La creatività si impara

· 23 maggio 2015

L’uomo nasce creativo, ma la società lo obbliga a smettere di esserlo. La creatività crea disordine, mette in discussione quanto è già stabilito. È una sorta di caos allegro senza ritmo definito, per questo rappresenta un pericolo che fa saltare tutti gli allarmi: la creatività fa barcollare la certezza di ciò che siamo abituati a considerare come “ragionevole”.

La creatività, l’assurdo e la pazzia sono generi della stessa specie: il pensiero divergente. Per questo l’educazione tradizionale ritiene che si tratti di un argomento da reprimere in maggiore o minor misura. Il bambino dice: “La luna mi ha appena sorriso” e l’adulto ben informato risponde: “No, tesoro. La luna è un satellite che gira attorno alla Terra e non può sorriderti”.

Di certo, “educare” è un compito che non sembra includere anche quello di “insegnare a creare”. Al contrario, si cerca di inculcare le conoscenze acquisite, una base a partire dalla quale, poi, si produrrà la creazione. Sempre su questa base, e non fuori da essa. Questo, in definitiva, non permette di sviluppare un pensiero creativo.

Le intelligenze e la creazione

C’è più interesse a capire “quanto” una persona è intelligente, piuttosto che verificare che tipo di intelligenza possiede. Al sistema educativo non importa molto la seconda questione. Si focalizza solamente sulla formazione di persone che possano raccogliere e operare su un insieme di informazioni date, nel modo più giusto possibile. Ha uno spirito industriale e l’obiettivo principale è quello di produrre individui di stirpe tecnocratica.

In questo ambiente la creatività si riduce a un mero esercizio di innovazione, che ha sempre dei limiti precisi. Ci sono applausi per chi, ad esempio, presenta un simpatico robot alla feria delle scienze. “Sarai un grande ingegnere”, gli dicono. Invece viene rimproverato quello che ha cercato di sviluppare quattro o cinque idee senza risultato. “Il mondo ha bisogno di operai”, dicono a bassa voce i suoi maestri.

Sembrerebbe che nel mondo ci sia posto per un solo modo di essere intelligenti. L’intelligenza che risulta “utile” alla produzione così come è stabilita. Quella che si adatta senza problemi al pensiero tecnico o scientifico. Il talento in altri ambiti, come le arti, per esempio, è stato dominato da questo modo di vedere le cose. Ci sono curatori che sottopongono la vostra opera ad un’attenta analisi per stabilire se ha valore o meno. Ci sono critici letterari che vi consacrano o vi bandiscono dal panorama letterario. Il potere. Sempre il potere.

La creatività e le emozioni

Cosa ne sarà del genio e di quello che, invece, non va bene a scuola? Ognuno si è relazionato in modo diverso al potere. Le pacche sulle spalle e l’approvazione di tutta la società daranno al primo una sicurezza solida; la sua intelligenza convergente gli consacra un posto definito nel mondo del successo.

Al secondo capita tutto l’opposto. Ha un’intelligenza divergente, pensa in altri termini, i suoi ragionamenti e le sue elucubrazioni seguono un altro ritmo e la sua resistenza al modo di essere e di fare a scuola proviene da altri vuoti che l'”educazione” non ha mai tenuto in considerazione. Chi può dire quante scoperte può aver fatto nei suoi errori e nelle sue assurdità? È stato colpito dalla censura sociale e ne è rimasto intrappolato.

C’è la brutta abitudine di separare la realtà in scomparti, per renderla, apparentemente, più comprensibile. Vi dicono che siete “emotivi” o che avete una “mente lucida”, come se le emozioni e l’intelligenza fossero frutti di alberi diversi. Lì dove sentiamo, è anche dove nascono i nostri pensieri. E viceversa.

Per questo la disapprovazione o il rimprovero dell’intelletto presto possono trasformarsi in stupore, paura o blocco. “Non so cosa dire quando mi fanno domande”, dicono quei meravigliosi e spaventati ribelli per spiegare il loro “insuccesso” scolastico.

Ecco perché gli esperti ritengono che la creatività è qualcosa che si impara. Nella maniera più paradossale: disimparando la storia educativa dove non c’era posto per il maestro più grande dell’intelligenza umana: l’errore.

Immagine per gentile concessione di maxim ibragimov.