Genitori e figli: le conseguenze dell’abbandono di un genitore

· 30 ottobre 2016

L’abbandono di un genitore provoca un enorme vuoto emotivo in un figlio. Questo buco gigantesco finisce per isolare e deprimere e distrugge la stabilità emotiva dell’intera realtà dei ragazzi.

Grazie agli studi svolti sull’attaccamento negli ultimi anni, sappiamo che i legami affettivi sani garantiscono lo sviluppo di una vita piena in cui regnano le relazioni sani, una buona autostima, la sicurezza e la fiducia negli altri. L’attaccamento insicuro, invece, ci relega all’incertezza, alla bassa autostima e alla sfiducia nelle persone che ci circondano.

Un legame affettivo negativo tra genitori e figli provoca comportamenti distruttivi e un’angoscia enorme. Realizzare un esercizio di introspezione e di successivo distanziamento dall’accaduto aiuterà a comprenderlo o elaborarlo per garantire una maggiore liberazione emotiva e, di conseguenza, una strutturazione della personalità.

In questo articolo, cercheremo di fare luce su questo, per farvi sapere come riordinare la vostra realtà emotiva.

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Definire i propri genitori e le relazioni caratterizzate dall’abbandono

Oggigiorno si parla delle relazioni familiari con più facilità rispetto al passato. Tuttavia, se avete avuto a che fare con un genitore assente, che ha abbandonato la famiglia per qualsivoglia motivo, allora vi troverete davanti all’indescrivibilità.

In questi casi, se vi fanno una domanda a proposito dei vostri genitori, non riuscite a far altro che tentennare, abbassare lo sguardo e rispondere in modo vago ed evasivo. Questo è il chiaro segno della difficoltà di definire il vuoto sentimentale e di gestire le cicatrici lasciate dall’abbandono.

A questo proposito, va detto che ci sono molti tipi di abbandono, tanti quanti casi nel mondo. Vediamo i più comuni:

  • Il genitore emotivamente assente, ma fisicamente presente. Se fate caso alla realtà socio-emotiva che vi circonda, noterete che questa forma di “educazione” è molto comune.
  • Il genitore che vi ha abbandonati prima, durante o dopo l’infanzia. Il dolore dell’abbandono fisico ed emotivo, scelto dalle figure di riferimento quali sono i genitori, lascia germogliare semi molto importanti nel corso della maturazione. È difficile gestire la realtà che si è costretti a vivere in questi casi. D’altronde, come accettare che una persona che dovrebbe accompagnarvi per la la maggior parte della vostra vita decida di allontanarsi da voi?
  • Il genitore che vi ha abbandonati fisicamente o affettivamente durante la gioventù o l’età adulta. Molto probabilmente, chiamerete questa forma di abbandono “tradimento”. Per arrivare a questo punto, c’è bisogno di un’elaborazione verbale particolarmente consapevole.
  • La quasi totale assenza della figura paterna o materna. Qui ci sono diversi sotto-casi:
    • Il genitore morto prematuramente che non ha avuto la possibilità di avere un ruolo nella vostra vita.
    • Il genitore che è morto, ma che avete conosciuto. All’interno di questo profilo, il desiderio e l’idealizzazione creano un vuoto particolare.
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La gestione del legame distrutto o distruttivo

L’elaborazione psicologica a livello emotivo e in termini di pensiero non dipende solo dal figlio, ma anche dall’ambiente che lo circonda. L’ombra del genitore assente è sempre una tenaglia per la vita familiare.

Non è facile accettare che uno dei propri genitori, punto di riferimento per eccellenza, non sia più nella nostra vita. È per questo che la sua assenza ha una fortissima influenza nella determinazione della nostra evoluzione emotiva.

È possibile che, a seconda della nostra posizione nella gerarchia familiare, un altro membro della famiglia si assuma il ruolo di genitore, pur senza esserlo, per compassione o per necessità. Può anche accadere che siamo noi i primi a sentire il bisogno di gestire certe situazioni.

Ma cos’è un genitore? Questa è un’eterna riflessione, con complesse implicazioni. La cosa più naturale è pensare che il genitore emotivo sia anche colui che ci ha dato la vita; tuttavia, non è sempre così.

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È bene specificare che, a seconda del momento evolutivo e delle circostanze relative all’abbandono, assumeremo certe qualità, impegni, responsabilità e ruoli che non ci spettano. Va ricordato che:

  • Se il genitore viene a mancare in tenera età (0-6 anni), è difficile raggiungere la pienezza emotiva tipica di questa tappa in cui siamo impegnati a crescere.
  • Se l’abbandono ha avuto luogo nella seconda parte dell’infanzia (6-12 anni), la capacità di consolidare la base dell’attaccamento sano sarà minata, se non distrutta. Nel corso dell’adolescenza, fase in cui è fondamentale avere un appoggio, un punto di riferimento e limiti ben definiti, il processo di costruzione di un’identità solida sarà profondamente destrutturato.
  • L’infanzia e l’adolescenza sono momenti evolutivi in cui la personalità non si è ancora ben strutturata, dunque l’ansia, la tristezza e il dolore di una perdita segnano profondamente il nostro modo di essere e di relazionarci con gli altri. Detto in altre parole, si tratta della genesi di una destrutturazione interna che per natura non sarebbe dovuta succedere. Per questo motivo, è un fatto particolarmente traumatico che segnerà la nostra essenza e la nostra capacità di interagire con gli altri.
  • Quando l’abbandono si verifica nel corso della gioventù o dell’età adulta, l’elaborazione necessaria acquisisce diverse sfumature. L’assenza e l’abbandono da parte del genitore provoca delle incongruenze nella personalità e nella capacità di instaurare relazioni.

Se cerchiamo di esprimerlo a parole, il fenomeno dell’abbandono risulta ancora più cruento: la realtà non viene anestetizzata, viene anzi dipinta in modo ancora più cupo. La nostra corazza si fa più dura e, allo stesso tempo, più fragile, rendendo il processo di ricostruzione più complicato.

Conosciamo i segreti, ci rendiamo conto della realtà e sappiamo leggere tra le righe, ma non siamo mai pronti per staccarci dall’idea del genitore come mentore, protettore ed eroe.

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Alleviare il dolore per convivere con la perdita

Non stiamo parlando di “superare” la perdita, bensì di “conviverci”. Si può superare la perdita di un mazzo di chiavi, del proprio gioco preferito, ma superare la perdita di un genitore è impossibile.

Questo va accettato, perché se proviamo a convincerci che la perdita del nostro genitore non ci toccherà, costruiremo dei castelli in aria. È irreale credere che qualcosa dotato di un carico affettivo talmente grande possa risultarci indifferente.

Elaborare e gestire il segno lasciato dall’abbandono da parte di un genitore richiede il perdono individuale e familiare, cosa non sempre semplice. Se il nostro nucleo castiga continuamente la figura materna o paterna, se notiamo dolore nel genitore rimasto, nei nostri fratelli o nei nostri nonni, probabilmente trasferiremo tutta quella sofferenza dentro di noi.

Capire questo significa andare avanti, vuol dire essere capaci di separare il dolore degli altri dal nostro. Ovviamente, le due sofferenze compongono un cocktail che ci renderà in qualche modo vulnerabili per sempre.

Ma se delimitiamo la sofferenza e isoliamo ogni singolo fatto, riusciremo a comprendere meglio gli avvenimenti. Questo ci aiuterà a non far proliferare il dolore e le emozioni che accompagnano questo fenomeno e a percorrere il nostro percorso emotivo con passo leggero.