Quella voce che alcuni chiamano coscienza

· 7 giugno 2016

Siamo soliti definire voce della coscienza quella parte di noi stessi che agisce da guardiano della morale e controlla ciò che pensiamo, sentiamo o facciamo. È come un alter-ego che ci fornisce un continuo dialogo interno e, in questo dialogo, ci avverte, ci sgrida o addirittura ci castiga. Quella voce è lì per indurci, quasi sempre, sensi di colpa.

La voce della coscienza è l’espressione della autorità dentro di noi. E questa fonte di autorità ci è stata inculcata e viene quasi sempre identificata con i nostri genitori, con un dio, con la nostra religione o con qualsiasi altra forma di potere che definisca le regole di comportamento che seguiamo.

“La coscienza ci fa scoprire, denunciare o accusare noi stessi. E, in mancanza di testimoni, ci dichiara sempre colpevoli.”

-Michel de Montaigne-

La “voce della coscienza” ci parla di morale e di buona condotta. Sembra essere un vero e proprio giudice, perché ha il compito di accusarci e, in alcuni casi, può arrivare a essere estremamente insidiosa. Di fatto, ci sono persone che sentono quasi fisicamente quella voce, come fosse un sussurro all’orecchio che non smette mai di puntare il dito, minacciare e aggredire chi l’ascolta.

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La coscienza morale e i pregiudizi

Tutti noi ci trasformiamo in persone in grado di vivere in modo civile in una società, perché qualcuno ci ha insegnato che cosa non possiamo dire, non possiamo fare, non possiamo toccare. Per poter convivere con gli altri, dobbiamo rinunciare ad agire seguendo le nostre voglie. Dobbiamo abbandonare alcuni dei nostri desideri, in nome di un sano adattamento alle regole su cui si regge il nostro mondo.

Sin da piccoli ci inculcano anche un “regolamento” di coscienza morale, in cui ci sono due sezioni separate da una spessa linea rossa: ciò che è bene e ciò che è male. In generale, i genitori o gli educatori hanno il compito di trasmetterci una morale che è già stata stabilita da un’autorità più alta. Così, impariamo a distinguere il bene dal male seguendo i principi di una religione, cultura o di qualsiasi altro credo che regga una società.

Molti di questi principi e valori non sono ragionevoli, soprattutto se hanno un carattere assoluto e vengono imposti in modo poco flessibile. A volte, inoltre, si basano su pregiudizi, paure insane o desideri inconfessabili.

Alcuni, per esempio, ci insegnano che la discriminazione razziale è positiva, perché protegge la “purezza” di un determinato gruppo etnico. Ad altri viene detto che la masturbazione è un peccato che può farli impazzire. In entrambi questi esempi, si tratta di credenze irrazionali, ma certe ideologie vengono inculcate come se fossero vere.

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La rigidità morale e l’arbitrarietà

In generale, la coscienza morale viene trasmessa in modo arbitrario. Inizialmente, i genitori e il mondo considerano che sia un loro dovere aiutare i bambini ad accettare i principi morali della società. Non c’è bisogno che ne siano davvero coscienti, ma che obbediscano a certe regole. Per questo motivo, per molte persone, “educazione” equivale solo ad “obbedienza”.

In alcune famiglie e società, specialmente in quelle che vogliono trasmettere regole di comportamento che cozzano con la razionalità, vige il principio della denuncia, della minaccia e del castigo per riuscire a inculcare alle persone il rispetto delle regole.

È ciò che accade nelle culture in cui, per esempio, c’è una forte discriminazione contro le donne. Le regole di comportamento per loro sono molto rigide e consistono quasi totalmente in un insieme di divieti. È in questo modo che si arriva ad accettare pratiche come l’infibulazione o la violenza fisica da parte degli uomini. Tutto ciò può essere inculcato solo tramite divieti e castighi che evitino che le persone si ribellino.

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Morale, moralismo o etica?

Tutte le regole morali hanno dentro di sé una sorta di irrazionalità. Molte di queste regole cercano di tenere sotto controllo il comportamento sessuale, per esempio, o la relazione tra gli individui e il potere. E così, per molti l’infanzia diventa una sorta di epoca di “indottrinamento”, in cui si cerca di abbattere la volontà dell’individuo perché non sviluppi comportamenti deviati dalla norma.

Molte persone interiorizzano profondamente queste regole e nella vita adulta sono facili vittime del senso di colpa. Arrivano a sentirsi in colpa persino se passa loro per la testa di mettere in discussione i principi sotto i quali sono stati educati.

Si sentono “cattivi” se mettono in dubbio il comportamento dei loro genitori o la validità concettuale di una religione. La “voce della coscienza” diventa così un aguzzino che li perseguita e li turba, li tiene sempre sotto controllo e li porta a castigarsi severamente se non obbediscono alle regole.

Tuttavia, uno dei compiti di un adulto sano dovrebbe proprio essere quello di liberarsi da quei valori, o “anti-valori”, a cui è stato educato e costruirsi una propria etica. A differenza della morale, l’etica è una costruzione personale, molto meno rigida e basata su una valutazione più oggettiva di se stessi e del mondo, illuminata dalla razionalità.

L’etica giustifica le azioni tramite ragionamenti logici di convenienza personale e sociale. Al contrario, la morale è spesso basata su pregiudizi, vale a dire su argomenti che terminano in modo arbitrario, con frasi del tipo “perché dev’essere così”, “perché in un’altra vita verrai punito”, “perché è così che si fa”. Abbiamo tutti bisogno di più etica e meno moralismo se vogliamo convivere in modo sano ed equilibrato.