Linguaggio della depressione: quando l’angoscia guadagna voce e senso

· 12 ottobre 2018

Il linguaggio della depressione ha voce e ci condiziona. L’angoscia, l’apatia e lo sconforto impregnano le parole che scegliamo, alterano il nostro lessico, deformano i nostri modelli grammaticali e persino la lunghezza delle frasi che pronunciamo. È tutto più breve, oscuro e impregnato di questa profonda amarezza che confonde del tutto la nostra realtà.

La depressione dà segni della sua esistenza e si affaccia alla finestra della nostra vita in modi molto diversi. Tuttavia, il suo principale e più feroce stratagemma consiste nel deformare tutto: il nostro comportamento, la nostra motivazione, le nostre abitudini di vita, i nostri pensieri, il nostro linguaggio… Quindi, talvolta, lungi dal reagire, finiamo per accettare la sua cupa presenza, integrandola come fosse un’ulteriore parte del nostro essere.

“La depressione è una prigione in cui siamo sia il prigioniero che il crudele carceriere.”

-Dorthy Rowe-

Alcune persone arrivano a “normalizzare” questi stati di impotenza; uomini e donne che compiono a stento i loro compiti e le loro responsabilità, senza che i loro cari intuiscano la presenza di quest’ombra, l’importanza della depressione.

A tal proposito, sono state sviluppate nuove tecnologie grazie alle quali identificare, mediante la rete, i modelli linguistici relazionati a questa malattia. I risultati ci mostrano ancora una volta l’elevata incidenza di questo disturbo.

La University of Texas di Austin, per esempio, ha condotto uno studio con il quale ha rilevato le caratteristiche depressive nelle interazioni sui social network e sulle piattaforme online. I nostri adolescenti, per esempio, sono spesso abituati a usare questi mezzi come scenari nei quali sfogarsi e comunicare, ed è sorprendente che si ritrovino sovente chiari segni di determinati disturbi psicologici, che non vengono trattati semplicemente perché non sono ancora stati identificati.

Ricordiamo che la depressione lascia un’impronta, degli indizi e si manifesta attraverso il nostro stile comunicativo.

Ragazza triste con libro in mano

Il linguaggio della depressione: come riconoscerlo?

Il linguaggio della depressione fa parte della nostra cultura. Questa frase, che può senza dubbio attirare la nostra attenzione, si concretizza in modo più che evidente. Alcune canzoni sono il riflesso emotivo di un autore che sta attraversando una fase della vita complessa e oscura. Tuttavia, le adoriamo, ci incantano: sono le canzoni e le storie tristi. Potremmo citare come esempi Curt Cobain o Amy Winehouse.

Lo vediamo anche nel mondo della recitazione, in quello della letteratura e della poesia. Sylvia Plath, rinomata poetessa, era solita dire che “Morire è un’arte, come ogni altra cosa. Io lo faccio in modo eccezionale”. Virginia Woolf, da parte sua, lasciava segnali più che evidenti e talvolta crudi in gran parte dei suoi libri, come Le onde La signora Dalloway. 

In alcuni casi, come vediamo, i disturbi mentali invocano questo genio creativo che sorge quasi come un tratto demoniaco. Lì dove il successo, il riconoscimento o la maestria creativa sono soliti riscattarsi con la stessa vita dell’autore. Epiloghi tristi e disperati che si intuivano, che si sentivano arrivare, perché il linguaggio della depressione è amaro, ha sfumature sorprendenti ed è lo specchio di questo agitato mondo interiore.

Vediamo come riconoscerlo.

Contenuto e stile del linguaggio

All’inizio di quest’anno uno studio pubblicato sulla rivista Clinical Psychological Science ci ha rivelato un modo per riconoscere la depressione mediante il linguaggio. E non ci riferiamo solo alla comunicazione orale; come abbiamo già detto, disponiamo di una serie di sistemi informatici per rilevare determinati disturbi mediante i social network e le piattaforme online.

In merito al linguaggio della depressione, la prima cosa che attira l’attenzione è il contenuto. Abbondano le emozioni negative, le idee catastrofiche, la disperazione e parole come “solitudine”, “tristezza, “paura”.

D’altra parte, sono comuni le espressioni assolutiste, tipo “non c’è soluzione”, “non ho alcuna speranza”, “non c’è un domani”, “sono sempre solo”, “nessuno mi capisce”.

Gli esperti associano queste espressioni a persone che presentano idee suicide.

Uomo triste con mano sul volto e occhi chiusi

L’uso dei pronomi

Il linguaggio della depressione è solito fare uso di un pronome quasi in via esclusiva: “io”. Il mondo, nella mente depressa, è diventato minuscolo, ridotto e opprimente. In questo piccolo territorio di sofferenza vi è solo la persona, questo “io” che non riesce a legare con nessuno, che è incapace di vedere le prospettive altrui, che non può provare empatia, relativizzare, aprirsi ad altri mondi, venti e correnti più ottimiste.

L’uso costante di questi tempi verbali in prima persona è un ulteriore riflesso delle emozioni negative che stanno boicottando del tutto i loro protagonisti.

Il ciclo della ruminazione

Il linguaggio è il riflesso del nostro pensiero e del nostro stato d’animo. Pertanto, quando la depressione ha conquistato ogni spazio mentale, è comune che si verifichi la ruminazione, con il suo ciclo irrefrenabile di pensieri ossessivi. Quest’abitudine persistente è come l’acqua stagnante. Non si rinnova mai, è lo stesso torrente che vortica dentro di noi, smuovendo gli stessi batteri e gli stessi microrganismi fino a farci ammalare.

È pertanto comune che la persona depressa abbia sempre le stesse conversazioni, le stesse idee negative,gli stessi dubbi e le stesse ossessioni. Non serve a niente chiederle di trattenersi, di cambiare discorso o di pensare a qualcos’altro. Non può.

Donna vestita di bianco sorretta da uccelli

Essere capaci di intuire se un nostro familiare o un nostro amico è depresso sin dai primi segnali inviati tramite il linguaggio della depressione, potremmo favorire un rapido intervento e guarigione. È un fattore di enorme rilievo, soprattutto se volgiamo lo sguardo sulla popolazione più giovane: bambini e adolescenti.

C’è chi confonde determinati comportamenti o stili di comunicazione con la crisi propria dell’adolescenza. Tuttavia, queste dinamiche ed espressioni non riflettono un tipo di personalità: spesso evidenziano un disturbo psicologico. Dobbiamo imparare a riconoscerlo per rispondere meglio. Per prevenire con maggiore sicurezza una malattia che ha un’incidenza sempre maggiore.