento che emerge spesso nella serie, con rimandi diretti e indiretti all’iconico Via col vento. Gli attori di colore non avevano altra possibilità che interpretare il ruolo degli schiavi, oltretutto in modo grottesco e caricaturale.

Hollywood: giustizia poetica

Hollywood è una bella favola, ma rende giustizia poetica. Punisce la cattiveria di un’epoca e riscrive una storia che premia  giustizia e uguaglianza. Rock Hudson può finalmente vivere la sua vita alla luce del sole, un’attrice nera riceve l’Oscar come migliore protagonista e una donna è a capo di uno studio prestigioso.

Mette sul tavolo la questione razziale, esasperandola con la figura di Raymond, giovane cineasta di origini asiatiche, ma che dell’asiatico non ha l’aspetto. Proprio questo gli permetterà di godere di certi privilegi negati ad altri personaggi dai connotati orientali.

Per quanto riguarda la prostituzione, sappiamo bene che riguarda anche gli attori e le attrici. La questione è trattata con ironia e leggerezza, lasciando i toni più gravi e drammatici alla prostituzione femminile.

Scena di prostituzione nella serie Hollywood.

In questo senso, Hollywood può apparire frivola nel suo tratteggiare in modo edulcorato la prostituzione maschile. È pur vero che sebbene rifugga gli estremi del tragico e del comico, ne parla apertamente. Riscrive, cioè, i ruoli scoprendo la realtà dei molti divi del cinema che si sono prostituiti per raggiungere la vetta.

Hollywood, una favola che non disdegna la critica

E allora vediamo Jim Parsons, ben lontano dallo Sheldon Cooper che tutti conosciamo, nei panni di un personaggio che, oltre ad avere spessore storico, ci ricorda terribilmente Harvey Weinstein.

La sua critica, alla fine, trasmette il messaggio per cui solo lottando si può cambiare il presente e il futuro. Se negli anni 50 un gruppo di artisti avesse portato avanti un progetto come Meg, forse anche il nostro presente sarebbe diverso.

Può piacere oppure no, ma la verità è che Hollywood ci ricorda che la lotta non è finita, che c’è ancora molto da fare e che la sete di uguaglianza non deve mai estinguersi. Si tratta, di fatto, dell’unica strada percorribile per garantire pari opportunità a tutti.