Due racconti buddisti che affascineranno i vostri bambini

14 novembre 2016 in Curiosità 10 Condivisi

I bambini portano dentro di sé quella spiritualità e quella felicità interna che in molti desiderano ottenere da adulti. Con il trascorrere degli anni, perdiamo la naturale capacità di sviluppare quella pace interiore che ci permette di essere a nostro agio con noi stessi e con il mondo che ci circonda.

Come società, inoltre, tendiamo a disconnettere i bambini da se stessi, diciamo loro di non piangere anche se si sono fatti male, di non urlare, di non giocare, di non fare caso a ciò che dice il loro cuore, bensì a ciò che l’ambiente che li circonda considera più opportuno.

Si è sempre più consapevoli di questo errore, il che nutre il nostro interesse per un’educazione che permetta ai nostri bambini di crescere sani e coscienti di se stessi. Per riuscirci, possiamo usare uno strumento molto potente: i racconti.

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Anche l’avvento del buddismo e della saggezza orientale nel nostro mondo sta aiutando a migliorare un modo di pensare che si adatta meglio agli obiettivi che ci proponiamo. Per questo motivo, in questo articolo vogliamo presentarvi alcuni racconti buddisti con i quali affascinare i vostri bambini e che li aiuteranno ad avvicinarsi agli insegnamenti buddisti.

Siddharta e il cigno

Molto tempo fa, in India, vivevano un Re e una Regina. Un bel giorno, la Regina ebbe un bambino che decisero di chiamare Principe Siddharta. Il Re e la Regina erano molto felici e invitarono un vecchio saggio perché visitasse il loro regno e predicesse il futuro del bambino.

“Per favore, dicci”, disse la Regina al vecchio saggio, “chi sarà da grande il nostro bambino?”.

“Vostro figlio sarà un bambino speciale”, le disse il saggio. “Un giorno diventerà un grande re”.

“Che bello!”, disse il Re. “Sarà un re, proprio, come me”.

“Tuttavia”, aggiunse il saggio, “quando sarà grande, è possibile che voglia lasciare il palazzo per aiutare le persone”.

“Non farà mai una cosa del genere!”, urlò il Re, mentre stringeva forte il figlio. “Lui sarà un grande re!”.

Il Re trascorse i suoi giorni a osservare il Principino. Si assicurò che il figlio ricevesse sempre il meglio. Voleva che Siddharta scoprisse quanto fosse bella la vita di un principe. Voleva che diventasse un re. Il giorno del settimo compleanno del Principe, il Re lo mandò a chiamare e gli disse:

“Siddharta, un giorno sarai tu il re e quindi è arrivato il momento di iniziare a prepararsi. Ci sono molte cose che devi imparare, quindi ecco tutti i migliori professori che esistono al mondo. Loro ti insegneranno tutto ciò che devi sapere”.

“Darò il meglio di me, padre”, rispose il Principe.

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Così, Siddharta iniziò le sue lezioni. Non imparò a leggere e a scrivere, ma apprese come montare a cavallo. Imparò a maneggiare l’arco e le frecce, come lottare e come usare la spada. Queste sono le abilità di cui ha bisogno un grande re. Siddharta imparò bene tutte le proprie lezioni, proprio come fece anche suo cugino, Devadatta, che aveva la stessa età del Principe. Il Re non perdeva mai di vista il proprio figlio.

“Quanto è forte il Principe! Quanto è intelligente, impara tutto molto in fretta. Sarà un re grande e famoso!”

Quando il Principe Siddharta terminava le sue lezioni, si divertiva a giocare nei giardini del palazzo, dove vivevano tantissimi tipi di animali: scoiattoli, conigli, uccelli e cervi. A Siddharta piaceva osservarli. Poteva sedersi e guardarli in modo così silenzioso, che agli animali non dava fastidio stare accanto a lui. A Siddharta piaceva molto anche giocare vicino al lago e ogni anno una coppia di bellissimi cigni bianchi faceva il nido lì vicino. Lui li osservava da dietro i giunchi. Voleva sapere quante uova ci fossero nel nido, perché gli piaceva vedere come imparavano a nuotare i pulcini.

Un pomeriggio, Siddharta si trovava in prossimità del lago quando, all’improvviso, sentì un suono provenire da sopra la sua testa. Guardò in su e vide tre splendidi cigni che volavano alti nel cielo. “Altri cigni”, pensò Siddharta. “Spero proprio che si posino nel nostro lago”. Eppure, proprio in quel momento, uno dei cigni cadde dal cielo. “Oh no!”, urlò il Principe, mentre correva verso il luogo in cui era precipitato il cigno.

“Che cosa è successo? Oh, hai una freccia nell’ala!”, disse. “Qualcuno ti ha ferito”. Siddharta parlò all’animale con voce molto leggera per non spaventarlo e poi iniziò ad accarezzarlo dolcemente. Molo delicatamente, tolse la freccia e poi si tolse la camicia per fasciare con attenzione la ferita del cigno. “Guarirai subito”, lo rassicurò. “Io tornerò tra poco a vedere come stai”.

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Proprio in quel momento, arrivò di corsa suo cugino Devadatta. “Quello è il mio cigno!”, urlò. “L’ho colpito io, dammelo”. “Non ti appartiene”, gli rispose Siddharta. “È un cigno selvatico”. “Io l’ho colpito con la mia freccia, quindi è mio. Dammelo subito!”. “NO!”, rispose Siddharta. “È ferito e bisogna aiutarlo”.

I due cugini cominciarono a litigare. “Adesso basta”, disse Siddharta. “Nel nostro regno se due persone non riescono a raggiungere un accordo, chiedono aiuto al Re. Andiamo subito da lui”. I due bambini andarono di corsa a cercare il Re. Quando arrivarono a palazzo, erano tutti molto occupati. “Che cosa fate qui, voi due?”, domandò uno dei ministri del Re. “Non vedete quanto siamo occupati? Andate a giocare da un’altra parte”. “Non siamo venuti a giocare”, gli rispose Siddharta. “Siamo qui per chiedere l’aiuto del Re”.

“Aspettate!”, disse il Re quando sentì che cosa aveva detto il figlio. “Fateli restare, hanno il diritto di consultarci”. Era molto orgoglioso del fatto che Siddharta sapesse come comportarsi. “Lasciate che i ragazzi ci raccontino la loro storia. Noi li ascolteremo e poi daremo il nostro giudizio”.

Il primo a raccontare la sua versione dei fatti fu Devadatta. “Io ho ferito il cigno, quindi mi appartiene”. Tutti i ministri annuirono con la testa. In fondo, così diceva la legge del regno. Un animale o un uccello appartenevano alla persona che lo aveva ferito. A quel punto, Siddharta narrò la sua storia. “Il cigno non è morto”, disse. “È ferito, ma è ancora vivo”.
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I ministri restarono perplessi. A chi apparteneva, quindi, il cigno? “Forse posso aiutarvi io”, disse una voce alle loro spalle. Un uomo anziano entrò dalla porta del palazzo. “Se questo cigno potesse parlare”, disse l’anziano signore, “ci direbbe che vuole volare e nuotare con gli altri cigni selvatici. Nessuno di noi vuole provare il dolore o la morte. E lo stesso vuole il cigno. Il cigno non andrà certo con la persona che voleva ucciderlo. Andrà da chi ha voluto aiutarlo”.

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Durante tutto il suo discorso, Devadatta restò in silenzio. Non aveva mai riflettuto sul fatto che anche gli animali potessero avere dei sentimenti. Fu allora che gli dispiacque immensamente di aver ferito il cigno. “Devadatta, puoi aiutarmi a prendermi cura del cigno se vuoi”, gli disse Siddharta.

Il Principe si prese cura del cigno fino a quando la sua ala non guarì del tutto. Una volta guarito, lo portò al fiume. “È arrivato il momento di separarci”, disse il Principe. Siddharta e Devadatta osservarono il cigno nuotare verso le acque più profonde. In quel momento, sentirono un fruscio di ali sopra di loro. “Guarda!”, esclamò Devadatta. “Gli altri cigni sono tornati per lui”. Allora il cigno volò alto nel cielo e si riunì ai suoi amici, che sorvolarono il lago tutti insieme per un’ultima volta. “Ci stanno ringraziando”, disse Siddharta, mentre i cigni scomparivano oltre le montagne del nord.

La saggezza dei tre corvi

Nella vita di qualsiasi creatura arriva un giorno in cui matura ed entra a far parte della comunità degli adulti. In questo caso, i corvi non sono certo un’eccezione. Un giorno, tre giovani corvi stavano per sottoporsi ad una prova preparata dagli anziani per capire se i più giovani erano abbastanza maturi da iniziare a volare con gli adulti. Il capo del loro clan domandò al primo corvo:

“Secondo te, cos’è la cosa che i corvi devono temere di più al mondo?”

Il giovane corvo ci pensò su e poi rispose “La cosa più spaventosa di questo mondo sono le frecce, perché possono uccidere un corvo in un colpo solo”. Quando gli anziani udirono queste parole, concordarono tutti che si trattava di una risposta molto valida. Alzarono le ali e urlarono di gioia. “Hai proprio ragione”, disse il capo dei corvi. “Ti diamo il benvenuto nella nostra comunità”. A questo punto, il capo domandò al secondo corvo giovane:

“E secondo te, cos’è la cosa che i corvi devono temere di più?”

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“Io credo che un buon tiratore d’arco sia più pericoloso che una freccia”, disse il giovane corvo, “perché solo un tiratore esperto può mirare al proprio bersaglio e colpirlo. Senza il tiratore, la freccia non è altro che un pezzo di legno, come il ramo su cui siamo seduti adesso”. Allora, i corvi anziani decisero che questa era la risposta più intelligente che avessero mai udito. I genitori del giovane corvo urlavano dalla gioia e guardavano il figlio pieni di orgoglio. “Parli con molta intelligenza,” disse il capo dei corvi. “Siamo molto contenti di poterti accogliere nella nostra comunità”. Dopodiché, chiese al terzo corvo giovane:

“E tu? Quale credi che sia la cosa che i corvi devono temere di più?”

“Nessuna di queste due cose!”, rispose il giovane uccello. “Ciò di cui dovremmo avere più paura è un tiratore novello”. Che risposta strana! I corvi anziani erano confusi e si sentivano in imbarazzo. La maggior parte di loro pensava che questo corvo ancora non fosse abbastanza saggio da capire la domanda. Allora, il capo dei corvi gli domandò: “Che cosa vuoi dire?”

“Il secondo dei miei compagni aveva ragione: senza un tiratore, non c’è motivo di temere una freccia. Eppure, la freccia di un tiratore esperto andrà sempre dove lui vuole che vada. Quindi, se sentiamo il rumore dello scocco dell’arco, ci basta spostarci a destra o a sinistra per evitare la freccia. Ma non sapremmo mai dove va la freccia di un tiratore novello. Anche se ci spostiamo, ci sono le stesse probabilità che la freccia ci colpisca. Non sappiamo cosa è meglio se spostarci o rimanere immobili”.

Quando gli altri corvi ascoltarono la sua spiegazione, capirono che questo giovane corvo custodiva una saggezza autentica, perché poteva vedere oltre le cose. Parlavano di lui con rispetto e ammirazione e poco tempo dopo, gli chiesero di diventare il nuovo capo del gruppo.

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